Il dolore
Il dolore: definizioni, teorie e scoperte recenti
Introduzione
Per secoli il dolore è stato considerato un fenomeno semplice: uno stimolo dannoso attiva un recettore, un segnale viaggia lungo un nervo fino al cervello, e il cervello “registra” la sensazione dolorosa in proporzione al danno subito. Questo modello, di impronta cartesiana, ha dominato la medicina occidentale fino alla seconda metà del Novecento. Oggi sappiamo che è profondamente incompleto. Il dolore non è la semplice trascrizione di un danno tissutale, ma un’esperienza costruita dal sistema nervoso centrale a partire da molteplici fonti di informazione — sensoriali, emotive, cognitive, sociali, contestuali — che possono generare pain anche in assenza di lesione, o al contrario attenuare drasticamente il dolore in presenza di un danno serio.
Questo testo ripercorre l’evoluzione del concetto di dolore, dalle prime teorie neurofisiologiche del Novecento alle più recenti proposte delle neuroscienze computazionali, passando per le classificazioni cliniche aggiornate (ICD-11) e per le scoperte su base cellulare e molecolare (in particolare il ruolo della glia e della neuroinfiammazione). Il testo è basato su letteratura scientifica di riferimento — documenti dell’International Association for the Study of Pain (IASP), articoli pubblicati su riviste peer-reviewed come Pain, Current Pain and Headache Reports, Nature Reviews Neuroscience e altre — la cui bibliografia essenziale è riportata in calce.
1. La definizione di dolore: dal 1979 al 2020
Per quattro decenni, la definizione di riferimento nel campo clinico e scientifico è stata quella formulata dalla IASP nel 1979: il dolore veniva descritto come un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata a un danno tissutale reale o potenziale, oppure descritta dal paziente in termini di tale danno. Questa definizione ha avuto il merito storico di riconoscere per la prima volta, in modo ufficiale, la componente emotiva del dolore accanto a quella sensoriale, superando i modelli puramente meccanicistici. Tuttavia presentava un limite rilevante: legava strettamente il dolore alla capacità del paziente di descriverlo verbalmente, un criterio che escludeva implicitamente neonati, persone con disabilità cognitive severe, pazienti in stato di incoscienza e animali non umani.
Nel 2020, dopo un lavoro durato due anni condotto da una task force multinazionale e multidisciplinare presieduta da Srinivasa Raja della Johns Hopkins University, la IASP ha pubblicato una definizione rivista, la prima dal 1979. La nuova formulazione recita: il dolore è un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata, o simile a quella associata, a un danno tissutale reale o potenziale. La differenza rispetto alla vecchia definizione può apparire sottile, ma è concettualmente decisiva: l’espressione “o simile a quella associata” rimuove il vincolo per cui il dolore debba necessariamente accompagnarsi a un danno reale o potenziale, aprendo esplicitamente alla possibilità che il dolore compaia come esperienza autonoma, generata dal sistema nervoso centrale, anche quando non vi sia alcuna lesione in corso.
Alla definizione la task force ha affiancato sei note esplicative, che nel loro insieme costituiscono oggi il quadro concettuale di riferimento nella ricerca e nella pratica clinica:
- Il dolore è sempre un’esperienza personale, influenzata in gradi variabili da fattori biologici, psicologici e sociali.
- Dolore e attività dei nocicettori (i recettori sensoriali specializzati nel rilevare stimoli potenzialmente dannosi) sono fenomeni distinti: il dolore non può essere dedotto unicamente dall’attività dei neuroni sensoriali.
- Attraverso le proprie esperienze di vita, le persone apprendono il concetto di dolore.
- Il resoconto di una persona sulla propria esperienza di dolore dovrebbe essere rispettato come tale.
- Sebbene il dolore svolga solitamente una funzione adattativa, può avere effetti negativi sul funzionamento e sul benessere sociale e psicologico.
- La descrizione verbale è solo uno dei diversi comportamenti utilizzati per esprimere il dolore; l’incapacità di comunicare verbalmente non nega la possibilità che un essere umano o un animale non umano provi dolore.
Questa revisione ha un impatto pratico importante: legittima il dolore riferito da pazienti per i quali gli esami strumentali non mostrano alcuna anomalia — una condizione molto comune in ambito reumatologico, gastroenterologico e neurologico — e fornisce un fondamento concettuale alla nozione, sempre più centrale, di dolore come esperienza biopsicosociale piuttosto che come semplice sintomo di una lesione. Non sono mancate reazioni critiche: alcuni ricercatori e pazienti hanno osservato che una definizione, per quanto raffinata, non basta da sola a colmare le disuguaglianze ancora esistenti nella valutazione e nel trattamento del dolore, in particolare in ambito pediatrico, dove storicamente il dolore dei bambini piccoli è stato sottostimato e sottotrattato.
