Gli splint in termoplastico nella riabilitazione di mano e polso: principi, evidenze e applicazioni cliniche

Gli splint in termoplastico nella riabilitazione di mano e polso: principi, evidenze scientifiche e applicazioni cliniche

Dott. Samuele Trentin – Fisioterapista OMPT Via Marconi 3, Fontaniva (Padova)


Introduzione

Nella pratica quotidiana della riabilitazione della mano e del polso, pochi strumenti hanno un impatto così diretto e misurabile sull’esito funzionale del paziente quanto l’ortesi, comunemente chiamata “splint”. Che si tratti di proteggere una riparazione tendinea nelle prime settimane post-chirurgiche, di correggere progressivamente una rigidità articolare, di scaricare un’articolazione dolorosa nell’osteoartrosi o di favorire il riposo di una struttura infiammata come nella tenosinovite di De Quervain, lo splint rappresenta un anello imprescindibile della catena terapeutica.

Tra i materiali disponibili, il termoplastico a bassa temperatura di fusione occupa da decenni un ruolo centrale nella terapia della mano (hand therapy), grazie alla possibilità di essere modellato direttamente sul paziente, personalizzato in ogni dettaglio anatomico e adattato nel tempo all’evoluzione clinica. Non si tratta di un semplice “tutore prêt-à-porter”, ma di un dispositivo costruito su misura, il cui disegno, la cui angolazione e la cui rigidità sono il risultato di un ragionamento clinico specifico, fondato sulla biomeccanica articolare, sulla fase di guarigione tissutale e sugli obiettivi funzionali del singolo paziente.

Questo articolo si propone di offrire una panoramica aggiornata, basata sulla letteratura scientifica più recente, sull’uso degli splint in termoplastico per la riabilitazione di mano e polso: dai principi fisici e biomeccanici dei materiali, alla classificazione clinica, fino alle evidenze disponibili per le principali condizioni trattate — lesioni tendinee, fratture del radio distale, sindrome del tunnel carpale, tenosinovite di De Quervain, rizoartrosi del pollice, malattia di Dupuytren e patologie neurologiche. Un’attenzione particolare sarà dedicata anche a un tema spesso sottovalutato ma cruciale per l’efficacia clinica: l’aderenza del paziente al trattamento ortesico.


1. Che cos’è uno splint in termoplastico

Il termine “termoplastico” indica una famiglia di polimeri che, se riscaldati a temperature relativamente basse (generalmente tra 60 e 80°C, in acqua calda o con pistola termica), diventano malleabili e possono essere modellati manualmente direttamente sul segmento corporeo del paziente. Una volta raffreddati, il materiale si irrigidisce, mantenendo la forma impressa e restituendo un dispositivo su misura, perfettamente aderente all’anatomia individuale.

Questa caratteristica distingue nettamente lo splint termoplastico dal gesso tradizionale e dalle ortesi prefabbricate: mentre il gesso richiede una reazione chimica di indurimento non reversibile, e i prodotti prefabbricati offrono un adattamento generico basato su misure standard, il termoplastico può essere rimosso, ammorbidito nuovamente e rimodellato più volte nel corso del trattamento, consentendo aggiustamenti progressivi in funzione della riduzione dell’edema, del recupero articolare o della necessità di modificare gradualmente un angolo di immobilizzazione (come avviene, ad esempio, negli splint seriali statici per la correzione delle rigidità in flessione o estensione).

1.1 Composizione e proprietà dei materiali

I termoplastici utilizzati in terapia della mano si dividono principalmente in due grandi famiglie chimiche:

  • Poliesteri termoplastici (poli-caprolattone): materiali con memoria di forma limitata, elevata resistenza e minore elasticità durante il modellaggio; tendono a “irrigidirsi” più rapidamente durante il raffreddamento, offrendo tempi di lavoro più brevi ma maggiore precisione nei bordi e nei dettagli.
  • Gomme sintetiche (polimeri a base di gomma): caratterizzate da un’elevata memoria elastica, maggiore resistenza allo stiramento durante il modellaggio e capacità di “auto-adescamento” (self-sealing) quando le superfici calde vengono unite; risultano generalmente più indicate per gli splint circonferenziali e per i pazienti con cute fragile, poiché consentono una manipolazione più dolce e progressiva.

A queste caratteristiche chimiche si aggiungono proprietà fisiche che il clinico deve conoscere e saper scegliere in base al contesto:

  • Memoria termica: la capacità del materiale di “ricordare” la sua forma piatta originale quando riscaldato, utile per la correzione di errori di modellaggio.
  • Resistenza allo stiramento (drape): la tendenza del materiale, una volta riscaldato, ad assecondare la forza di gravità e a modellarsi sui contorni corporei con la minima manipolazione manuale, riducendo lo stress meccanico sui tessuti sottostanti (particolarmente rilevante in fase post-chirurgica acuta o in presenza di edema).
  • Rigidità finale: la resistenza meccanica del materiale una volta raffreddato, che condiziona la capacità dello splint di contrastare le forze deformanti (ad esempio nella correzione di una contrattura) o, al contrario, la necessità di un materiale più leggero e confortevole per un uso prolungato.
  • Perforazione: la presenza di fori, in percentuali variabili (dal 1% fino al 42% della superficie), che migliora la traspirazione cutanea e riduce il peso del dispositivo, a scapito, in alcuni casi, della resistenza strutturale.
  • Spessore: generalmente compreso tra 1,6 e 3,2 mm; spessori maggiori sono utilizzati per articolazioni sottoposte a carichi meccanici più elevati (polso, gomito), mentre spessori sottili sono preferiti per le piccole articolazioni delle dita.

La scelta del materiale non è quindi mai casuale, ma frutto di un ragionamento che integra la sede anatomica, la fase di guarigione tissutale, il livello di attività del paziente e persino le sue caratteristiche cutanee (fragilità, presenza di innesti, sensibilità alterata).

