Tendinopatia achillea
Tendinopatia Achillea
A cura del Dott. Samuele Trentin – Fisioterapista OMPT Via Marconi 3, Fontaniva (PD) – Tel. 371 417 7384
Introduzione
Il dolore al tendine d’Achille è uno dei disturbi muscoloscheletrici più frequenti tra chi pratica sport, ma non solo: colpisce anche persone sedentarie, camminatori occasionali e lavoratori che trascorrono molte ore in piedi. Si stima che circa un terzo delle persone con tendinopatia achillea conduca uno stile di vita non particolarmente attivo, a dimostrazione che questa condizione non riguarda esclusivamente sportivi e maratoneti.
Come fisioterapista OMPT (Orthopaedic Manual Physical Therapist) con studio a Fontaniva, in provincia di Padova, mi confronto quotidianamente con pazienti che arrivano in studio dopo mesi — a volte anni — di dolore posteriore alla caviglia, spesso dopo aver provato riposo assoluto, pomate antinfiammatorie, plantari o infiltrazioni senza un reale miglioramento. Questo articolo nasce con l’obiettivo di offrire un’informazione chiara, aggiornata e basata sulle evidenze scientifiche più recenti — incluse le linee guida cliniche 2024 dell’American Physical Therapy Association e le più recenti revisioni sistematiche e meta-analisi — per aiutarti a capire cos’è realmente la tendinopatia achillea, perché si sviluppa, e quali trattamenti hanno davvero dimostrato di funzionare.
1. Cos’è la tendinopatia achillea
Il tendine d’Achille è la struttura tendinea più grande e resistente del corpo umano. Origina dalla fusione dei capi muscolari di gastrocnemio e soleo (il tricipite surale) e si inserisce sulla parte posteriore del calcagno. Durante la camminata, la corsa e il salto, questo tendine è sottoposto a carichi che possono superare 6-8 volte il peso corporeo: una sollecitazione meccanica enorme, ripetuta migliaia di volte al giorno.
Dal punto di vista anatomico, è utile ricordare che il tendine d’Achille non è una struttura omogenea: le fibre provenienti dal gastrocnemio mediale, dal gastrocnemio laterale e dal soleo si intrecciano parzialmente lungo il decorso del tendine, ruotando di circa 90° prima di inserirsi sul calcagno. Questa disposizione a spirale, descritta per la prima volta più di un secolo fa, crea una zona di relativa ipovascolarizzazione a circa 2-6 cm dall’inserzione calcaneare: è proprio in questa “zona critica” che si sviluppa la maggior parte delle tendinopatie di media porzione, verosimilmente perché la ridotta perfusione sanguigna locale limita la capacità del tessuto di rispondere adeguatamente a carichi ripetuti nel tempo. Il tendine è inoltre avvolto da una struttura chiamata paratenon (e non da una vera e propria guaina sinoviale, a differenza di altri tendini del corpo), che può infiammarsi autonomamente dando luogo a un quadro clinico distinto, la paratenonite achillea, spesso associata a crepitio durante il movimento.
Il termine “tendinopatia” ha sostituito, nella letteratura scientifica moderna, i vecchi termini “tendinite” e “tendinosi”. Questo cambiamento non è solo semantico: riflette una comprensione più accurata di ciò che accade nel tessuto. Per decenni si è pensato che il dolore tendineo fosse dovuto a un processo infiammatorio (da qui il suffisso “-ite” di tendinite). Gli studi istologici condotti a partire dagli anni 2000 hanno invece dimostrato che nei tendini dolorosi cronici l’infiammazione classica (con cellule infiammatorie come neutrofili) è quasi assente. Si osserva piuttosto un quadro di degenerazione tissutale, caratterizzato da:
- disorganizzazione delle fibre di collagene, che perdono il loro normale allineamento parallelo;
- aumento della sostanza fondamentale (matrice extracellulare) con maggiore contenuto di glicosaminoglicani e acqua;
- neovascolarizzazione, cioè la crescita di nuovi vasi sanguigni accompagnati da fibre nervose all’interno e intorno al tendine;
- alterazioni del fenotipo dei tenociti, le cellule proprie del tendine, che modificano la loro attività metabolica.
Il modello più utilizzato oggi per spiegare questi cambiamenti è il continuum della patologia tendinea, proposto da Cook e Purdam e successivamente aggiornato. Questo modello descrive la tendinopatia non come una condizione statica (“infiammata” o “non infiammata”), ma come un processo dinamico che può muoversi lungo uno spettro, a seconda del carico e della capacità di adattamento del tendine:
- Tendinopatia reattiva: risposta adattativa a breve termine a un sovraccarico acuto o a un cambiamento repentino di carico (per esempio dopo un aumento improvviso del volume di allenamento). Il tendine si ispessisce in modo relativamente uniforme, come meccanismo protettivo. È potenzialmente reversibile se il carico viene gestito correttamente.
- Disrepair tendineo (tentativo di guarigione): fase intermedia, con maggiore disorganizzazione della matrice e comparsa di neovascolarizzazione, tipica di sovraccarichi cronici.
- Tendinopatia degenerativa: stadio avanzato, con aree di tessuto privo di cellule vitali (matrice acellulare), tipico di pazienti più anziani o con storia di dolore di lunga durata, spesso con noduli localizzati.