2. Dal dualismo cartesiano alla teoria del cancello
Per comprendere la portata delle teorie moderne è utile ripercorrere brevemente la storia concettuale del dolore. Il modello proposto da Descartes nel Seicento immaginava un filamento continuo che collegava la pelle al cervello, come una corda che, tirata a un’estremità, fa suonare un campanello all’altra: un modello lineare, proporzionale, meccanico. Questa visione, nota come teoria della specificità, ha dominato la fisiologia per secoli ed è stata affiancata, nel corso dell’Ottocento e del primo Novecento, dalla teoria dell’intensità (il dolore come risultato della sommazione di stimoli intensi su recettori non specifici).
Entrambi i modelli faticavano a spiegare fenomeni clinici comuni: perché lesioni identiche producono livelli di dolore molto diversi da persona a persona; perché soldati gravemente feriti in battaglia riferiscono talvolta dolore minimo; perché alcune persone continuano a soffrire anni dopo la guarigione completa di un tessuto; perché la distrazione, l’aspettativa o lo sfregamento della pelle vicino a una zona lesa possono ridurre il dolore percepito.
La svolta arriva nel 1965, quando Ronald Melzack e Patrick Wall pubblicano sulla rivista Science la teoria del cancello (gate control theory). Il modello proponeva che, a livello del corno dorsale del midollo spinale, esista un meccanismo di “cancello” capace di modulare il passaggio dei segnali nocicettivi verso il cervello, in base all’equilibrio tra fibre nervose di diverso calibro (le fibre di grosso calibro tendono a “chiudere il cancello”, le fibre di piccolo calibro trasmettitrici di segnali nocicettivi tendono ad “aprirlo”) e in base a segnali discendenti provenienti dal cervello stesso. Per la prima volta un modello scientifico integrava esplicitamente l’influenza di fattori centrali — attenzione, emozione, aspettativa — nella modulazione periferica del segnale doloroso. La teoria del cancello ha aperto la strada a trattamenti oggi diffusi, come la stimolazione elettrica nervosa transcutanea (TENS), e ha gettato le basi concettuali per tutte le teorie successive.
3. La teoria della neuromatrice di Melzack
Se la teoria del cancello spostava l’attenzione dal midollo spinale come semplice cavo di trasmissione a un centro di modulazione attiva, la teoria della neuromatrice, elaborata da Ronald Melzack a partire dal 1990 e formalizzata in modo compiuto nel 1999 e nel 2001, sposta definitivamente il baricentro concettuale dalla periferia al cervello.
Melzack fu spinto a elaborare questa teoria soprattutto dall’osservazione clinica del dolore da arto fantasma: pazienti che, dopo un’amputazione, continuano a percepire dolore intenso in un arto che non esiste più, e per il quale, quindi, non può esservi alcun segnale nocicettivo periferico in ingresso. Se il dolore fosse solo la trascrizione di segnali provenienti dal corpo, questo fenomeno sarebbe inspiegabile. Melzack ne trasse la conclusione che il cervello possiede una rappresentazione del corpo — quella che egli chiama “neuromatrice corpo-sé” (body-self neuromatrix) — geneticamente determinata ma continuamente modificata dall’esperienza sensoriale, capace di generare la percezione del corpo e delle sue sensazioni, dolore compreso, indipendentemente dalla presenza di un ingresso sensoriale reale.
Secondo questa teoria, la neuromatrice è una rete neurale ampiamente distribuita, che integra tre grandi dimensioni dell’esperienza:
- la dimensione sensoriale-discriminativa (dove si trova il dolore, quanto è intenso, che qualità ha — bruciante, lancinante, sordo);
- la dimensione motivazionale-affettiva (quanto è spiacevole, quanta sofferenza genera, quanto è minaccioso);
- la dimensione cognitivo-valutativa (il significato che attribuiamo al dolore, le aspettative, i ricordi, le credenze culturali).
L’output di questa rete, secondo Melzack, produce un pattern caratteristico di attività neurale che egli chiama “neurofirma” (neurosignature): è questa configurazione, e non l’ingresso sensoriale in sé, a determinare se e come proveremo dolore. La neurofirma attiva a sua volta programmi percettivi, comportamentali e neuroendocrini — inclusa la risposta allo stress, mediata dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene — che Melzack considerava strettamente intrecciati con la cronicizzazione del dolore.