1.2 Il processo di realizzazione

La confezione di uno splint su misura segue generalmente queste fasi:

  1. Valutazione clinica: analisi della diagnosi, della fase di guarigione tissutale, dell’articolarità residua, della presenza di edema, dolore o alterazioni sensitive, e definizione dell’obiettivo terapeutico dello splint (immobilizzazione, protezione, correzione, sostituzione funzionale).
  2. Disegno del pattern: tracciamento su carta o materiale flessibile della sagoma dello splint, basato su reperi anatomici precisi (pieghe cutanee, capi articolari, decorso tendineo).
  3. Riscaldamento e modellaggio: il foglio di termoplastico viene riscaldato fino a raggiungere la temperatura di lavorabilità e applicato direttamente sul paziente (o su un modello), modellandolo con pressione controllata per evitare punti di iperpressione, specialmente sui reperi ossei.
  4. Rifinitura: i bordi vengono arrotondati e levigati, vengono applicati sistemi di chiusura (velcro, cinghie), imbottiture nei punti di contatto critico ed eventuali componenti dinamiche (elastici, molle).
  5. Verifica funzionale: controllo della posizione articolare, dei punti di pressione, della libertà di movimento delle articolazioni non coinvolte e dell’effettiva efficacia biomeccanica del dispositivo.
  6. Educazione del paziente: istruzioni scritte e verbali su tempi di utilizzo, modalità di rimozione per l’igiene, segnali di allarme (dolore, formicolio, cambiamento di colore cutaneo) e programma di follow-up.

Questo processo richiede competenze specifiche di terapia della mano, motivo per cui, nei sistemi sanitari più strutturati, la realizzazione di splint complessi è affidata a professionisti con formazione dedicata (fisioterapisti o terapisti occupazionali specializzati in “hand therapy”, spesso certificati come Certified Hand Therapist).

1.3 Criteri di scelta del materiale nella pratica clinica

Nella scelta pratica del foglio termoplastico più adatto, il clinico esperto tiene conto di una serie di variabili che vanno oltre la semplice disponibilità in magazzino. Un materiale ad alta memoria elastica e resistenza allo stiramento risulta preferibile, ad esempio, quando si debba realizzare uno splint circonferenziale complesso su un polso con edema post-traumatico importante, poiché consente movimenti di modellaggio più lenti e correttivi senza il rischio di assottigliamento eccessivo del materiale nei punti di maggiore trazione. Al contrario, un materiale a bassa memoria elastica e maggiore rigidità intrinseca risulta più indicato per la realizzazione rapida di uno splint semplice, ad esempio uno splint volare da polso in un paziente collaborante, dove la precisione dei bordi e la velocità di esecuzione sono prioritarie rispetto alla necessità di correzioni ripetute.

Anche la temperatura di attivazione merita attenzione clinica: materiali che si attivano a temperature più basse (attorno ai 60°C) risultano generalmente più sicuri e confortevoli quando lo splint viene modellato a diretto contatto con la cute di pazienti particolarmente sensibili al calore, come i bambini, gli anziani o i soggetti con alterazioni della sensibilità cutanea, mentre materiali che richiedono temperature di attivazione leggermente più elevate offrono in genere tempi di lavorabilità più lunghi, utili nella realizzazione di dispositivi complessi che richiedono più fasi di modellaggio successive.

Un ulteriore parametro pratico riguarda la finitura superficiale del materiale, disponibile in versione liscia, semi-ruvida o rivestita con strati adesivi (coating) che ne facilitano la manipolazione durante il modellaggio, riducendo il rischio che le dita del terapista lascino impronte indesiderate sulla superficie dello splint durante la fase di raffreddamento. Nella scelta finale, il terapista esperto integra dunque conoscenze di scienza dei materiali con l’esperienza clinica accumulata, adattando la selezione al singolo paziente piuttosto che affidandosi a un protocollo standardizzato e uguale per tutti i casi.


2. Classificazione degli splint

Comprendere la classificazione degli splint è essenziale per orientarsi nella letteratura scientifica e nella pratica clinica, poiché il termine “splint” comprende dispositivi molto diversi tra loro per finalità, biomeccanica e modalità di prescrizione.

2.1 In base alla funzione biomeccanica

  • Splint statici: non presentano componenti mobili e mantengono l’articolazione in una posizione fissa. Sono utilizzati per l’immobilizzazione protettiva (ad esempio dopo una riparazione tendinea o una frattura), per il riposo articolare in fase infiammatoria acuta, o come splint di posizionamento notturno.
  • Splint statici progressivi (o seriali statici): mantengono l’articolazione in posizione fissa ma vengono rimodellati periodicamente per aumentare progressivamente l’escursione articolare, sfruttando il fenomeno del “creep” tissutale (deformazione plastica progressiva del tessuto connettivo sottoposto a stress prolungato a bassa intensità), utile nel trattamento delle rigidità articolari da immobilizzazione prolungata o da retrazione cicatriziale.
  • Splint dinamici: incorporano componenti mobili (elastici, molle, cavi) che applicano una forza di trazione continua e a bassa intensità su un’articolazione rigida, permettendo al contempo un certo grado di movimento attivo contro resistenza controllata. Sono impiegati, ad esempio, nella mobilizzazione precoce dopo riparazione dei tendini flessori (protocolli Kleinert o Duran modificati) o nella correzione di contratture in flessione delle interfalangee.
  • Splint di blocco (blocking splint): limitano selettivamente il movimento di una specifica articolazione per favorire l’attivazione isolata di un tendine o di un gruppo muscolare, come nel caso degli splint per il “relative motion” nelle lesioni dei tendini estensori.

2.2 In base alla modalità di produzione

  • Splint custom-made (su misura): realizzati artigianalmente sul singolo paziente con foglio termoplastico riscaldabile, secondo il processo descritto sopra.
  • Splint prefabbricati: prodotti industrialmente in taglie standard, spesso in materiali morbidi (neoprene, tessuto rinforzato) o rigidi con inserti in alluminio o termoplastico rigido, disponibili pronti all’uso.
  • Splint stampati in 3D: tecnologia emergente che utilizza la scansione tridimensionale dell’arto e la stampa additiva per produrre ortesi personalizzate, alternativa in fase di validazione clinica rispetto al termoplastico tradizionale.

2.3 In base alla sede anatomica

Gli splint per mano e polso vengono classificati anche in base al numero e al tipo di articolazioni coinvolte: splint per singola falange, splint per il dito (mallet finger, boutonnière), splint per il polso (cock-up), splint per pollice (spica del pollice), splint per polso-mano (wrist-hand orthosis, WHO) e splint per avambraccio-polso-mano (forearm-based).


3. Indicazioni cliniche e stato dell’evidenza

3.1 Lesioni dei tendini flessori ed estensori

La gestione post-chirurgica delle lesioni tendinee della mano rappresenta uno degli ambiti storicamente più legati all’uso degli splint termoplastici. L’obiettivo primario è proteggere la riparazione dalla forza generata dalla contrazione muscolare e dalla trazione passiva, consentendo al contempo un grado controllato di scorrimento tendineo (glide) per prevenire aderenze e rigidità, secondo il principio del “controlled early mobilization”.

