Frattura di caviglia: inquadramento clinico e percorso riabilitativo

Frattura di caviglia: inquadramento clinico e percorso riabilitativo

Studio di Fisioterapia Dott. Samuele Trentin — Fisioterapista OMPT

Via Marconi, 3 — Fontaniva (PD)


Introduzione

La frattura di caviglia è una delle lesioni traumatiche dell’apparato muscolo-scheletrico più frequenti nella pratica ortopedica e riabilitativa, con un impatto significativo sulla funzione dell’arto inferiore, sull’autonomia della persona e, se non gestita correttamente, sulla qualità di vita a lungo termine. In questa pagina il Dott. Samuele Trentin, fisioterapista OMPT (Orthopaedic Manual Physical Therapist) con studio a Fontaniva, in provincia di Padova, propone un approfondimento aggiornato sugli aspetti clinici e riabilitativi della frattura di caviglia, basato sulla letteratura scientifica più recente e di maggiore qualità metodologica, comprese revisioni sistematiche Cochrane e meta-analisi pubblicate negli ultimi anni.

L’obiettivo di questo testo è duplice: da un lato fornire a pazienti, familiari e colleghi un quadro chiaro e scientificamente fondato di che cosa sia una frattura di caviglia, come venga classificata e trattata dal punto di vista medico-chirurgico; dall’altro illustrare in modo dettagliato il percorso riabilitativo, dalle prime fasi post-trauma o post-chirurgiche fino al recupero funzionale completo e, quando rilevante, al ritorno all’attività sportiva. La gestione riabilitativa di una frattura di caviglia non è un processo standardizzato uguale per tutti i pazienti: richiede un ragionamento clinico individualizzato, che tenga conto del tipo di frattura, del trattamento ricevuto (conservativo o chirurgico), dell’età del paziente, delle comorbidità e degli obiettivi funzionali specifici, sportivi o di vita quotidiana.


1. Cenni di anatomia della caviglia

La caviglia, o articolazione tibio-tarsica, è un’articolazione a cerniera (ginglimo angolare) formata dall’incastro tra l’epifisi distale della tibia, l’epifisi distale del perone (o fibula) e l’astragalo. Le due ossa della gamba, tibia e perone, sono collegate distalmente dalla sindesmosi tibio-fibulare, un complesso legamentoso composto principalmente dal legamento tibio-fibulare anteriore-inferiore, dal legamento tibio-fibulare posteriore-inferiore, dal legamento interosseo e dalla membrana interossea. Questo complesso è determinante per la stabilità della “mortasa” tibio-peroneale che accoglie l’astragalo e, quando lesionato, condiziona in modo sostanziale sia la scelta terapeutica sia il percorso riabilitativo.

Sul versante mediale, la stabilità è garantita dal legamento deltoideo, una struttura robusta e multistratificata; sul versante laterale, invece, la stabilità è affidata a un complesso legamentoso più debole, costituito dal legamento peroneo-astragalico anteriore, dal legamento peroneo-calcaneare e dal legamento peroneo-astragalico posteriore. Questa asimmetria anatomica spiega perché i traumi distorsivi in inversione, che sollecitano il comparto laterale, siano statisticamente più frequenti rispetto a quelli in eversione a carico del comparto mediale, e perché, quando l’energia del trauma è sufficiente, il meccanismo di eversione tenda invece a produrre lesioni ossee e legamentose combinate, spesso più complesse.

I malleoli — tibiale (mediale), peroneale (laterale) e il margine posteriore della tibia (definito impropriamente “malleolo posteriore” o terzo malleolo) — rappresentano i punti di repere ossei più frequentemente coinvolti nelle fratture di caviglia. La combinazione di frattura di uno, due o tre di questi elementi definisce rispettivamente le fratture unimalleolari, bimalleolari e trimalleolari, una distinzione che ha importanti implicazioni prognostiche e terapeutiche.

Dal punto di vista biomeccanico, la caviglia è un’articolazione sottoposta, durante la deambulazione, a carichi che possono superare più volte il peso corporeo, e la sua stabilità dipende da un equilibrio dinamico tra congruità ossea, integrità legamentosa e controllo neuromuscolare attivo esercitato dai muscoli che attraversano l’articolazione. Quando anche una sola di queste componenti viene compromessa da un evento traumatico, l’intero sistema può risultare instabile, con conseguenze che si ripercuotono non solo sull’articolazione tibio-tarsica in senso stretto, ma anche sulle articolazioni contigue del piede e sulla catena cinetica dell’intero arto inferiore. Questo è uno dei motivi per cui, nella valutazione fisioterapica di un paziente con esiti di frattura di caviglia, l’esame non si limita mai alla sola articolazione lesionata, ma comprende una valutazione più ampia della funzione del piede, del ginocchio e dell’anca omolaterali, oltre che dello schema del passo nel suo complesso.