Nella sua formulazione più recente, elaborata con Joel Katz, la neuromatrice viene descritta come una rete di circuiti che collegano talamo, corteccia e sistema limbico, capace di generare cicli continui di elaborazione e retroazione; porzioni specializzate della rete, dette neuromoduli, processano informazioni specifiche (temperatura, lesione, arousal) e contribuiscono “sotto-firme” che si sommano alla firma neurale complessiva. Ricerche successive hanno identificato la corteccia cingolata anteriore come una delle strutture centrali di questa rete, in particolare per la componente affettiva del dolore.
La teoria della neuromatrice ha avuto un’influenza enorme sulla pratica clinica: ha contribuito a spostare l’attenzione terapeutica dal tessuto periferico presunto “danneggiato” alla rassicurazione del paziente sull’assenza di pericolo strutturale, all’esposizione graduale a movimenti temuti, e a interventi orientati a “ricalibrare” la neuromatrice piuttosto che a “riparare” un tessuto. Non è tuttavia priva di critiche. Alcuni autori sostengono che si tratti più di un dispositivo concettuale utile a livello divulgativo che di una teoria neuroscientificamente falsificabile in senso stretto, e che l’idea di un ingresso nocicettivo “non necessario” per l’esperienza di dolore, per quanto vera in casi estremi come l’arto fantasma, rischi di essere generalizzata in modo eccessivo rispetto alla maggioranza dei casi clinici, in cui l’attivazione nocicettiva periferica resta comunque un contributo rilevante. Il dibattito è tuttora aperto e costituisce oggi uno dei terreni di confronto più vivaci nella filosofia e teoria del dolore.
4. Oltre la “pain matrix”: le neuroscienze contemporanee
Nei primi anni 2000, la disponibilità di tecniche di neuroimmagine funzionale (fMRI, PET, EEG/MEG) ha permesso di osservare, in soggetti vivi, quali aree cerebrali si attivano durante l’esperienza di dolore. Le regioni più consistentemente coinvolte includono la corteccia somatosensoriale primaria e secondaria, l’insula, la corteccia cingolata anteriore, il talamo e la corteccia prefrontale. Questo insieme di strutture è stato inizialmente etichettato come “pain matrix” (matrice del dolore), un termine che ha goduto di grande popolarità mediatica e scientifica.
Col tempo, però, la ricerca ha mostrato che nessuna di queste regioni è specifica per il dolore: le stesse aree si attivano in risposta a stimoli salienti di natura diversa (un suono forte e inatteso, un’immagine emotivamente intensa, una minaccia sociale), e l’attivazione della “pain matrix” non permette di distinguere in modo affidabile un’esperienza di dolore da altre esperienze saillenti o spiacevoli. Per questo motivo la comunità scientifica ha in gran parte abbandonato il termine “pain matrix” come sinonimo di “area cerebrale del dolore”, riconoscendo che non esiste una “corteccia del dolore” unitaria, così come non esiste per nessun’altra modalità percettiva complessa.
Una risposta a questo problema è arrivata dallo sviluppo di tecniche di neuroimaging multivariato basate su machine learning. Il gruppo di Tor Wager ha sviluppato la cosiddetta Neurologic Pain Signature (NPS), un pattern distribuito di attività cerebrale, ricavato tramite apprendimento automatico su dati di fMRI, capace di predire con accuratezza elevata l’intensità del dolore percepito da uno stimolo nocicettivo termico in soggetti sani, e di distinguere il dolore fisico da altre forme di sofferenza (per esempio il dolore sociale legato al rifiuto). Questo approccio rappresenta un salto qualitativo rispetto alla semplice localizzazione anatomica: non si cerca più “dove” avviene il dolore nel cervello, ma quale “pattern” distribuito di attivazione lo caratterizza in modo affidabile, un pattern che può essere usato come biomarcatore neurale oggettivo, per quanto ancora sperimentale e non sostitutivo del resoconto soggettivo del paziente.
4.1 Il cervello come organo predittivo: le teorie bayesiane del dolore
Negli ultimi dieci anni si è affermato un ulteriore cambio di paradigma, che affianca e in parte integra la teoria della neuromatrice: l’idea che il cervello non sia un dispositivo passivo che riceve e registra informazioni sensoriali, ma un motore attivo di previsione, che genera continuamente modelli interni del mondo e del corpo e li confronta con gli ingressi sensoriali in arrivo, aggiornandoli quando emergono discrepanze (i cosiddetti “errori di previsione”). Questo quadro teorico, noto come “cervello bayesiano” o “codifica predittiva” (predictive coding), è stato applicato con crescente sistematicità alla comprensione del dolore.