Per i tendini flessori, i protocolli classici prevedono uno splint dorsale con polso in lieve flessione, articolazioni metacarpofalangee in flessione e interfalangee libere, entro cui vengono eseguiti esercizi di mobilizzazione passiva (protocollo Duran) o attiva assistita tramite elastici (protocollo Kleinert), o più recentemente protocolli di mobilizzazione attiva precoce controllata (Early Active Mobilization, EAM), che hanno mostrato in diversi studi risultati funzionali superiori rispetto ai protocolli puramente passivi, a patto di un’adeguata compliance del paziente.

Per i tendini estensori, in particolare nelle lesioni di zona 4-6, si è affermato negli ultimi anni il concetto di Relative Motion Splint (o Relative Motion Orthosis), che posiziona l’articolazione metacarpofalangea del dito coinvolto in relativa iperestensione rispetto alle dita adiacenti, riducendo la tensione sul tendine riparato pur consentendo un movimento funzionale precoce della mano. Un recente studio randomizzato controllato pubblicato nel 2025 ha confrontato l’uso del Relative Motion Extension concept (con o senza ortesi notturna al polso) rispetto a uno splint dinamico in estensione nelle lesioni dei tendini estensori in zona 4-6, evidenziando risultati funzionali comparabili tra gli approcci, con il vantaggio di un ingombro ridotto e maggiore libertà funzionale per i protocolli basati sul Relative Motion¹.

Nelle lesioni del mallet finger (lesione del tendine estensore terminale a livello dell’interfalangea distale), lo splint in termoplattico su misura rappresenta il trattamento conservativo di prima linea per le lesioni acute chiuse. Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2023 sul Journal of Plastic Surgery and Hand Surgery ha confrontato l’outcome del trattamento chirurgico rispetto all’ortesi nel mallet finger, confermando che l’immobilizzazione ortesica rimane l’approccio di scelta nella maggior parte dei casi non complicati, con tassi di successo funzionale sovrapponibili alla chirurgia ma minor rischio di complicanze². Un ulteriore studio ha confrontato l’efficacia di ortesi custom-made in termoplastico rispetto a Stack splint prefabbricati e splint in alluminio dorsale in un trial randomizzato multicentrico, non riscontrando differenze significative nell’outcome finale in termini di deficit di estensione residuo, ma evidenziando differenze nella tollerabilità cutanea e nella soddisfazione del paziente a favore dei dispositivi custom-made, meglio adattabili all’anatomia individuale³. Un ulteriore confronto pubblicato nel 2024 su pazienti con mallet finger acuto e cronico ha mostrato che l’ortesi custom-made in termoplastico migliora significativamente sia il deficit di estensione sia la disabilità percepita, con alti livelli di soddisfazione in entrambi i sottogruppi⁴.

3.2 Fratture del radio distale

Le fratture del radio distale rappresentano una delle lesioni più frequenti dell’arto superiore, in particolare nella popolazione anziana. Il confronto tra immobilizzazione tradizionale con gesso e immobilizzazione con ortesi (spesso realizzate anche in materiale termoplastico o materiali compositi flessibili rinforzati) è stato oggetto di numerosi studi randomizzati recenti.

Un trial clinico randomizzato multicentrico pubblicato su JAMA Network Open nel 2024 ha confrontato uno splint “topology-optimized” (progettato computazionalmente per ottimizzare la distribuzione del materiale) con il gesso tradizionale nel trattamento conservativo delle fratture del radio distale, osservando esiti funzionali comparabili tra i due gruppi ma con vantaggi in termini di comfort, gestione dell’igiene personale e minor peso del dispositivo nel gruppo trattato con splint⁵. Analogamente, uno studio randomizzato controllato condotto in Germania su pazienti sottoposti a osteosintesi con placca volare ha confrontato un’ortesi regolabile (OPTIVOhand) con il tradizionale splint gessato dorsale nel periodo post-operatorio, rilevando che la gestione con ortesi risultava significativamente più semplice da utilizzare per il paziente e riduceva l’impatto negativo sulle attività di igiene personale, senza compromettere la stabilità della riduzione né aumentare le complicanze⁶,⁷.

Anche in ambito pediatrico, la stampa 3D di splint personalizzati basati su analisi agli elementi finiti sta emergendo come alternativa al gesso tradizionale per le fratture del radio distale, con studi preliminari che riportano buoni livelli di soddisfazione e di efficacia biomeccanica, sebbene si tratti ancora di evidenze limitate rispetto alla solidità della letteratura sul termoplastico tradizionale⁸.

È importante sottolineare che, sebbene alcuni di questi studi utilizzino ortesi prefabbricate regolabili piuttosto che splint termoplastici custom-made in senso stretto, i princìpi biomeccanici sottostanti — controllo della flessione/estensione del polso, protezione della riduzione, possibilità di rimozione per l’igiene e la mobilizzazione precoce delle dita — sono direttamente trasferibili alla pratica clinica con splint termoplastico personalizzato, che offre inoltre il vantaggio di un adattamento anatomico superiore rispetto ai dispositivi di taglia standard.

3.3 Sindrome del tunnel carpale

L’ortesizzazione notturna del polso rappresenta uno dei trattamenti conservativi più diffusi per la sindrome del tunnel carpale (STC) lieve-moderata, con l’obiettivo di mantenere il polso in posizione neutra, riducendo così la pressione all’interno del canale carpale che tipicamente aumenta con la flessione o l’estensione del polso.

La revisione sistematica Cochrane aggiornata nel 2023 rappresenta a oggi il riferimento più autorevole sul tema⁹,¹⁰. Gli autori hanno concluso che esiste un’evidenza limitata a favore dello splint notturno rispetto a nessun trattamento nel breve termine, ma permane incertezza riguardo al disegno ortesico ottimale (polso neutro vs. lieve estensione), alla durata ideale del trattamento e al confronto diretto con altre modalità conservative come le infiltrazioni corticosteroidee. Una successiva revisione sistematica pubblicata nel 2024 sull’efficacia delle ortesi nel ridurre il dolore nei pazienti con STC ha confermato che la maggior parte dei dispositivi analizzati produce una riduzione statisticamente significativa del dolore notturno, a riposo o durante le attività, sebbene la qualità metodologica degli studi primari resti eterogenea¹¹,¹². Una network meta-analisi del 2024 ha inoltre confrontato l’infiltrazione corticosteroidea con placebo e con lo splinting del polso, suggerendo un possibile vantaggio dell’infiltrazione nel breve termine, ma confermando lo splinting come opzione conservativa di prima linea, priva di effetti collaterali sistemici, particolarmente indicata come primo step terapeutico o come misura complementare in attesa di eventuale trattamento chirurgico¹³.