È utile inoltre ricordare che alcuni fattori di rischio, individuali e ambientali, aumentano la probabilità di andare incontro a una frattura di caviglia o ne condizionano il decorso: tra questi, un indice di massa corporea elevato, una ridotta densità minerale ossea, la pratica di sport ad alto rischio di traumi da contatto o da atterraggio (calcio, pallavolo, basket, sport di corsa su terreno irregolare), precedenti episodi distorsivi con conseguente instabilità cronica di caviglia, il fumo di sigaretta — riconosciuto come fattore prognostico negativo per la guarigione ossea — e, nella popolazione anziana, la presenza di condizioni che aumentano il rischio di caduta, quali deficit visivi, patologie neurologiche o l’assunzione di farmaci sedativi. La conoscenza di questi fattori di rischio non riguarda solo l’inquadramento clinico iniziale, ma orienta anche gli obiettivi a lungo termine del percorso riabilitativo, che nella fase finale dovrebbe sempre includere, quando pertinente, strategie di prevenzione delle recidive e, nel paziente anziano, di prevenzione delle cadute.


2. Epidemiologia

Le fratture di caviglia rappresentano una quota significativa di tutte le fratture dell’adulto, con stime che le collocano tra le lesioni ossee più comuni dell’arto inferiore dopo le fratture di polso e di femore prossimale. Studi epidemiologici di popolazione riportano un’incidenza complessiva nell’ordine di 150-190 casi per 100.000 persone/anno, con una distribuzione bimodale per età e sesso.

Una recente casistica retrospettiva condotta in un ospedale universitario italiano su oltre 1.000 casi consecutivi ha confermato questo andamento bimodale: negli adolescenti e nei giovani adulti l’incidenza è più elevata nei maschi, mentre nella popolazione anziana si osserva un secondo picco, più marcato nelle donne, verosimilmente riconducibile alla riduzione della densità minerale ossea e a una maggiore fragilità post-menopausale. Lo stesso studio ha evidenziato una stagionalità delle fratture, con un incremento nei mesi invernali associato a superfici ghiacciate e scivolose.

Un aspetto rilevante, oggetto di crescente attenzione nella letteratura più recente, riguarda il rapporto tra frattura di caviglia e osteoporosi nella popolazione anziana. Diversamente da quanto avviene per le fratture di femore, di omero prossimale e di polso — classicamente incluse tra le fratture da fragilità — il legame tra ridotta densità minerale ossea e frattura di caviglia è stato per lungo tempo dibattuto. Studi più recenti, tuttavia, tendono a mostrare un’associazione significativa: un lavoro condotto su pazienti ultrasessantenni sottoposti a intervento chirurgico per frattura di caviglia ha rilevato una ridotta densità minerale ossea in oltre il 75% dei casi esaminati (percentuale che sale a oltre l’80% considerando le sole donne), suggerendo che, almeno in un sottogruppo di pazienti anziani, la frattura di caviglia debba essere considerata e gestita come una frattura da fragilità, con le relative implicazioni in termini di valutazione del rischio di ricadute e di eventuale approfondimento diagnostico per l’osteoporosi.


3. Meccanismo di lesione e classificazione

La comprensione del meccanismo traumatico è fondamentale perché orienta sia l’inquadramento diagnostico sia, in una certa misura, la strategia di trattamento. Le due classificazioni più utilizzate nella pratica clinica sono quella di Danis-Weber (o semplicemente “Weber”) e quella di Lauge-Hansen, a cui si affianca, nella pratica ortopedica contemporanea, la classificazione AO/OTA, più dettagliata e utile soprattutto in ambito chirurgico e di ricerca.

3.1 Classificazione di Danis-Weber

La classificazione di Weber si basa sulla sede della rima di frattura del perone rispetto alla sindesmosi tibio-fibulare e distingue tre tipi:

  • Weber A: frattura del perone al di sotto del livello della sindesmosi. È generalmente il risultato di un meccanismo in supinazione-adduzione, la sindesmosi è tipicamente intatta e la frattura è spesso stabile, potenzialmente candidata a trattamento conservativo.
  • Weber B: frattura del perone a livello della sindesmosi (transindesmosica). È il tipo più frequente; la sindesmosi può essere integra oppure parzialmente lesionata, e la stabilità dell’articolazione va valutata caso per caso, anche con eventuali test da stress.
  • Weber C: frattura del perone al di sopra del livello della sindesmosi (soprasindesmosica). Comporta quasi sempre una lesione, parziale o completa, della sindesmosi tibio-fibulare, ed è generalmente considerata instabile, con indicazione chirurgica.