Secondo questo modello, l’intensità e la qualità del dolore percepito dipendono dall’interazione tra due componenti: l’ingresso sensoriale nocicettivo che arriva dal basso (bottom-up) e le aspettative, i ricordi e le credenze pregresse che discendono dall’alto (top-down), rappresentate come “priori” in senso statistico. Il cervello pesa questi due contributi in base alla loro affidabilità stimata (la loro “precisione”): quando le aspettative sono molto forti o molto certe, possono dominare sull’ingresso sensoriale effettivo, spiegando fenomeni come l’effetto placebo (l’aspettativa di sollievo riduce il dolore percepito indipendentemente da un reale intervento farmacologico) e l’effetto nocebo (l’aspettativa di dolore lo amplifica). Diversi studi hanno testato sperimentalmente queste previsioni utilizzando paradigmi in cui ai soggetti vengono fornite informazioni ingannevoli sull’intensità di uno stimolo termico o elettrico in arrivo, osservando come la percezione del dolore si sposti sistematicamente verso l’aspettativa indotta.
Un filone di ricerca correlato applica al dolore la teoria dell'”emozione costruita” (constructed emotion), secondo cui anche il dolore, come altre emozioni, sarebbe il prodotto di un processo generativo bayesiano piuttosto che il semplice riconoscimento di un segnale predefinito: il cervello “costruisce” l’esperienza di dolore integrando categorie concettuali apprese, stato interno del corpo (interocezione) e contesto. Le revisioni più recenti sottolineano tuttavia che la relazione tra “ampiezza” e “precisione” delle aspettative e l’effettivo impatto sul dolore percepito non è sempre lineare: alcuni studi sperimentali non confermano che aspettative più forti o più certe producano sempre effetti analgesici o iperalgesici proporzionalmente maggiori, e una recente metanalisi non ha trovato un’influenza coerente del grado di incertezza sul dolore riportato. Questo indica che il modello bayesiano, pur fornendo un framework matematico elegante e generativo di ipotesi verificabili, è ancora in fase di raffinamento empirico.
Un ulteriore sviluppo di questo filone riguarda i modelli di apprendimento per rinforzo (reinforcement learning) applicati al dolore: in questa prospettiva, il dolore non è solo una previsione da aggiornare, ma un segnale che guida l’azione — il cervello impara continuamente quali azioni riducono la minaccia percepita per il corpo, in un ciclo chiuso di previsione, azione e nuova previsione. Le due famiglie di modelli, bayesiano e di apprendimento per rinforzo, vengono oggi considerate complementari più che alternative, ciascuna capace di spiegare aspetti diversi del comportamento adattivo legato al dolore.
5. I tre (o quattro) meccanismi del dolore: nocicettivo, neuropatico, nociplastico
Una delle innovazioni più rilevanti degli ultimi dieci anni riguarda la classificazione clinica del dolore in base al meccanismo fisiopatologico sottostante, piuttosto che in base alla sola sede anatomica o alla durata.
Dolore nocicettivo. È definito dalla IASP come il dolore che origina da un danno reale o minacciato a un tessuto non neurale ed è dovuto all’attivazione dei nocicettori, ossia dei recettori sensoriali specializzati nel rilevare stimoli meccanici, termici o chimici potenzialmente dannosi. È il tipo di dolore più “classico”: una scottatura, una frattura, un’infiammazione articolare. In questo caso il dolore è generalmente proporzionato all’estensione e alla natura del danno tissutale.
Dolore neuropatico. È definito come il dolore causato da una lesione o da una malattia del sistema somatosensoriale stesso — per esempio una neuropatia diabetica, una nevralgia posterpetica, una lesione del midollo spinale, o il dolore che segue un ictus quando colpisce le vie somatosensoriali. In questo caso non è il tessuto periferico “non neurale” a essere danneggiato, ma il sistema che dovrebbe trasmettere l’informazione sensoriale stessa, che genera quindi segnali dolorosi aberranti. Nel 2016 un gruppo di esperti guidato da Nanna Finnerup ha pubblicato un sistema di gradazione aggiornato (grading system) per la diagnosi di dolore neuropatico, distinguendo tra dolore neuropatico “possibile”, “probabile” e “definito” sulla base di criteri clinici e strumentali.