È importante sapere che questi stadi possono coesistere nello stesso tendine: è comune trovare aree degenerative circondate da tessuto reattivo, soprattutto nelle riacutizzazioni di condizioni croniche.
Midportion vs tendinopatia inserzionale
Dal punto di vista clinico, è fondamentale distinguere due forme principali di tendinopatia achillea, perché hanno presentazione, fattori di rischio e talvolta gestione differenti:
- Tendinopatia achillea di media porzione (midportion): rappresenta la forma più frequente, con una prevalenza che secondo studi recenti di coorte su runner si attesta intorno al 60-75% dei casi diagnosticati. Colpisce il tendine 2-6 cm sopra la sua inserzione calcaneare, un tratto relativamente ipovascolarizzato e quindi più vulnerabile al sovraccarico. È tipica di soggetti attivi, in particolare corridori di fondo.
- Tendinopatia achillea inserzionale: coinvolge la zona di inserzione del tendine sul calcagno, spesso associata a borsite retrocalcaneare e/o alla presenza di una deformità di Haglund (una prominenza ossea posterosuperiore del calcagno). Rappresenta circa un quarto dei casi e tende a interessare soggetti meno giovani o meno attivi rispetto alla forma di media porzione, anche se numeri esatti variano tra gli studi.
Questa distinzione è clinicamente rilevante: alcuni esercizi terapeutici (in particolare quelli che prevedono un forte allungamento in dorsiflessione) possono aggravare i sintomi nella forma inserzionale, motivo per cui i protocolli riabilitativi vanno adattati al sottotipo specifico.
2. Quanto è diffusa: dati epidemiologici
La tendinopatia achillea è tra i disturbi da sovraccarico più comuni dell’arto inferiore. Alcuni dati chiave emersi dalla letteratura più recente:
- Negli studi di coorte su runner ricreativi, l’incidenza di nuovi episodi di tendinopatia achillea in un anno si attesta attorno al 4%, con un rischio nel corso della vita per atleti di endurance che secondo alcune stime supera il 50%.
- La tendinopatia achillea rappresenta una quota significativa — secondo alcune stime fino al 30% circa — di tutte le tendinopatie dell’arto inferiore trattate in ambito fisioterapico e ortopedico.
- Non è una condizione esclusiva degli sportivi: una parte consistente delle persone colpite (circa un terzo, secondo diverse casistiche) non pratica attività fisica regolare, a indicare che anche fattori come il sovrappeso, l’età e il tipo di calzatura utilizzata quotidianamente giocano un ruolo.
- L’incidenza aumenta con l’età fino alla mezza età, per poi avere andamenti diversi a seconda che si parli di forma inserzionale (più frequente in età più avanzata) o di media porzione (più frequente in soggetti attivi di età intermedia).
Fattori di rischio
Le revisioni sistematiche sui fattori di rischio clinici per la tendinopatia achillea identificano diverse categorie di determinanti, anche se la qualità delle evidenze per molti singoli fattori resta moderata o limitata:
Fattori non modificabili:
- sesso maschile (associato a un rischio più elevato in diversi studi, sebbene non in tutti);
- età (rischio crescente con l’avanzare degli anni, soprattutto per la forma inserzionale);
- fattori genetici, legati a varianti che influenzano la struttura del collagene e l’omeostasi tendinea; diverse revisioni hanno identificato polimorfismi genetici associati a un aumentato rischio di tendinopatia.
- storia pregressa di tendinopatia achillea: aver già avuto un episodio nei 12 mesi precedenti risulta, in studi prospettici recenti su runner, il principale fattore predittivo di un nuovo episodio.
Fattori modificabili o parzialmente modificabili:
- sovraccarico funzionale: aumenti bruschi di volume, intensità o frequenza dell’allenamento (in particolare della corsa), cambi di superficie o di calzatura;
- eccesso di peso corporeo e indice di massa corporea elevato, associato a maggiore carico meccanico sul tendine;
- ridotta forza e resistenza della muscolatura del polpaccio;
- ridotta mobilità in dorsiflessione di caviglia;
- alterazioni della biomeccanica del piede (per esempio iperpronazione), anche se il ruolo causale diretto rimane dibattuto;
- uso di alcune classi di farmaci, in particolare i fluorochinoloni (antibiotici), che sono associati a un aumentato rischio di tendinopatia e, nei casi più gravi, di rottura tendinea;
- condizioni metaboliche come diabete mellito, dislipidemia e iperuricemia, che possono alterare la qualità del tessuto tendineo;
- fattori legati allo stile di vita come il fumo e la sedentarietà.
Comprendere questi fattori è utile non solo in chiave preventiva, ma anche perché la loro identificazione e gestione (per esempio ottimizzando il carico di allenamento o affrontando fattori metabolici) fa parte integrante di un piano di trattamento fisioterapico completo, come sottolineato anche dalle linee guida cliniche più recenti.
3. Come si manifesta: i sintomi
I sintomi della tendinopatia achillea possono variare a seconda della fase clinica (acuta, subacuta o cronica) e della localizzazione (media porzione o inserzionale), ma alcuni elementi sono ricorrenti:
- Dolore localizzato al tendine, tipicamente 2-6 cm sopra il calcagno nella forma di media porzione, oppure direttamente sull’inserzione ossea nella forma inserzionale.