Dal punto di vista pratico, per la STC si utilizzano generalmente splint volari o dorsali in termoplastico rigido, oppure ortesi prefabbricate morbide; uno studio randomizzato ha confrontato un tutore morbido prefabbricato con uno splint termoplastico rigido tradizionale, rilevando risultati clinici sovrapponibili ma una migliore aderenza a lungo termine con il dispositivo morbido, verosimilmente per il maggior comfort percepito durante il sonno¹⁴. Questo dato sottolinea un principio clinico fondamentale, che approfondiremo nella sezione dedicata all’aderenza: l’efficacia teorica di un dispositivo non si traduce automaticamente in beneficio clinico se il paziente non lo indossa con la frequenza e la durata prescritte.

3.4 Tenosinovite di De Quervain

La tenosinovite stenosante di De Quervain, che coinvolge il primo compartimento estensore del polso (tendini dell’abduttore lungo e dell’estensore breve del pollice), viene tipicamente trattata con un approccio conservativo multimodale che include lo splint a spica del pollice, spesso in associazione a infiltrazioni corticosteroidee e terapia fisica.

Una network meta-analisi pubblicata nel 2024 sul Journal of Hand Surgery ha confrontato quattordici trial randomizzati su diverse modalità di trattamento conservativo per la tenosinovite di De Quervain, rilevando che la terapia con onde d’urto extracorporee e le infiltrazioni corticosteroidee associate a immobilizzazione ottenevano i risultati più favorevoli nel breve termine, mentre lo splint utilizzato come trattamento isolato non mostrava differenze statisticamente significative rispetto al placebo¹⁵. Questo dato è clinicamente rilevante: suggerisce che lo splint a spica del pollice, pur rimanendo un cardine della gestione conservativa per il suo ruolo nel ridurre lo stress meccanico sul tendine infiammato e nel favorire la remissione dei sintomi, ottiene i risultati migliori quando integrato in un percorso terapeutico multimodale piuttosto che utilizzato come intervento isolato.

Coerentemente, uno studio del 2024 ha confrontato il trattamento con immobilizzazione a spica del pollice associata a infiltrazione corticosteroidea rispetto alla sola immobilizzazione, riportando un tasso di successo clinico significativamente più elevato nel gruppo trattato con l’approccio combinato (84% contro 40%), con una riduzione del dolore e un miglioramento funzionale (misurato con QuickDASH) marcatamente superiori nel gruppo combinato¹⁶. La durata tipica dell’immobilizzazione con spica del pollice, secondo la pratica clinica corrente supportata da questi studi, si attesta generalmente tra le tre e le quattro settimane.

3.5 Osteoartrosi trapeziometacarpale (rizoartrosi)

L’artrosi della base del pollice, o rizoartrosi, è una delle condizioni per cui l’evidenza a supporto dell’uso di ortesi in termoplastico è oggi più solida e consolidata in letteratura.

Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2019 sull’Osteoarthritis and Cartilage, tuttora punto di riferimento, aveva già dimostrato l’efficacia dello splint nel ridurre il dolore e migliorare la funzione nei pazienti con osteoartrosi trapeziometacarpale¹⁷. Un’importante network meta-analisi pubblicata sempre su Osteoarthritis and Cartilage ha confrontato direttamente diversi disegni ortesici (splint rigido corto CMC in termoplastico, splint rigido lungo CMC-MCP in termoplastico, splint morbido corto in neoprene, splint morbido lungo in neoprene), concludendo che lo splint termoplastico rigido lungo (CMC-MCP) risultava il più efficace per il sollievo dal dolore, mentre lo splint termoplastico rigido corto (CMC) risultava superiore per il recupero della funzione manuale¹⁸,¹⁹. Questo risultato ha una diretta implicazione clinica nella scelta del disegno ortesico da parte del terapista, in funzione dell’obiettivo prioritario del singolo paziente (controllo del dolore vs. recupero funzionale).

Un aggiornamento sistematico del 2024-2025, che ha rivisto sessantacinque nuovi studi randomizzati sull’osteoartrosi della mano pubblicati dal 2017 al 2023, ha confermato con evidenza di certezza moderata un effetto a lungo termine favorevole dello splint del pollice sul dolore, mentre lo splint rigido CMC-MCP è risultato l’unico intervento non farmacologico a dimostrare un miglioramento funzionale clinicamente rilevante nel medio termine (differenza media al DASH di -11 punti rispetto al controllo)²⁰,²¹. Un trial randomizzato pubblicato nel 2020 su pazienti con osteoartrosi trapeziometacarpale in stadio iniziale ha inoltre dimostrato che l’uso di uno splint di immobilizzazione CMC-MCP per sei settimane migliora significativamente non solo il dolore e la funzione (misurati con AUSCAN e Q-DASH), ma anche la forza di presa e di pinza rispetto al gruppo di controllo trattato con sola educazione²².

È interessante notare come studi più recenti abbiano iniziato a indagare il valore aggiunto dell’associazione tra splint ed esercizio terapeutico specifico: un trial randomizzato multicentrico pubblicato nel 2025 ha confrontato l’ortesi in associazione a un programma di esercizio strutturato rispetto alla sola ortesi, non riscontrando differenze significative nel tasso di conversione chirurgica tra i due gruppi, sebbene l’esercizio terapeutico rimanga raccomandato come componente complementare per il mantenimento della funzione a lungo termine²³,²⁴.

3.6 Malattia di Dupuytren

Nel trattamento della malattia di Dupuytren, il ruolo dello splint termoplastico si colloca prevalentemente in fase post-operatoria o post-procedurale (dopo fasciectomia, fasciotomia con ago o iniezione di collagenasi), con l’obiettivo di mantenere il guadagno di estensione articolare ottenuto e prevenire la recidiva della contrattura, tipicamente tramite splint statici progressivi notturni in estensione delle articolazioni metacarpofalangee e interfalangee prossimali.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 sulla gestione pre-operatoria della malattia di Dupuytren ha esaminato diciassette studi, includendo quattro trial randomizzati controllati, evidenziando come l’evidenza relativa agli interventi conservativi pre-chirurgici, incluso l’uso preventivo dello splint, resti limitata e di qualità metodologica non elevata, sottolineando la necessità di ulteriori studi ben disegnati per definire protocolli standardizzati²⁵. Ciò non toglie che, nella pratica clinica corrente, l’uso di splint statici progressivi in fase post-operatoria rimanga ampiamente supportato dall’esperienza clinica e da studi di minore qualità metodologica, in particolare per il mantenimento dell’estensione articolare ottenuta chirurgicamente durante la fase di rimodellamento cicatriziale.