Dolore nociplastico. È la novità più significativa dell’ultimo decennio. Introdotto ufficialmente dalla IASP nel 2017 come terzo descrittore meccanicistico, il dolore nociplastico viene definito come un dolore che origina da un’alterazione della nocicezione, pur in assenza di prove chiare di un danno tissutale reale o minacciato tale da attivare i nocicettori periferici, e in assenza di una malattia o lesione del sistema somatosensoriale che possa spiegare il dolore. In pratica, si tratta di condizioni in cui il sistema nervoso centrale elabora ed amplifica i segnali dolorosi in modo abnorme, anche a fronte di un input periferico normale o assente: fibromialgia, sindrome dell’intestino irritabile, cistite interstiziale, alcune forme di lombalgia cronica, di cefalea cronica e di dolore pelvico cronico sono gli esempi più studiati.
Il razionale dietro questa nuova categoria nasce dall’osservazione — supportata da evidenze crescenti — che in queste condizioni si osservano sensibilizzazione dei neuroni spinali, alterazioni della modulazione discendente endogena del dolore (in particolare una ridotta efficacia dei meccanismi inibitori discendenti, misurabile con test come la “conditioned pain modulation”) e modifiche strutturali e funzionali delle reti corticali coinvolte nell’elaborazione del dolore. È importante sottolineare — come chiarito dagli stessi estensori del concetto — che il dolore nociplastico non è sinonimo di “sensibilizzazione centrale”: quest’ultima è considerata uno dei meccanismi rilevanti ma non l’unico, e il termine nociplastico resta, allo stato attuale, un’etichetta di ipotesi meccanicistica piuttosto che una diagnosi confermata da un marcatore biologico definitivo.
Nel 2021 un gruppo di lavoro guidato da Eva Kosek ha pubblicato criteri operativi per identificare il dolore nociplastico a livello del sistema muscoloscheletrico, che richiedono contemporaneamente: una durata del dolore superiore a tre mesi; una distribuzione regionale, multifocale o diffusa piuttosto che localizzata in modo discreto; l’impossibilità di spiegare interamente il dolore con meccanismi nocicettivi o neuropatici; e la presenza di segni clinici di ipersensibilità dolorosa (allodinia, ovvero dolore evocato da stimoli normalmente non dolorosi, e iperalgesia, ovvero una risposta dolorosa amplificata a stimoli dolorosi) nella regione interessata. Studi di validazione sul campo hanno confermato che l’applicazione sistematica di questi criteri migliora l’accuratezza diagnostica rispetto a un giudizio clinico non strutturato.
Va segnalato che nella pratica clinica i tre meccanismi raramente si presentano in forma “pura”: è oggi ampiamente riconosciuto che meccanismi nocicettivi, neuropatici e nociplastici possano coesistere nello stesso paziente (per esempio in un’artrosi avanzata con componente di sensibilizzazione centrale sovrapposta), dando origine a quello che alcuni clinici definiscono informalmente “dolore misto”, termine di uso crescente ma non ancora formalmente adottato dalla IASP come descrittore ufficiale.
6. La classificazione del dolore cronico nell’ICD-11
Un secondo, importante aggiornamento clinico riguarda il modo in cui il dolore cronico viene classificato a livello internazionale. Fino alla revisione precedente delle classificazioni diagnostiche, il dolore cronico compariva nell’ICD in modo frammentario, disperso in categorie diverse e spesso privo di criteri diagnostici operativi chiari, con la conseguenza che molti pazienti ricevevano diagnosi generiche prive di reale valore clinico o statistico.
Per rispondere a questo problema, la IASP ha costituito, a partire dal 2013, una task force internazionale che ha lavorato per sei anni, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, alla costruzione di un nuovo capitolo dedicato al dolore cronico all’interno dell’undicesima revisione dell’International Classification of Diseases (ICD-11), entrata ufficialmente in vigore nel gennaio 2022. Il dolore cronico viene definito, in modo operativo, come un dolore che persiste o si ripresenta per più di tre mesi. Il nuovo capitolo, identificato dal codice “MG30”, suddivide il dolore cronico in sette categorie principali:
- Dolore cronico primario: dolore in una o più regioni anatomiche caratterizzato da una significativa sofferenza emotiva o interferenza funzionale, e che non è meglio spiegato da un’altra condizione di dolore cronico. È la categoria concettualmente più innovativa: per la prima volta il dolore stesso — e non una presunta causa sottostante — viene riconosciuto come una malattia a sé stante, superando la logica dualistica per cui il dolore doveva essere sempre “spiegato” da una causa organica o, in alternativa, etichettato come psicogeno. Fibromialgia, lombalgia cronica primaria e sindrome dell’intestino irritabile rientrano tipicamente in questa categoria.
- Dolore cronico oncologico (chronic cancer-related pain): dolore causato dal tumore stesso o dai trattamenti oncologici (chemioterapia, radioterapia, chirurgia).
- Dolore cronico post-chirurgico e post-traumatico.