- Rigidità mattutina: uno dei segni più caratteristici è la rigidità e il dolore avvertiti nei primi passi al risveglio, che tendono ad attenuarsi con il movimento dopo alcuni minuti.
- Dolore correlato al carico: il sintomo tipicamente peggiora con attività che sollecitano il tendine (corsa, salti, salire le scale, camminata in salita) e si riduce, almeno inizialmente, con il riposo. Con il progredire della condizione, il dolore può comparire anche durante il cammino comune o addirittura a riposo.
- Fenomeno del “riscaldamento”: molti pazienti riferiscono che il dolore diminuisce durante l’attività fisica per poi ripresentarsi, spesso in forma più intensa, nelle ore successive o il giorno dopo.
- Ispessimento e gonfiore locale: alla palpazione il tendine può apparire ispessito, con un caratteristico “nodulo” fusiforme nella forma di media porzione.
- Riduzione della forza e della capacità funzionale: con il passare del tempo si osserva spesso una diminuzione della forza del tricipite surale e una minore capacità di eseguire gesti come i salti o le elevazioni ripetute sulla punta dei piedi (calf raise).
- Crepitio: talvolta è possibile percepire uno scricchiolio o una sensazione di attrito (crepitio) durante il movimento della caviglia, più spesso associato a componenti paratendinee.
È importante sapere che l’intensità del dolore percepito e il grado di alterazione strutturale visibile all’ecografia o alla risonanza magnetica non sono sempre correlati: alcune persone con tendini molto alterati alle immagini diagnostiche non hanno dolore, mentre altre con quadri di imaging relativamente modesti riferiscono dolore significativo. Questo è uno dei motivi per cui la diagnosi di tendinopatia achillea è, secondo le linee guida cliniche più recenti, essenzialmente clinica e non si basa primariamente sull’imaging.
4. Come avviene la diagnosi
Anamnesi e esame clinico
Una valutazione fisioterapica accurata comprende innanzitutto una raccolta anamnestica dettagliata: modalità di insorgenza del dolore, attività svolte, eventuali variazioni recenti nei carichi di allenamento, calzature utilizzate, storia di precedenti episodi, patologie concomitanti e farmaci assunti.
L’esame clinico si basa su:
- palpazione del decorso del tendine, per localizzare con precisione la sede del dolore e valutare la presenza di ispessimenti, noduli o dolorabilità puntiforme;
- test funzionali di carico, come il test dell’elevazione sulla punta dei piedi (heel raise) su una o due gambe, che riproduce il dolore tipico e permette di valutare forza e resistenza;
- valutazione della mobilità articolare della caviglia, in particolare della dorsiflessione, spesso limitata nei pazienti con tendinopatia achillea cronica;
- test specifici, come l’Arc Sign (per distinguere il dolore intratendineo, che si sposta con il movimento della caviglia, da quello paratendineo, che rimane fisso) e il Royal London Hospital Test;
- esclusione di diagnosi differenziali, tra cui borsite retrocalcaneare isolata, rottura parziale o completa del tendine, tendinopatia del tibiale posteriore, sindrome del tunnel tarsale, patologie del calcagno (come la sindrome di Sever negli adolescenti) o problematiche di origine lombare (radicolopatia S1).
Un elemento che merita attenzione particolare durante l’esame clinico è la ricerca di segni suggestivi di rottura parziale o completa del tendine, condizione che richiede un percorso diagnostico-terapeutico differente e talvolta urgente. Il test di Thompson (compressione del polpaccio a paziente prono, con osservazione della flessione plantare passiva del piede) rimane il test clinico di riferimento per identificare una rottura completa: la sua assenza (mancata flessione plantare alla compressione) è fortemente indicativa di discontinuità tendinea. In presenza di un trauma acuto, di un “colpo” avvertito improvvisamente al polpaccio, di una marcata debolezza nella spinta o di un avvallamento palpabile lungo il decorso tendineo, è opportuno indirizzare tempestivamente il paziente verso un approfondimento specialistico (ortopedico e/o ecografico), poiché il quadro clinico può sovrapporsi, nelle fasi iniziali, a quello di una tendinopatia acuta riacutizzata.
Un altro aspetto rilevante nella valutazione clinica riguarda la caviglia e il piede nel loro complesso: la valutazione della catena cinetica dell’arto inferiore (mobilità dell’anca, controllo del ginocchio in fase di appoggio, pattern di corsa quando pertinente) può fornire informazioni utili per personalizzare il piano riabilitativo, sebbene le evidenze sul reale peso causale di questi fattori biomeccanici nello sviluppo della tendinopatia rimangano, come già evidenziato, non del tutto conclusive.
Le linee guida cliniche 2024 dell’Academy of Orthopaedic Physical Therapy raccomandano l’uso di questionari di outcome validati per quantificare la gravità dei sintomi e monitorare l’andamento nel tempo. Il più utilizzato a livello internazionale è il VISA-A (Victorian Institute of Sport Assessment–Achilles), un questionario composto da otto domande che indaga dolore, rigidità e capacità funzionale, con un punteggio da 0 a 100 (dove 100 rappresenta l’assenza di sintomi). Sono stati recentemente proposti anche strumenti aggiornati pensati per superare alcuni limiti di validità del VISA-A originale.