3.7 Patologie neurologiche: spasticità post-ictus e paralisi periferiche

Nell’ambito neurologico, lo splint in termoplastico trova impiego sia nella gestione della spasticità del polso e della mano dopo ictus, sia nel posizionamento funzionale in caso di paralisi periferiche (ad esempio lesioni del nervo radiale, ulnare o mediano), con l’obiettivo di prevenire contratture, mantenere l’allineamento articolare e, in alcuni casi, favorire il recupero funzionale tramite splint dinamici assistivi.

Il confronto tra splint statici e dinamici nella gestione della spasticità post-ictus del polso è un’area di ricerca attiva, in cui negli ultimi anni si sono affiancate ai tradizionali splint termoplastici nuove tecnologie come le ortesi stampate in 3D e i dispositivi robotici indossabili²⁶,²⁷. Una revisione ha inoltre confrontato materiali per l’immobilizzazione della mano (stampa 3D, termoplastico, fibra di vetro), evidenziando differenze in termini di traspirabilità, peso e costo, ma senza identificare una superiorità clinica netta di un materiale rispetto agli altri nei parametri funzionali primari²⁸. Il termoplastico tradizionale mantiene, in questo contesto, il vantaggio di un costo contenuto, di una disponibilità immediata in ambito clinico e della possibilità di modifica in tempo reale durante la seduta terapeutica, elementi che lo rendono ancora oggi lo standard più diffuso nella pratica riabilitativa quotidiana.


4. Confronto con altri materiali: termoplastico, gesso, “woodcast” e stampa 3D

Negli ultimi anni la letteratura ha posto crescente attenzione al confronto tra il termoplastico tradizionale e materiali alternativi emergenti, sia per ragioni di performance clinica sia per considerazioni di sostenibilità ambientale.

Il woodcast, un materiale composito a base di fibra di legno e polimero biodegradabile, è stato proposto come alternativa ecosostenibile ai materiali sintetici da immobilizzazione. Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 sull’Annals of the Royal College of Surgeons of England ha analizzato i materiali per l’immobilizzazione degli arti a basso impatto ambientale, evidenziando risultati clinici comparabili al termoplastico tradizionale ma sottolineando la necessità di ulteriori studi comparativi diretti²⁹,³⁰. Un trial randomizzato pubblicato nel 2026 sulla chirurgia di sospensioneplastica del pollice ha confrontato direttamente woodcast e termoplastico per l’immobilizzazione post-operatoria, offrendo dati preliminari sulla compliance e sulla tollerabilità dei due materiali, con risultati sostanzialmente sovrapponibili tra i due gruppi³¹.

Anche gli splint stampati in 3D rappresentano un’area di crescente interesse. Uno studio pilota randomizzato controllato di fattibilità, condotto presso l’Ospedale Universitario di Basilea, ha confrontato splint stampati in 3D con splint termoplastici tradizionali, rilevando che, sebbene la tecnologia di stampa 3D offra vantaggi potenziali in termini di traspirabilità e igiene, i terapisti hanno riscontrato la necessità di frequenti riadattamenti dei dispositivi termoplastici tradizionali, specialmente nelle fasi di riduzione dell’edema post-traumatico, un aspetto che la stampa 3D, priva della stessa flessibilità di rimodellamento estemporaneo, non è ancora in grado di replicare pienamente³². Una scoping review del 2021 sull’efficacia degli splint stampati in 3D per condizioni traumatiche e croniche della mano ha confermato che, sebbene la tecnologia sia promettente, l’evidenza clinica di alta qualità resta ancora limitata rispetto alla solida base di letteratura disponibile per il termoplastico tradizionale³³.

Nel complesso, la letteratura più recente suggerisce che il termoplastico rimane il materiale con il profilo di evidenza più solido e con il miglior compromesso tra personalizzazione, costo, tempi di realizzazione e possibilità di modifica dinamica durante il percorso riabilitativo, pur riconoscendo l’interesse emergente verso alternative più sostenibili o tecnologicamente avanzate, il cui ruolo definitivo nella pratica clinica dovrà essere chiarito da ulteriori studi comparativi.


5. Il tema dell’aderenza al trattamento ortesico

Un aspetto che la letteratura recente ha posto in primo piano riguarda l’aderenza (adherence) del paziente all’utilizzo dello splint secondo le indicazioni prescritte, riconosciuta come uno dei principali determinanti dell’efficacia clinica reale di qualsiasi programma ortesico, indipendentemente dalla qualità tecnica del dispositivo confezionato.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 su Hand Therapy ha analizzato sedici studi riguardanti le barriere all’aderenza al trattamento ortesico dell’arto superiore e le modalità con cui tale aderenza viene misurata in letteratura³⁴,³⁵. Gli autori hanno evidenziato una notevole eterogeneità nei metodi di misurazione dell’aderenza (questionari di autovalutazione, diari, sensori indossabili) e hanno identificato tra le principali barriere il disagio fisico, l’interferenza con le attività quotidiane e con l’igiene personale, la scarsa comprensione delle istruzioni ricevute e fattori psicosociali come l’ansia o la percezione di stigma sociale legata all’uso visibile del dispositivo.

Uno studio esplorativo condotto su pazienti sottoposti a riparazione di tendini flessori ed estensori ha rilevato che il 67% dei pazienti riportava di rimuovere lo splint prescritto per 24 ore al giorno, principalmente per lavarsi e vestirsi, sottolineando come anche protocolli apparentemente rigidi vengano in pratica soggetti a deviazioni non trascurabili da parte del paziente³⁶. Questo dato, pur risalendo a una pubblicazione meno recente, resta clinicamente rilevante e trova conferma in studi più aggiornati, evidenziando la necessità che il clinico non si limiti a “prescrivere” lo splint, ma investa tempo adeguato nell’educazione del paziente, motivandolo, spiegando chiaramente il razionale biologico del trattamento e verificando periodicamente, con domande mirate e non giudicanti, l’effettivo utilizzo del dispositivo.