- Dolore cronico neuropatico.
- Cefalea cronica secondaria e dolore orofacciale cronico.
- Dolore cronico viscerale secondario.
- Dolore cronico muscoloscheletrico secondario.
Ogni categoria è a sua volta suddivisa in oltre cento diagnosi specifiche, ciascuna definita da criteri operativi (cinque-sette criteri per diagnosi), e il sistema consente la cosiddetta “genitorialità multipla” (multiple parenting), ossia la possibilità che una stessa condizione — per esempio una polineuropatia dolorosa indotta da chemioterapia — venga classificata contemporaneamente sotto più categorie pertinenti (in questo caso sia come dolore oncologico sia come dolore neuropatico). Il sistema prevede inoltre codici di estensione opzionali per registrare, accanto alla diagnosi principale, parametri quali l’intensità del dolore, il suo impatto funzionale e la presenza di fattori psicosociali rilevanti.
Studi di validazione condotti in centri specialistici su diversi continenti hanno confermato che le sette categorie sono in gran parte esaustive e reciprocamente escludenti, sebbene siano stati sviluppati anche strumenti digitali di supporto alla decisione clinica (come l’algoritmo CAL-CP) che, in studi sperimentali, hanno mostrato di migliorare l’accuratezza diagnostica rispetto alla semplice consultazione manuale della classificazione, specialmente nei casi clinici più complessi.
L’introduzione di questa classificazione ha importanti ricadute pratiche: consente per la prima volta una raccolta sistematica di dati epidemiologici sul dolore cronico a livello mondiale, informa le politiche sanitarie e l’allocazione delle risorse, e fornisce una base comune per la ricerca clinica, superando la frammentazione terminologica che per decenni ha ostacolato il confronto tra studi differenti.
7. La sensibilizzazione: periferica e centrale
Un concetto trasversale a molte delle teorie sopra descritte è quello di sensibilizzazione, ossia l’aumento della responsività del sistema nervoso agli stimoli, che può avvenire a diversi livelli.
La sensibilizzazione periferica riguarda i nocicettori stessi: dopo un danno tissutale o un’infiammazione, la soglia di attivazione dei nocicettori si abbassa e la loro risposta agli stimoli aumenta, mediata da una “zuppa infiammatoria” di mediatori chimici (prostaglandine, bradichinina, istamina, fattore di crescita nervoso, citochine) rilasciati dalle cellule danneggiate e dalle cellule immunitarie locali. È il meccanismo che spiega, per esempio, perché la pelle intorno a un’ustione diventa dolorosa anche al minimo sfioramento.
La sensibilizzazione centrale riguarda invece i neuroni del corno dorsale del midollo spinale e, in senso più ampio, i circuiti sovraspinali coinvolti nell’elaborazione del dolore. Consiste in un aumento dell’eccitabilità e della responsività di questi neuroni a un ingresso afferente normale o sub-soglia, spesso mediato da fenomeni di potenziamento sinaptico a lungo termine analoghi a quelli implicati nei meccanismi di memoria e apprendimento, da alterazioni nella trasmissione inibitoria mediata da GABA e glicina, e — come vedremo nel prossimo paragrafo — da un contributo attivo delle cellule gliali. Questo meccanismo spiega clinicamente fenomeni come l’allodinia (dolore evocato da stimoli non nocicettivi, per esempio un leggero tocco) e l’iperalgesia secondaria (dolore amplificato in aree distanti dalla sede della lesione originaria), ed è oggi considerato uno dei principali substrati biologici della cronicizzazione del dolore, ossia del passaggio da un dolore acuto, protettivo e transitorio, a un dolore cronico che persiste ben oltre la guarigione dei tessuti e perde la propria funzione adattativa.
8. Il ruolo emergente della glia e della neuroinfiammazione
Una delle aree di ricerca più attive dell’ultimo decennio riguarda il contributo delle cellule gliali — a lungo considerate mero “tessuto di supporto” dei neuroni — nella genesi e nel mantenimento del dolore cronico. Studi preclinici e, in misura crescente, clinici hanno mostrato che microglia, astrociti e cellule gliali satelliti (queste ultime localizzate nei gangli sensoriali periferici) non sono spettatori passivi ma partecipano attivamente ai circuiti del dolore.