Il ruolo dell’imaging
Ecografia e risonanza magnetica possono confermare alterazioni strutturali tipiche (ispessimento tendineo, aree ipoecogene, neovascolarizzazione al color/power Doppler), ma le linee guida cliniche sono chiare nell’affermare che l’imaging non è necessario per la diagnosi routinaria di tendinopatia achillea, che rimane un giudizio clinico. L’imaging può essere utile in casi selezionati: quando si sospetta una rottura parziale o completa del tendine, quando i sintomi non rispondono al trattamento conservativo dopo un periodo adeguato, o per escludere diagnosi alternative.
5. Trattamento conservativo: cosa dice davvero l’evidenza
Il trattamento della tendinopatia achillea è cambiato profondamente negli ultimi vent’anni, passando da un approccio basato principalmente sul riposo e sull’antinfiammatorio a un approccio centrato sul carico progressivo e controllato del tendine. Questa sezione riassume le raccomandazioni delle linee guida cliniche più recenti (CPG dell’Academy of Orthopaedic Physical Therapy, revisione 2024) e delle principali revisioni sistematiche e meta-analisi pubblicate negli ultimi anni.
5.1 L’esercizio terapeutico come trattamento di prima linea
Tutte le linee guida cliniche concordano: l’esercizio di carico progressivo (tendon loading exercise) rappresenta il trattamento di prima linea per la tendinopatia achillea di media porzione, con il livello di raccomandazione più elevato tra tutti gli interventi disponibili in ambito fisioterapico. La revisione 2024 delle linee guida americane definisce il “tendon loading” in senso ampio, includendo esercizi eccentrici, concentrici, isometrici, isotonici e pliometrici, con l’indicazione di eseguire l’esercizio almeno due volte alla settimana, entro una soglia di dolore tollerabile dal paziente.
Diversi protocolli di carico sono stati studiati con RCT e confrontati in revisioni sistematiche e meta-analisi:
Protocollo eccentrico (Alfredson) È il protocollo storicamente più studiato, introdotto alla fine degli anni ’90. Prevede l’esecuzione di esercizi eccentrici del tricipite surale (abbassamento controllato del tallone da una posizione sulla punta dei piedi) per 3 serie da 15 ripetizioni, due volte al giorno, sia a ginocchio esteso (per enfatizzare il gastrocnemio) sia a ginocchio flesso (per enfatizzare il soleo), per un totale di 12 settimane. Le meta-analisi più recenti confermano che l’esercizio eccentrico è efficace nel ridurre dolore e migliorare la funzione rispetto all’attesa vigile o a trattamenti puramente passivi, sebbene i confronti diretti tra diversi protocolli di carico non abbiano mostrato una superiorità netta e costante di un protocollo sull’altro.
Nella pratica clinica quotidiana, il protocollo eccentrico classico viene oggi raramente applicato in modo rigido nella sua forma originale (due sedute giornaliere per 12 settimane consecutive, indipendentemente dal livello di dolore), poiché diversi studi hanno evidenziato come un’aderenza così intensiva sia difficile da mantenere nel tempo per la maggior parte dei pazienti, con conseguente calo della compliance. È invece prassi comune adattare la frequenza, il volume e l’intensità del carico in base alla risposta sintomatologica individuale, un approccio coerente con il principio, sostenuto dalle linee guida più recenti, di individualizzazione del programma di carico piuttosto che applicazione standardizzata di un protocollo fisso.
Va inoltre segnalato che, nella tendinopatia achillea inserzionale, l’esecuzione degli esercizi eccentrici con il tallone che scende sotto il livello del gradino (in dorsiflessione marcata) può aumentare la compressione del tendine contro il calcagno e aggravare i sintomi; le linee guida e diversi autori raccomandano quindi, in questi casi, di limitare l’escursione articolare al piano orizzontale, evitando l’affondo del tallone oltre il bordo del gradino.
Heavy Slow Resistance (HSR) Consiste in un allenamento di resistenza progressiva a carico elevato e velocità di esecuzione lenta e controllata (per esempio con l’utilizzo di macchine come la leg press o il calf raise su macchina), tipicamente eseguito 3 volte a settimana con carichi progressivamente crescenti nell’arco di 12 settimane. Uno studio randomizzato controllato di riferimento condotto su pazienti con tendinopatia achillea di media porzione cronica ha confrontato HSR ed esercizio eccentrico, riscontrando risultati clinici sovrapponibili tra i due gruppi a 12 settimane e a un anno di follow-up, con una tendenza verso una maggiore soddisfazione dei pazienti nel gruppo HSR, probabilmente legata a una minore frequenza settimanale richiesta e a un carico percepito come più funzionale.
Esercizio isometrico Le contrazioni isometriche del tricipite surale (per esempio il mantenimento della posizione sulla punta dei piedi per 30-45 secondi) sono spesso proposte nelle fasi più dolorose, sulla base di evidenze preliminari (soprattutto derivate da studi su altre tendinopatie, come quella rotulea) che suggeriscono un possibile effetto analgesico a breve termine legato a meccanismi di inibizione corticale del dolore. Le linee guida più recenti riconoscono l’utilità di questi esercizi soprattutto come strumento per gestire il dolore acuto e permettere la prosecuzione del carico, più che come intervento isolato risolutivo.