Questa classificazione ha il pregio della semplicità e della buona riproducibilità inter-osservatore, ma presenta un limite importante, sottolineato dalla letteratura più recente: non tiene conto delle lesioni del comparto mediale (malleolo tibiale, legamento deltoideo) né del terzo malleolo, elementi che influenzano in modo determinante la stabilità complessiva dell’articolazione. Per questo motivo la sola classificazione di Weber non deve mai essere utilizzata come unico criterio decisionale, ma va sempre integrata con la valutazione clinica di stabilità e, quando indicato, con l’imaging.

3.2 Classificazione di Lauge-Hansen

La classificazione di Lauge-Hansen, storicamente sviluppata a partire da studi sperimentali su cadavere, descrive il meccanismo lesivo in funzione di due variabili: la posizione del piede al momento del trauma (supinazione o pronazione) e la direzione della forza deformante applicata (adduzione, abduzione, rotazione esterna). Da questa combinazione derivano quattro pattern principali: supinazione-adduzione (SAD), supinazione-rotazione esterna (SER, il pattern più comune in assoluto), pronazione-abduzione (PAB) e pronazione-rotazione esterna (PER).

Il valore clinico di questa classificazione risiede nella capacità di prevedere, sulla base del meccanismo lesivo, quali strutture legamentose e ossee siano più probabilmente coinvolte, informazione utile in fase di valutazione clinica e di pianificazione, anche se studi biomeccanici più recenti ne hanno in parte ridimensionato l’accuratezza predittiva rispetto ai reperti di risonanza magnetica, ed è ormai riconosciuto che né la classificazione di Weber né quella di Lauge-Hansen siano state concepite per la moderna gestione delle fratture esposte o particolarmente complesse, per le quali il sistema AO/OTA risulta oggi più completo.

3.3 Stabilità della frattura: il criterio guida

Al di là della nomenclatura classificativa, il concetto clinicamente più rilevante per orientare la scelta terapeutica è quello di stabilità della frattura. Una frattura si definisce stabile quando la mortasa tibio-peroneale mantiene un allineamento congruo con l’astragalo anche sotto carico fisiologico, condizione che generalmente si verifica nelle fratture isolate del malleolo laterale senza lesione associata del comparto mediale o della sindesmosi. Al contrario, si definisce instabile una frattura in cui la congruità articolare è, o rischia di essere, compromessa: è il caso tipico delle fratture bi- e trimalleolari, delle fratture Weber C e di molte fratture Weber B con concomitante lesione del legamento deltoideo o della sindesmosi, situazioni nelle quali il trattamento conservativo espone a un elevato rischio di malunione e di artrosi post-traumatica precoce.


4. Diagnosi clinica e criteri di Ottawa

La valutazione iniziale di un trauma di caviglia si basa sull’anamnesi (dinamica del trauma, capacità di carico immediato, precedenti lesioni), sull’ispezione (tumefazione, deformità, ecchimosi), sulla palpazione dei reperi ossei principali e sui test di stabilità legamentosa. Uno degli strumenti clinici più validati e utilizzati a livello internazionale per decidere se sia necessario un accertamento radiografico è rappresentato dalle Ottawa Ankle Rules, sviluppate per ridurre il ricorso non necessario alla radiografia in pronto soccorso mantenendo un’elevatissima sensibilità diagnostica.

Le Ottawa Ankle Rules indicano la necessità di una radiografia di caviglia quando è presente dolore nella regione malleolare associato ad almeno uno dei seguenti reperti: dolorabilità alla palpazione del margine posteriore o dell’apice del malleolo laterale negli ultimi 6 cm distali, dolorabilità analoga a livello del malleolo mediale, oppure incapacità di caricare il peso corporeo per almeno quattro passi sia immediatamente dopo il trauma sia al momento della valutazione clinica. Una recente revisione sistematica con meta-analisi ha confermato che le Ottawa Ankle Rules mantengono un’elevatissima sensibilità nell’escludere la presenza di frattura negli adulti con trauma acuto di caviglia, sensibilità che le rende uno strumento affidabile soprattutto come test di esclusione, a fronte di una specificità più contenuta e variabile tra gli studi. Anche negli studi più recenti condotti in popolazione pediatrica e adolescenziale, questo strumento clinico ha confermato una buona accuratezza diagnostica, pur con qualche cautela interpretativa nelle fasce di età più giovani.