Dopo una lesione nervosa o tissutale, la microglia del midollo spinale si attiva, cambia morfologia e rilascia mediatori come il fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF), l’interleuchina-1 beta e il fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-alfa). Questi mediatori alterano l’omeostasi del cloro nei neuroni del corno dorsale, riducendo l’efficacia della trasmissione inibitoria e contribuendo così alla disinibizione e alla sensibilizzazione centrale. Parallelamente, gli astrociti, quando attivati, mostrano un’alterata capacità di ricaptazione del glutammato (attraverso il trasportatore EAAT2) e un aumentato rilascio di chemochine come CXCL1 e di ATP, entrambi fattori che favoriscono l’eccitabilità neuronale. Studi recenti hanno inoltre distinto due fenotipi funzionalmente diversi di astrociti reattivi, denominati A1 e A2, con ruoli differenti — e in parte opposti — nella neuroinfiammazione associata al dolore cronico.
A livello periferico, nei gangli delle radici dorsali, le cellule gliali satelliti si accoppiano tramite giunzioni comunicanti (in particolare mediante la connessina 43), un fenomeno che contribuisce all’ipereccitabilità dei neuroni sensoriali e che è stato implicato sia nel dolore neuropatico sia nel dolore orofacciale cronico.
Questo insieme di scoperte ha portato alcuni ricercatori a proporre che la neuroinfiammazione, intesa come un fenomeno che coinvolge congiuntamente glia e sistema immunitario, rappresenti un “filo conduttore” comune capace di spiegare non solo l’ipersensibilità dolorosa caratteristica del dolore cronico, ma anche le comorbidità cognitive ed emotive che tipicamente lo accompagnano — affaticamento, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, sintomi depressivi e ansiosi — suggerendo un substrato biologico condiviso tra dolore cronico e alcuni disturbi dell’umore. Sul piano terapeutico, questa linea di ricerca ha stimolato lo sviluppo sperimentale di molecole dirette contro bersagli specifici della segnalazione gliale, tra cui antagonisti dei recettori purinergici P2X4 e del recettore Toll-like 4 (TLR4), oltre ad approcci più recenti basati sulla riprogrammazione metabolica delle cellule gliali, sulla terapia con esosomi e sulla neuromodulazione mirata. Si tratta, va precisato, per lo più di approcci ancora in fase preclinica o nelle prime fasi di sperimentazione clinica, e non di terapie già disponibili nella pratica corrente.
9. Il modello biopsicosociale e le differenze individuali
Parallelamente ai progressi nelle neuroscienze di base, si è consolidato — anche grazie alla nuova definizione IASP e alla nuova classificazione ICD-11, entrambe esplicitamente ispirate a questo quadro — il modello biopsicosociale del dolore, proposto in origine da George Engel per la medicina in generale e successivamente applicato in modo sistematico al dolore da autori come Gordon Waddell e John Loeser. Questo modello considera il dolore come il prodotto dell’interazione dinamica fra fattori biologici (nocicezione, genetica, stato infiammatorio), fattori psicologici (catastrofizzazione, paura del movimento, stato dell’umore, strategie di coping) e fattori sociali (supporto familiare, contesto lavorativo, credenze culturali, accesso alle cure). Il modello non nega la componente biologica del dolore, ma rifiuta l’idea che essa sia sufficiente da sola a spiegarne l’intensità e la persistenza, specialmente nelle condizioni croniche.
Un ambito di ricerca in forte espansione riguarda le differenze individuali nella sensibilità e nella vulnerabilità al dolore cronico. Sono oggi documentate differenze legate al sesso biologico — le donne mostrano, in media, soglie di dolore sperimentale più basse e una maggiore prevalenza di numerose condizioni di dolore cronico, tra cui emicrania, fibromialgia e disturbi temporomandibolari, con meccanismi ipotizzati che includono l’influenza degli ormoni sessuali sulla segnalazione immunitaria e gliale — così come varianti genetiche che modulano la sensibilità nocicettiva (per esempio polimorfismi nei geni che codificano canali del sodio come Nav1.7, la cui mutazione può causare sia insensibilità congenita al dolore sia sindromi di dolore estremo) e fattori epigenetici, capaci di modificare in modo duraturo l’espressione genica in risposta a esperienze precoci di stress o dolore, con potenziali conseguenze sulla vulnerabilità alla cronicizzazione nell’età adulta.
10. Placebo, nocebo e il potere delle aspettative
Le teorie predittive del dolore, discusse al paragrafo 4, hanno trovato una delle loro conferme più solide proprio nello studio sistematico dell’effetto placebo e del suo speculare, l’effetto nocebo. La ricerca condotta in particolare dal gruppo di Fabrizio Benedetti ha mostrato che l’analgesia da placebo non è un semplice artefatto psicologico, ma coinvolge meccanismi neurobiologici misurabili: l’aspettativa di sollievo attiva i sistemi oppioidi endogeni e i circuiti di modulazione discendente del dolore, con effetti bloccabili farmacologicamente da antagonisti oppioidi come il naloxone in alcuni contesti sperimentali. Specularmente, l’aspettativa di un peggioramento del dolore (effetto nocebo) può attivare vie neurobiologiche distinte, mediate in parte dalla colecistochinina, e produrre un aumento reale e misurabile del dolore percepito.