Cosa dicono le meta-analisi comparative Una revisione sistematica con meta-analisi di RCT pubblicata nel 2023 sull’American Journal of Sports Medicine, che ha confrontato protocolli di esercizio con trattamenti passivi o con altri protocolli di carico per la tendinopatia achillea di media porzione, ha confermato che l’esercizio è superiore all’attesa vigile e ai trattamenti passivi isolati, ma non ha evidenziato una superiorità netta di un protocollo di carico rispetto a un altro (eccentrico vs HSR vs altri). Un’altra revisione sistematica e meta-analisi ha suggerito che l’esercizio eccentrico potrebbe risultare leggermente più efficace di altre modalità di esercizio nel migliorare dolore e funzione, ma la qualità metodologica degli studi disponibili resta limitata da campioni ridotti ed eterogeneità nei protocolli.
Il messaggio clinico pratico: più che la scelta del singolo protocollo “perfetto”, ciò che conta davvero — secondo l’evidenza attuale — è che il tendine venga sottoposto a un carico progressivo, dosato individualmente, sufficientemente intenso da stimolare l’adattamento tissutale, ma tollerabile in termini di dolore, mantenuto con costanza per un periodo adeguato (generalmente non meno di 12 settimane, spesso 3-6 mesi per un recupero funzionale completo). La scelta tra eccentrico, HSR o combinazioni personalizzate va adattata a preferenze, disponibilità di attrezzatura, fase clinica e tolleranza del singolo paziente.
5.2 Gestione del dolore durante l’esercizio
Un aspetto pratico molto rilevante per chi soffre di questa condizione riguarda quanto dolore sia “accettabile” durante l’esercizio. La ricerca e le linee guida cliniche indicano generalmente che un dolore lieve-moderato durante l’esercizio (spesso descritto secondo la regola empirica di non superare un livello di 3-5 su una scala 0-10) è accettabile e non pregiudica il recupero, purché il dolore non peggiori progressivamente nei giorni successivi e non persista oltre 24 ore dalla sessione di allenamento. Questo concetto, mutuato dalla ricerca sulle altre tendinopatie da sovraccarico (in particolare quella rotulea), viene generalmente esteso anche alla gestione della tendinopatia achillea.
5.3 Educazione del paziente e gestione del carico
Le linee guida cliniche 2024 sottolineano con forza l’importanza dell’educazione del paziente come componente imprescindibile del trattamento, accanto all’esercizio. Questo include:
- spiegare la natura della condizione (un processo di adattamento tissutale, non un’infiammazione né un “logoramento” irreversibile);
- fornire indicazioni realistiche sui tempi di recupero, che per la tendinopatia achillea cronica sono spesso di diversi mesi;
- aiutare il paziente a modulare (non necessariamente eliminare) le attività che sovraccaricano il tendine nella fase acuta, evitando sia il riposo assoluto prolungato sia il proseguimento di carichi eccessivi;
- supportare una graduale ripresa dell’attività sportiva basata su criteri funzionali oggettivi piuttosto che su tempistiche fisse.
5.4 Terapie manuali e altre modalità fisioterapiche
Tecniche di terapia manuale (mobilizzazioni articolari, tecniche sui tessuti molli) possono essere utilizzate come complemento all’esercizio, in particolare per la gestione di limitazioni di mobilità articolare associate o di rigidità dei tessuti molli circostanti, ma le evidenze a supporto del loro utilizzo come intervento isolato per la tendinopatia achillea restano limitate. Il loro ruolo, secondo le linee guida, è quello di intervento aggiuntivo (adjunct) e non sostitutivo del carico progressivo.
5.5 Onde d’urto extracorporee (ESWT)
La terapia con onde d’urto extracorporee è ampiamente utilizzata nella pratica clinica per la tendinopatia achillea, ma l’evidenza scientifica recente su questa modalità rimane controversa e di qualità metodologica non elevata.
Una meta-analisi pubblicata nel 2023 sul Journal of Chiropractic Medicine, che ha incluso solo RCT, ha concluso che le prove attualmente disponibili sono di qualità bassa e che l’efficacia terapeutica delle onde d’urto per la tendinopatia achillea rimane non conclusiva, non evidenziando differenze significative rispetto ad altri trattamenti conservativi sia per il dolore sia per i punteggi funzionali VISA-A. Una precedente meta-analisi aveva invece suggerito un possibile beneficio delle onde d’urto rispetto a trattamenti di controllo su alcuni esiti (scala VAS del dolore, punteggio VISA-A, soddisfazione del paziente), ma basandosi su un numero limitato di studi, spesso con rischio di bias elevato. Altre revisioni sistematiche su più tendinopatie hanno riscontrato risultati contrastanti in base al confronto scelto (placebo vs trattamento conservativo attivo).
Nel complesso, la posizione più cauta e coerente con l’insieme delle evidenze attuali è che le onde d’urto possano rappresentare un’opzione aggiuntiva in caso di risposta insufficiente al solo esercizio, con un profilo di sicurezza generalmente buono, ma non dovrebbero sostituire il carico progressivo come trattamento cardine, e i pazienti dovrebbero essere informati della qualità limitata delle prove a supporto.
5.6 Infiltrazioni di plasma ricco di piastrine (PRP)
Le infiltrazioni di PRP sono state proposte come trattamento “biologico” per stimolare la guarigione del tendine, sulla base di un razionale teorico legato al rilascio di fattori di crescita piastrinici. Tuttavia, le meta-analisi più recenti e metodologicamente più solide non supportano questo intervento.