Dal punto di vista pratico, alcune strategie supportate dalla letteratura per migliorare l’aderenza includono:

  • fornire istruzioni scritte chiare, oltre a quelle verbali, con immagini o diagrammi esplicativi;
  • coinvolgere attivamente il paziente nella scelta, quando clinicamente appropriato, tra opzioni ortesiche diverse (ad esempio rigido vs. morbido), tenendo conto delle sue preferenze e del suo stile di vita;
  • programmare controlli ravvicinati nelle prime fasi del trattamento, per intervenire tempestivamente su problemi di comfort, punti di pressione o difficoltà pratiche;
  • personalizzare il dispositivo il più possibile, riducendone ingombro e peso quando compatibile con l’obiettivo terapeutico, poiché il comfort percepito è tra i principali predittori di aderenza a lungo termine.

6. Rischi, complicanze e criteri di sicurezza

Sebbene lo splint termoplastico sia generalmente un dispositivo sicuro se correttamente confezionato e monitorato, non è privo di potenziali complicanze, che il clinico deve saper prevenire e riconoscere precocemente:

  • Lesioni cutanee da pressione: punti di iperpressione, in particolare sui reperi ossei (stiloide radiale e ulnare, testa dei metacarpi, epicondilo), possono causare arrossamento persistente, abrasioni o, nei casi più severi, ulcerazioni, specialmente in pazienti con sensibilità cutanea alterata (ad esempio in presenza di neuropatia) o cute fragile (pazienti anziani, in terapia corticosteroidea cronica, o con esiti di ustione).
  • Compressione neurovascolare: uno splint troppo stretto o mal posizionato può comprimere strutture nervose superficiali (ad esempio il ramo sensitivo del nervo radiale al polso) o compromettere il ritorno venoso, causando parestesie, edema distale o, in casi estremi, sindrome compartimentale.
  • Rigidità articolare iatrogena: un’immobilizzazione prolungata oltre il necessario, o l’inclusione non necessaria di articolazioni adiacenti nello splint, può favorire lo sviluppo di rigidità secondarie, motivo per cui il disegno dello splint deve sempre rispettare il principio di “minima immobilizzazione necessaria”, lasciando libere le articolazioni non direttamente coinvolte dal processo patologico.
  • Macerazione cutanea e problemi igienici: l’uso prolungato, specialmente con materiali poco traspiranti o in climi caldo-umidi, può favorire macerazione, prurito o proliferazione micotica, da cui l’importanza di scegliere materiali adeguatamente perforati e di educare il paziente a una corretta igiene del dispositivo e della cute sottostante.
  • Reazioni allergiche da contatto: seppur rare, sono descritte reazioni cutanee da contatto ai materiali del rivestimento interno o ai sistemi di chiusura, che richiedono la sostituzione del materiale utilizzato.

La prevenzione di queste complicanze si basa su una corretta tecnica di modellaggio (evitando pressioni localizzate eccessive, arrotondando sempre i bordi, imbottendo adeguatamente i punti di repere osseo), su un follow-up clinico ravvicinato nelle prime fasi del trattamento e su un’educazione strutturata del paziente riguardo ai segnali di allarme da riferire tempestivamente al terapista (dolore ingravescente, formicolio persistente, cambiamento del colore o della temperatura cutanea distale allo splint).


7. Il ruolo del fisioterapista nella prescrizione e gestione dello splint

La realizzazione di uno splint termoplastico efficace non si esaurisce nell’atto tecnico del modellaggio del materiale, ma si inserisce in un percorso clinico-ragionato che richiede competenze specifiche di anatomia funzionale, biomeccanica articolare, fisiopatologia della guarigione tissutale e comunicazione terapeutica.

Un approccio clinico orientato ai principi della terapia manuale ortopedica (OMPT, Orthopaedic Manual Physical Therapy) integra la prescrizione dello splint all’interno di un ragionamento più ampio, che comprende:

  • una valutazione approfondita della funzione articolare, della qualità del movimento e dei pattern compensatori adottati dal paziente;
  • l’identificazione della fase di guarigione tissutale (infiammatoria, proliferativa, di rimodellamento) per calibrare correttamente il grado di protezione o di sollecitazione meccanica da fornire tramite lo splint;
  • l’integrazione dello splint con altre tecniche terapeutiche (terapia manuale, esercizio terapeutico progressivo, educazione del paziente, gestione del dolore), evitando che il dispositivo diventi un intervento isolato e passivo, ma piuttosto un supporto temporaneo all’interno di un percorso attivo di recupero funzionale;
  • la rivalutazione periodica e la modifica dello splint stesso, sfruttando appieno la caratteristica di rimodellabilità del termoplastico per adattare il dispositivo all’evoluzione clinica del paziente, riducendo progressivamente il grado di immobilizzazione non appena la fase di guarigione tissutale lo consente;
  • la pianificazione della progressiva “svezzamento” (weaning) dallo splint, con una riduzione graduale delle ore di utilizzo giornaliero parallela al recupero di forza, controllo motorio e tolleranza funzionale del segmento trattato.

Questo approccio integrato, che pone lo splint come strumento al servizio di un più ampio progetto riabilitativo personalizzato, e non come soluzione terapeutica a sé stante, rappresenta oggi lo standard raccomandato dalla letteratura scientifica di riferimento in terapia della mano.


8. Strumenti di valutazione degli esiti nella pratica ortesica

Un ulteriore elemento che caratterizza la ricerca scientifica più recente in tema di splinting è l’uso sistematico di strumenti di valutazione standardizzati e validati, che consentono di misurare in modo oggettivo l’efficacia del trattamento ortesico e di confrontare i risultati tra studi diversi. La conoscenza di questi strumenti è utile anche al clinico nella pratica quotidiana, per monitorare l’andamento del paziente nel tempo e per documentare in modo strutturato l’esito del percorso riabilitativo.