Questi risultati hanno importanti implicazioni cliniche: il modo in cui un operatore sanitario comunica una diagnosi, una prognosi o gli effetti attesi di una terapia può modulare, in modo neurobiologicamente reale, l’esperienza di dolore del paziente, indipendentemente dall’efficacia farmacologica intrinseca del trattamento. Questo non significa che il dolore sia “immaginario” — è anzi vero l’esatto opposto, dato che il dolore modulato da aspettative resta un’esperienza neurofisiologicamente reale — ma sottolinea quanto il contesto relazionale e comunicativo sia parte integrante, e non semplicemente accessoria, della cura del dolore.
11. Implicazioni terapeutiche delle nuove teorie
L’insieme delle acquisizioni descritte ha prodotto un cambiamento significativo nell’approccio terapeutico al dolore cronico, in particolare per le forme a prevalente componente nociplastica. Gli approcci oggi maggiormente sostenuti dalla letteratura includono:
- L’educazione al dolore (pain neuroscience education), un intervento che mira a spiegare al paziente, in termini accessibili, i meccanismi di sensibilizzazione centrale e la natura protettiva ma talvolta disfunzionale del dolore, con l’obiettivo di ridurre la paura del movimento e la catastrofizzazione, entrambe associate a una maggiore cronicizzazione.
- La terapia dell’esposizione graduale e l’esercizio fisico progressivo, volti a “ricalibrare” le previsioni di minaccia associate al movimento, in linea con i modelli predittivi discussi al paragrafo 4.
- Gli interventi psicologici basati sull’evidenza, in particolare la terapia cognitivo-comportamentale e la terapia di accettazione e impegno (ACT), oggi raccomandati come componente standard nella gestione del dolore cronico, non perché il dolore sia “psicologico” nel senso di immaginario, ma perché i fattori cognitivi ed emotivi modulano concretamente i circuiti neurali della nocicezione.
- La neuromodulazione, che comprende tecniche invasive (stimolazione del midollo spinale, stimolazione cerebrale profonda) e non invasive (stimolazione magnetica transcranica, stimolazione transcranica a corrente diretta), impiegate soprattutto nelle forme di dolore neuropatico e nociplastico refrattarie ai trattamenti standard.
- Approcci farmacologici mirati ai meccanismi, con un progressivo allontanamento dall’uso indiscriminato di oppioidi — riconosciuti oggi come poco efficaci e potenzialmente dannosi nel dolore nociplastico cronico — a favore di farmaci che agiscono su bersagli più specifici della sensibilizzazione centrale (per esempio gabapentinoidi, duloxetina) o, in fase di ricerca avanzata, su bersagli della segnalazione gliale e neuroimmunitaria descritti al paragrafo 8.
12. Conclusioni
Il campo di studio del dolore ha attraversato, negli ultimi sessant’anni, una trasformazione concettuale profonda: da fenomeno lineare e proporzionale al danno tissutale, a esperienza multidimensionale generata attivamente dal sistema nervoso centrale, modulata da meccanismi periferici e centrali, da processi predittivi e da fattori psicologici e sociali. La revisione della definizione IASP nel 2020, l’introduzione del descrittore di dolore nociplastico nel 2017, la nuova classificazione del dolore cronico nell’ICD-11 e le scoperte sul ruolo della glia e della neuroinfiammazione rappresentano, nel loro insieme, i tasselli più recenti di questa evoluzione. Resta tuttavia ancora molta strada da percorrere: non esistono biomarcatori oggettivi del dolore validati per l’uso clinico di routine, i meccanismi che determinano la transizione da dolore acuto a dolore cronico restano solo parzialmente compresi, e l’accesso a cure adeguate per il dolore cronico rimane, a livello globale, profondamente diseguale. Le teorie qui presentate condividono comunque un messaggio di fondo, oggi considerato acquisito dalla comunità scientifica: il dolore, per quanto sempre reale per chi lo prova, non può mai essere ridotto alla sola lesione biologica che lo ha eventualmente originato.
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Nota: la bibliografia qui riportata comprende i lavori fondativi e le principali fonti secondarie (revisioni sistematiche e documenti ufficiali IASP) utilizzati per la stesura del testo. Per approfondimenti aggiornati si raccomanda la consultazione diretta del sito iasp-pain.org e della rivista Pain.