Una meta-analisi pubblicata nel 2024 sull’American Journal of Sports Medicine (Orthopaedic Journal of Sports Medicine), che ha incluso 6 RCT per un totale di oltre 400 pazienti con tendinopatia achillea di media porzione cronica, non ha riscontrato alcuna differenza significativa tra PRP e trattamento di controllo, né a breve termine (3 mesi), né a medio (6 mesi) né a lungo termine (12 mesi), sia per il punteggio VISA-A sia per lo spessore tendineo all’ecografia. Una meta-analisi del 2023 pubblicata sul Journal of Clinical Medicine, basata su 8 RCT, era giunta a conclusioni analoghe. Anche una meta-analisi più datata ma spesso citata, condotta su RCT che confrontavano PRP con placebo in aggiunta a un programma di esercizio eccentrico, non aveva mostrato alcun vantaggio clinico aggiuntivo del PRP rispetto al solo esercizio.
Il messaggio per il paziente è quindi chiaro: allo stato attuale delle conoscenze, l’evidenza scientifica di alta qualità non supporta l’uso routinario delle infiltrazioni di PRP per la tendinopatia achillea, che rimane un trattamento costoso e non standardizzato (le tecniche di preparazione del PRP variano molto da centro a centro), con benefici clinici non dimostrati rispetto al placebo negli studi randomizzati controllati di migliore qualità metodologica.
5.7 Altri interventi farmacologici e iniettivi
- Iniezioni di corticosteroidi: sconsigliate come trattamento standard per la tendinopatia achillea di media porzione, per il rischio, seppur non frequentissimo, di indebolimento della struttura tendinea e di aumentato rischio di rottura, oltre a un beneficio clinico che tende a essere solo temporaneo.
- Farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS): possono offrire un sollievo sintomatico a breve termine, ma non agiscono sul processo di rimodellamento tissutale sottostante e il loro uso prolungato non è generalmente raccomandato come strategia principale di trattamento.
- Sclerosanti e altre iniezioni (ad esempio a base di polidocanolo, mirate alla neovascolarizzazione): utilizzate in alcuni contesti specialistici, ma con evidenze ancora limitate e non incluse tra i trattamenti di prima linea nelle principali linee guida.
5.8 Quando considerare il trattamento chirurgico
La chirurgia (che può includere procedure come il debridement del tendine, la rimozione di tessuto degenerato, la correzione di una deformità di Haglund nella forma inserzionale, o tecniche mininvasive come la microtenotomia radiofrequenza) viene generalmente riservata ai casi che non rispondono a un adeguato ciclo di trattamento conservativo, protratto tipicamente per almeno 3-6 mesi con un programma di carico ben condotto. Le revisioni sistematiche disponibili indicano che la chirurgia può offrire benefici in casi selezionati e resistenti al trattamento conservativo, ma è gravata da tempi di recupero più lunghi e da un profilo di rischio (infezioni, complicanze della ferita, rigidità) da soppesare attentamente rispetto ai benefici attesi. Anche in questi casi, un percorso riabilitativo fisioterapico post-chirurgico strutturato resta un elemento imprescindibile per il recupero funzionale.
6. Tempi di recupero: cosa aspettarsi realisticamente
Uno degli aspetti che i pazienti trovano più difficili da accettare è la durata del percorso di recupero. La tendinopatia achillea, specialmente nella sua forma cronica (sintomi presenti da più di 3 mesi), non è una condizione che si risolve in poche settimane. La letteratura e le linee guida cliniche indicano che:
- un miglioramento sintomatico iniziale può essere percepito già dopo alcune settimane di carico progressivo ben condotto;
- un recupero funzionale sostanziale richiede generalmente 3-6 mesi di trattamento costante;
- in una parte dei pazienti (circa un terzo, secondo alcune casistiche di follow-up a lungo termine) i sintomi possono persistere, in forma più lieve, anche oltre un anno, con andamento fluttuante;
- il ritorno allo sport dovrebbe essere guidato da criteri funzionali (test di forza, capacità di eseguire salti e cambi di direzione senza dolore significativo, simmetria rispetto all’arto controlaterale) piuttosto che da una scadenza temporale fissa, per ridurre il rischio di recidiva.
Questa tempistica prolungata è la ragione principale per cui la costanza nell’esecuzione del programma di esercizio, anche quando i miglioramenti sembrano lenti, rappresenta il fattore prognostico più importante sotto il controllo del paziente.
Criteri per il ritorno graduale allo sport
Un percorso riabilitativo ben condotto non si conclude semplicemente quando il dolore si riduce, ma quando il tendine e il sistema muscolo-tendineo nel suo complesso dimostrano di poter tollerare i carichi specifici richiesti dall’attività sportiva del paziente. Nella pratica clinica, la progressione verso il pieno ritorno allo sport viene generalmente scandita da fasi successive, ciascuna con propri criteri di superamento:
- Fase 1 – controllo del sintomo: riduzione del dolore a riposo e nelle attività della vita quotidiana, avvio del carico progressivo isometrico/isotonico a bassa intensità.
- Fase 2 – costruzione della capacità di carico: progressione verso esercizi di rinforzo a carico più elevato (isotonico, HSR), con obiettivo di recuperare forza e resistenza del tricipite surale, generalmente confrontando la capacità dell’arto sintomatico con quella dell’arto controlaterale attraverso test come il numero massimo di calf raise monopodalico eseguibili in modo controllato.