Tra gli strumenti più utilizzati nella letteratura analizzata in questo articolo si segnalano:

  • DASH e QuickDASH (Disabilities of the Arm, Shoulder and Hand): questionari di autovalutazione della disabilità funzionale dell’arto superiore, ampiamente utilizzati come outcome primario o secondario nella maggior parte dei trial randomizzati citati, sia nelle lesioni tendinee sia nelle patologie degenerative come la rizoartrosi.
  • AUSCAN (Australian/Canadian Osteoarthritis Hand Index): strumento specifico per la valutazione di dolore, rigidità e funzione nei pazienti con osteoartrosi della mano, utilizzato in particolare negli studi sull’efficacia dello splint nella rizoartrosi trapeziometacarpale.
  • VAS (Visual Analogue Scale) e NRS (Numeric Rating Scale): scale numeriche o visive per la quantificazione soggettiva del dolore, comunemente impiegate come outcome primario negli studi sulla tenosinovite di De Quervain e sulla sindrome del tunnel carpale.
  • Boston Carpal Tunnel Questionnaire (BCTQ), comprendente la Symptom Severity Scale e la Functional Status Scale: strumento specifico per la sindrome del tunnel carpale, particolarmente utile per monitorare l’andamento dei sintomi notturni e diurni durante il trattamento ortesico.
  • Dinamometria di presa e pinza (grip e pinch strength): misurazione oggettiva della forza muscolare della mano, spesso utilizzata come outcome complementare per documentare l’eventuale recupero funzionale successivo alla rimozione dello splint o, al contrario, l’eventuale ipotrofia da disuso in caso di immobilizzazione prolungata.
  • Goniometria articolare: misurazione dell’escursione articolare attiva e passiva, indispensabile per documentare l’efficacia degli splint statici progressivi e dinamici nella correzione delle rigidità articolari.

L’integrazione sistematica di questi strumenti nella pratica clinica quotidiana, oltre a fornire una base oggettiva per adattare il piano di trattamento, consente al terapista di comunicare in modo più efficace con il paziente i progressi ottenuti, rinforzando la motivazione e, indirettamente, l’aderenza al programma ortesico.

9. Domande frequenti nella pratica clinica

Quante ore al giorno va indossato lo splint? Non esiste una risposta univoca: la durata dell’utilizzo dipende dalla diagnosi, dalla fase di guarigione tissutale e dall’obiettivo terapeutico. Negli splint protettivi post-chirurgici (ad esempio dopo riparazione tendinea), l’indicazione è spesso di indossare il dispositivo a tempo pieno nelle prime settimane, con rimozione consentita solo per l’igiene sotto supervisione; negli splint per condizioni degenerative come la rizoartrosi, l’indicazione più frequente prevede un utilizzo diurno durante le attività sollecitanti, associato talvolta a un utilizzo notturno; nella sindrome del tunnel carpale lieve-moderata, l’indicazione classica prevede l’uso esclusivamente notturno.

È normale che lo splint provochi un iniziale fastidio? Un certo grado di adattamento nei primi giorni è comune, ma dolore persistente, formicolio, intorpidimento o alterazioni del colore della cute distale non sono normali e richiedono una rivalutazione tempestiva del dispositivo da parte del terapista, che potrà modificarlo o rimodellarlo per eliminare punti di iperpressione.

Lo splint termoplastico può essere bagnato? La maggior parte degli splint termoplastici non deve essere immersa in acqua, sia per la possibile perdita della forma impressa (specialmente se esposta a temperature elevate) sia per il rischio di macerazione cutanea sotto il dispositivo; si consiglia generalmente la rimozione per il lavaggio della cute e dell’interno dello splint con un panno umido.

Con quale frequenza va rivalutato lo splint? Nella fase acuta post-chirurgica o post-traumatica, specialmente in presenza di edema significativo, è opportuna una rivalutazione ravvicinata (settimanale o più frequente) per verificare l’adattamento del dispositivo alla riduzione del gonfiore ed evitare che lo splint diventi eccessivamente lasco o, al contrario, troppo compressivo. Nelle fasi successive, la frequenza dei controlli può essere diradata in base alla stabilità clinica.

Lo splint sostituisce l’esercizio terapeutico? No. Come evidenziato dalla letteratura più recente, in particolare negli studi sulla rizoartrosi e sulla tenosinovite di De Quervain, i risultati migliori si ottengono generalmente quando lo splint è integrato in un percorso terapeutico più ampio, che include esercizio specifico, educazione del paziente e, quando indicato, altre modalità terapeutiche complementari.

Conclusioni

Gli splint in termoplastico rappresentano, a distanza di decenni dalla loro introduzione, uno strumento terapeutico ancora centrale e insostituibile nella riabilitazione di mano e polso, sostenuto oggi da un corpo di letteratura scientifica sempre più ampio e metodologicamente robusto. Le evidenze più recenti confermano l’efficacia dello splint in numerose condizioni cliniche — dalle lesioni tendinee acute alla gestione post-chirurgica delle fratture del radio distale, dalla sindrome del tunnel carpale alla rizoartrosi del pollice — pur evidenziando, allo stesso tempo, l’importanza di scelte cliniche personalizzate riguardo al disegno ortesico, alla durata del trattamento e all’integrazione con altre modalità terapeutiche.

Al tempo stesso, la letteratura più recente richiama l’attenzione su un aspetto spesso trascurato ma determinante per l’efficacia reale del trattamento: l’aderenza del paziente, che dipende non solo dalla qualità tecnica del dispositivo, ma dalla capacità del clinico di comunicare in modo efficace, personalizzare il dispositivo alle esigenze individuali e accompagnare il paziente lungo tutto il percorso terapeutico.

In questo senso, lo splint termoplastico, pur essendo un dispositivo “statico” per definizione, si inserisce a pieno titolo in un modello di cura dinamico e centrato sul paziente, in cui la competenza clinica del terapista, la solidità delle evidenze scientifiche disponibili e l’ascolto attivo delle esigenze del singolo paziente si integrano per ottimizzare l’esito funzionale finale.