- Fase 3 – reintroduzione di carichi energeticamente più elevati: introduzione progressiva di attività pliometriche (piccoli balzi, salti a corda) e di carichi che si avvicinano ai gesti sportivi specifici, monitorando attentamente la risposta sintomatologica nelle 24 ore successive a ogni sessione.
- Fase 4 – ritorno specifico allo sport: reintroduzione graduale del gesto sportivo completo (corsa a intensità crescente, cambi di direzione, salti specifici dello sport praticato), con incrementi di carico pianificati e non superiori a quanto il tendine dimostra di tollerare.
L’utilizzo di test oggettivi di forza e capacità funzionale (come la valutazione del numero di ripetizioni di calf raise monopodalico fino a fatica, confrontato tra i due arti) permette di ridurre la componente soggettiva nella decisione di avanzamento tra le fasi, un aspetto che le linee guida cliniche più recenti indicano come preferibile rispetto a un ritorno allo sport basato unicamente su tempistiche calendariali fisse o sulla sola assenza di dolore.
7. Prevenzione delle recidive
Data l’alta frequenza di recidive (uno degli studi di coorte più recenti su runner ha identificato un precedente episodio di tendinopatia achillea come il principale fattore predittivo di un nuovo episodio), la prevenzione merita particolare attenzione una volta risolto l’episodio acuto:
- Gestione progressiva del carico di allenamento: evitare incrementi bruschi di volume, intensità o frequenza dell’attività fisica (in particolare della corsa), preferendo progressioni graduali (un principio spesso riassunto, pur con alcuni limiti di evidenza diretta, dalla regola di aumentare i carichi settimanali non oltre il 10% circa).
- Mantenimento della forza del tricipite surale anche dopo la risoluzione dei sintomi, con esercizi di rinforzo continuativi nel tempo (non solo durante la fase “riabilitativa”).
- Attenzione ai cambiamenti di superficie, calzatura o terreno, che possono modificare improvvisamente il carico meccanico sul tendine.
- Gestione dei fattori di rischio modificabili, incluso il controllo del peso corporeo e l’attenzione a condizioni metaboliche associate.
- Non ignorare i primi segnali di rigidità o dolore lieve, intervenendo precocemente con un adattamento temporaneo del carico piuttosto che aspettando che il sintomo diventi importante.
8. Il ruolo del fisioterapista OMPT nella gestione della tendinopatia achillea
Un fisioterapista con formazione OMPT (Orthopaedic Manipulative Physical Therapy) unisce competenze di valutazione clinica approfondita, ragionamento clinico basato sull’evidenza e capacità di programmazione dell’esercizio terapeutico, elementi tutti centrali nella gestione efficace della tendinopatia achillea secondo le linee guida internazionali. Il percorso tipico che propongo in studio prevede:
- una valutazione approfondita per confermare la diagnosi, escludere condizioni concomitanti o alternative, e identificare i fattori di carico e biomeccanici rilevanti per il singolo paziente;
- l’impostazione di un programma di carico progressivo personalizzato, calibrato su fase clinica, livello di attività e obiettivi del paziente;
- un monitoraggio periodico con strumenti di outcome validati (come il VISA-A) per adattare il programma in base alla risposta individuale;
- l’educazione del paziente sulla natura della condizione e sulla gestione realistica delle aspettative;
- quando appropriato, l’integrazione con altre figure professionali (medico dello sport, ortopedico) nei casi che non rispondono al trattamento conservativo entro tempi adeguati.
9. Alimentazione, fattori metabolici e salute generale del tendine
Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse scientifico per il ruolo di fattori sistemici e nutrizionali nella salute tendinea, sebbene questo rimanga un ambito di ricerca meno consolidato rispetto a quello dell’esercizio terapeutico.
Vitamina C e collagene: alcuni studi preliminari e revisioni scoping hanno esplorato il ruolo della vitamina C nella sintesi del collagene tendineo e il potenziale beneficio dell’assunzione di gelatina o collagene idrolizzato in combinazione con vitamina C circa 30-60 minuti prima dell’esercizio, con l’obiettivo teorico di favorire la sintesi di collagene durante e dopo il carico meccanico. Le evidenze disponibili derivano principalmente da studi di laboratorio e piccoli trial pilota; mancano a oggi RCT di ampie dimensioni e alta qualità metodologica che dimostrino un beneficio clinico chiaro specificamente nella tendinopatia achillea, per cui questa strategia va considerata sperimentale e complementare, mai sostitutiva del carico progressivo.
Fattori metabolici: condizioni come il diabete mellito, la dislipidemia e l’iperuricemia sono state associate, in diversi studi osservazionali, a un’alterata qualità del collagene tendineo e a un aumentato rischio di tendinopatia, oltre che a una risposta potenzialmente più lenta al trattamento conservativo. Nei pazienti con tendinopatia achillea e comorbidità metaboliche note, un approccio integrato che coinvolga il medico di medicina generale o lo specialista di riferimento per l’ottimizzazione di questi fattori può contribuire, insieme al trattamento fisioterapico, a migliorare la prognosi complessiva.
Peso corporeo: la riduzione del peso corporeo nei pazienti in sovrappeso o obesi può ridurre il carico meccanico assoluto sul tendine durante le attività quotidiane e sportive, rappresentando quindi una componente utile, seppur non sufficiente da sola, di un piano di gestione complessivo.
Farmaci: come già ricordato, alcune classi di farmaci (in particolare i fluorochinoloni) sono associate a un aumentato rischio di tendinopatia e, in rari casi, di rottura tendinea; è opportuno segnalare al proprio medico curante un’eventuale associazione temporale tra l’assunzione di questi farmaci e l’insorgenza dei sintomi.
10. Domande frequenti
Devo fermarmi completamente dallo sport se ho una tendinopatia achillea? Nella maggior parte dei casi no. Le linee guida attuali sconsigliano il riposo assoluto prolungato, che tende ad associarsi a un peggiore recupero funzionale e a una perdita di forza del tricipite surale. È generalmente preferibile una modulazione del carico (riduzione temporanea di volume o intensità delle attività che scatenano dolore significativo) mantenendo, per quanto possibile, un livello di attività fisica generale, in parallelo all’avvio di un programma di carico progressivo specifico per il tendine.
Quanto dolore posso tollerare durante gli esercizi? Un dolore lieve-moderato durante l’esecuzione degli esercizi (indicativamente fino a un livello di 3-5 su una scala da 0 a 10) è generalmente considerato accettabile, a condizione che non peggiori progressivamente di seduta in seduta e che si risolva entro 24 ore. Un dolore che rimane elevato il giorno successivo, o che tende ad aumentare nel tempo, deve far rivalutare il carico proposto.
Il tutore, il plantare o il rialzo del tacco servono? I rialzi del tacco possono offrire un sollievo sintomatico temporaneo, riducendo l’allungamento del tendine durante la deambulazione, e possono essere utili nelle fasi più acute o dolorose. Non esistono tuttavia evidenze solide che il loro utilizzo prolungato modifichi il decorso naturale della tendinopatia o sostituisca il ruolo del carico progressivo nel favorire l’adattamento tissutale. I plantari possono avere un ruolo in casi selezionati con specifiche alterazioni biomeccaniche del piede, da valutare individualmente.
È vero che il tendine d’Achille può rompersi se continuo a fare esercizio nonostante il dolore? Il rischio di rottura in un tendine tendinopatico esiste ed è uno dei motivi per cui la valutazione clinica iniziale è importante, ma un programma di carico progressivo correttamente dosato e supervisionato non è di per sé un fattore di rischio per la rottura: al contrario, il rinforzo del tendine attraverso il carico controllato fa parte delle strategie di prevenzione. Situazioni diverse sono i casi di dolore acuto intenso, improvviso, con storia di “colpo” al polpaccio, per cui è indicata una valutazione tempestiva per escludere una rottura in atto.
Quanto tempo ci vuole per guarire completamente? Come descritto in precedenza, un miglioramento sintomatico iniziale è spesso percepibile entro alcune settimane, ma un recupero funzionale completo richiede tipicamente diversi mesi (spesso 3-6 mesi, talvolta di più nei casi cronici di lunga data). La costanza nell’esecuzione del programma di esercizio è il fattore più importante per un buon esito a lungo termine.
Le onde d’urto o le infiltrazioni di PRP possono guarire definitivamente il tendine? Sulla base delle meta-analisi più recenti e di qualità metodologica più elevata, nessuna delle due modalità ha dimostrato, negli studi randomizzati controllati, un beneficio chiaro e costante rispetto al placebo o al trattamento conservativo attivo. Possono essere considerate, in casi selezionati e dopo un’adeguata discussione con il proprio curante, come opzioni aggiuntive, ma non dovrebbero sostituire un programma di carico progressivo ben condotto.
Conclusioni
La tendinopatia achillea è una condizione complessa e spesso di lunga durata, ma la ricerca scientifica degli ultimi decenni ha chiarito in modo sempre più preciso quali strategie funzionano davvero. L’esercizio terapeutico di carico progressivo rimane, sulla base delle linee guida cliniche più aggiornate e delle meta-analisi disponibili, il pilastro del trattamento, con un livello di evidenza nettamente superiore rispetto a trattamenti passivi come onde d’urto o infiltrazioni di PRP, la cui reale efficacia rimane, allo stato attuale, non chiaramente dimostrata dagli studi randomizzati di qualità più elevata. Un percorso fisioterapico strutturato, basato su una diagnosi accurata, un programma di carico individualizzato e un’adeguata educazione del paziente, rappresenta oggi l’approccio più solido ed efficace per affrontare questa condizione.
Se soffri di dolore al tendine d’Achille e desideri una valutazione approfondita e un percorso di trattamento basato sulle evidenze scientifiche più aggiornate, puoi contattarmi allo studio di Fontaniva (via Marconi 3) o telefonicamente al numero 371 417 7384.
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Nota: la presente bibliografia riporta i riferimenti principali utilizzati nella stesura dell’articolo, tratti da linee guida cliniche, revisioni sistematiche e meta-analisi pubblicate su riviste peer-reviewed indicizzate (JOSPT, American Journal of Sports Medicine, Journal of Clinical Medicine, BMC Musculoskeletal Disorders, Journal of Sport and Health Science, tra le altre). Per approfondimenti si consiglia la consultazione diretta delle fonti originali tramite PubMed o i siti delle rispettive riviste.