Bibliografia

  1. Bojnec V, Vidmar J, Sužnik Z, Orož Koprivnik A, Špes Škrlec M, Frangež M, Majdič N, Vidmar G, Jesenšek Papež B. Evaluation of Hand Function Using Relative Motion Extension Concept (with or Without Night Wrist Orthosis) or Dynamic Extension Orthosis for Extensor Tendon Injuries in Zones 4-6 — A Randomized Controlled Trial. Life (Basel). 2025;15(2):249.
  2. Peng C, Huang RW, Chen SH, Hsu CC, Lin CH, Lin YT, Lee CH. Comparative outcomes between surgical treatment and orthosis splint for mallet finger: a systematic review and meta-analysis. J Plast Surg Hand Surg. 2023;57(1-6):54-63.
  3. Studio randomizzato controllato in singolo cieco: confronto tra splint dorsale in alluminio, splint custom-made in termoplastico e Stack splint per il mallet finger acuto (fonte: J Orthop Sci. 2024).
  4. Shafiee E et al. Orthotic Intervention with Custom-made Thermoplastic Material in Acute and Chronic Mallet Finger Injury: A Comparison of Outcomes. Arch Bone Jt Surg. 2024;12(3):176-182.
  5. Ma H, Ruan B, Li J, Zhang J, Wu C, Tian H, Zhao Y, Feng D, Yan W, Xi X. Topology-Optimized Splints vs Casts for Distal Radius Fractures: A Randomized Clinical Trial. JAMA Netw Open. 2024;7(2):e2354359.
  6. Outcome Analysis of Distal Radius Fracture with Orthosis Versus Cast Immobilization after Palmar Plate Osteosynthesis: A Randomized Controlled Study. J Pers Med. 2023;13(1):130.
  7. Outcome analysis of conservative treatment of a distal radius fracture with OPTIVOhand orthosis versus plaster cast: a randomized controlled trial. Studio prospettico randomizzato monocentrico, Germania (2020-2023).
  8. Xu C, Wang L, Zhang M, Li X, Li K. A clinical study on the application of three-dimensionally printed splints combined with finite element analysis in paediatric distal radius fractures. Front Pediatr. 2025.
  9. Karjalainen TV, Lusa V, Page MJ, O’Connor D, Massy-Westropp N, Peters SE. Splinting for carpal tunnel syndrome. Cochrane Database Syst Rev. 2023;2(2):CD010003.
  10. Karjalainen TV et al. Splinting for carpal tunnel syndrome (sintesi Cochrane). Cochrane Library, 2023.
  11. Figueiredo DS, Ariboni RR, Tucci HT, Carvalho RP. Effects of wrist orthoses in reducing pain in individuals with carpal tunnel syndrome: a systematic review. Disabil Rehabil. 2024;46(23):5395-5403.
  12. Efficacy of a soft hand brace and a wrist splint for carpal tunnel syndrome: A randomized controlled study.
  13. Adindu E, Ramtin S, Azarpey A, Ring D, Teunis T. Steroid versus placebo injections and wrist splints in patients with carpal tunnel syndrome: a systematic review and network meta-analysis. 2024.
  14. Confronto tra tutore morbido prefabbricato e splint termoplastico rigido nella sindrome del tunnel carpale: studio randomizzato controllato.
  15. Advancements in de Quervain Tenosynovitis Management: A Comprehensive Network Meta-Analysis. J Hand Surg. 2024.
  16. The Efficacy of Thumb Spica Casting With or Without Corticosteroid Injection for De Quervain’s Tenosynovitis. Studio quasi-sperimentale, Khyber Teaching Hospital, Peshawar, 2024.
  17. Effectiveness of splinting for pain and function in people with thumb carpometacarpal osteoarthritis: a systematic review with meta-analysis. Osteoarthritis Cartilage. 2019;27:547-559.
  18. Comparative Effectiveness of Orthoses for Thumb Osteoarthritis: A Systematic Review and Network Meta-analysis. 2020.
  19. Idem, versione ScienceDirect: rete di undici trial randomizzati controllati, 619 pazienti, confronto tra splint rigidi e morbidi, corti e lunghi, per l’osteoartrosi del pollice.
  20. Efficacy and safety of non-pharmacological, pharmacological and surgical treatments for hand osteoarthritis in 2024: a systematic review. Aggiornamento della revisione sistematica 2018, 65 nuovi studi randomizzati (2017-2023).
  21. Splint for Base-of-Thumb Osteoarthritis — A Randomized Trial (dati inclusi nella network meta-analysis aggiornata 2024-2025).
  22. Gençay Can A, Tezel N. The effects of hand splinting in patients with early-stage thumb carpometacarpal joint osteoarthritis: a randomized, controlled study. 2020.
  23. Effectiveness of exercise therapy in patients with thumb carpometacarpal osteoarthritis: A multicenter, randomized controlled trial. Osteoarthritis Cartilage. 2025.
  24. The THumb Osteoarthritis Exercise TriAl (protocollo di studio randomizzato controllato, confronto tra ortesi più esercizio e sola ortesi).
  25. Pre-operative hand therapy management of Dupuytren’s disease: A systematic review. 2024.
  26. Wong Y, Ada L, Månum G, Langhammer B. Upper limb practice with a dynamic hand orthosis to improve arm and hand function in people after stroke: a feasibility study. Pilot Feasibility Stud. 2023;9(1):132.
  27. Yang YS, Tseng CH, Fang WC, Han IW, Huang SC. Effectiveness of a New 3D-Printed Dynamic Hand–Wrist Splint on Hand Motor Function and Spasticity in Chronic Stroke Patients. J Clin Med. 2021;10(19):4549.
  28. Domenighetti S, Ozelie R. Material Matters: A Comparative Analysis of Hand Immobilization Orthoses Using 3D-Printed, Thermoplastic, and Fiberglass Cast. Open J Occup Ther. 2024;12(4):1-12.
  29. Environmentally friendly splints for limb immobilisation: a systematic review. Ann R Coll Surg Engl. 2024;106(6):478-484.
  30. Ekanayake C, Gamage JCPH, Mendis P, et al. Revolution in orthopedic immobilization materials: a comprehensive review. Heliyon. 2023;9(3):e13640.
  31. Nguyen T, Hung VT, Hancock JU, Bailey D, Hess AV, Doarn M. Evaluating Patient Compliance With Woodcast and Thermoplast Splints After Thumb Carpometacarpal Arthroplasty: A Randomized Controlled Trial. 2026.
  32. Waldburger, Kaempfen A, et al. 3D-Printed Hand Splints versus Thermoplastic Splints: A Randomized Controlled Pilot Feasibility Trial. PMC, 2022.
  33. Oud TAM, Lazzari E, Gijsbers HJH, Gobbo M, Nollet F, Brehm MA. Effectiveness of 3D-printed orthoses for traumatic and chronic hand conditions: A scoping review. PLoS ONE. 2021;16(11):e0260271.
  34. Bamford E, Mawhinney JA, Johnson N, Shelton I, Selby A, Drummond A. What are the barriers to upper limb splint adherence, and how is adherence measured? A systematic review. Hand Ther. 2024;29(4):161-174.
  35. Idem, sintesi PubMed.
  36. A study to examine patient adherence to wearing 24-hour forearm thermoplastic splints after tendon repairs. J Hand Ther (studio esplorativo descrittivo, questionario di autovalutazione, tasso di risposta 95%).

Articolo a cura del Dott. Samuele Trentin, Fisioterapista OMPT — Via Marconi 3, Fontaniva (Padova). Contenuto a scopo informativo ed educativo; non sostituisce una valutazione clinica individuale. Per una valutazione specifica della propria condizione e per l’eventuale prescrizione di un’ortesi personalizzata, si consiglia di rivolgersi a un professionista sanitario qualificato.