Va sottolineato che le Ottawa Ankle Rules non sostituiscono il giudizio clinico complessivo, e in presenza di deformità evidente, di sospetta lussazione, di compromissione neurovascolare o di frattura esposta l’invio urgente in ambito ortopedico è comunque indicato indipendentemente dall’esito del test clinico.


5. Trattamento: conservativo o chirurgico?

La scelta tra trattamento conservativo (gesso, tutore rigido o walker) e trattamento chirurgico (riduzione a cielo aperto e sintesi interna, ORIF) dipende principalmente dal grado di stabilità della frattura, definito sulla base dei criteri clinici e radiografici sopra descritti, oltre che da fattori individuali quali età, qualità dei tessuti molli, comorbidità, richieste funzionali e aspettative del paziente.

Le fratture stabili, tipicamente le Weber A isolate e alcune Weber B non dislocate e negative ai test di stress, possono essere gestite in modo conservativo con buoni risultati funzionali, evitando i rischi propri della chirurgia (infezione del sito chirurgico, complicanze della ferita, necessità di rimozione dei mezzi di sintesi). Un recente studio di confronto tra trattamento operatorio e non operatorio in fratture isolate Weber B ha tuttavia evidenziato, nel sottogruppo trattato in modo conservativo, un tasso di malunione significativamente più elevato rispetto al gruppo operato, oltre a un livello di soddisfazione del paziente lievemente inferiore, a fronte di una maggiore incidenza di infezioni del sito chirurgico nel gruppo operato: un bilancio che conferma come la decisione debba essere sempre individualizzata, ponderando rischi e benefici specifici del singolo caso, e che nelle fratture francamente stabili il trattamento conservativo resti un’opzione pienamente valida.

Le fratture instabili — bimalleolari, trimalleolari, Weber C, e le Weber B con evidenza di lesione della sindesmosi o del comparto mediale — richiedono nella grande maggioranza dei casi un trattamento chirurgico, finalizzato al ripristino di un allineamento anatomico della mortasa tibio-peroneo-astragalica, condizione indispensabile per prevenire lo sviluppo di artrosi post-traumatica precoce, complicanza ben documentata quando la riduzione non è anatomica o quando persiste anche una minima diastasi della sindesmosi.

Un tema di crescente interesse nella letteratura degli ultimi anni riguarda proprio la gestione delle lesioni sindesmosiche associate a frattura, poiché la loro presenza modifica sostanzialmente sia l’indicazione chirurgica sia il protocollo riabilitativo post-operatorio, come verrà approfondito più avanti in questa pagina.


6. La frattura di caviglia nel paziente anziano

Il trattamento della frattura di caviglia nell’anziano merita una trattazione specifica, per la crescente rilevanza epidemiologica di questa popolazione e per le peculiarità cliniche che la caratterizzano. Come accennato, un numero significativo di fratture di caviglia nell’anziano, soprattutto nelle donne, si verifica in seguito a traumi a bassa energia (semplici cadute a terra) in presenza di ridotta densità minerale ossea, configurando un quadro assimilabile a quello delle fratture da fragilità. Studi qualitativi recenti condotti su pazienti ultracinquantenni hanno inoltre messo in luce come il percorso di recupero da una frattura di caviglia in questa fascia di età sia vissuto non solo come una sfida fisica, ma anche come un evento che modifica la percezione di sé e dell’invecchiamento, con importanti ricadute psicologiche e sulla motivazione al percorso riabilitativo: un elemento che il fisioterapista deve tenere in considerazione nell’impostazione della relazione terapeutica e degli obiettivi condivisi con il paziente.

Dal punto di vista clinico, nella popolazione anziana la qualità ossea può condizionare la tenuta dei mezzi di sintesi, aumentando il rischio di complicanze meccaniche, mentre la presenza di comorbidità (diabete, patologie vascolari periferiche, osteoporosi conclamata) e una minore riserva funzionale possono rallentare i tempi di recupero e aumentare il rischio di perdita di autonomia. Per questo motivo, nel paziente anziano con frattura di caviglia risulta particolarmente importante un approccio multidisciplinare che integri, oltre al trattamento ortopedico e riabilitativo, anche una valutazione del rischio di cadute, un eventuale approfondimento diagnostico per l’osteoporosi (densitometria ossea, valutazione del rischio con strumenti come il FRAX) e, quando indicato, l’avvio di una terapia farmacologica per la salute ossea, in un’ottica di prevenzione delle fratture successive.


7. Le lesioni della sindesmosi

Le lesioni della sindesmosi tibio-fibulare distale, isolate (le cosiddette “alte distorsioni di caviglia” o high ankle sprain) o associate a frattura malleolare, rappresentano un capitolo a parte per complessità clinica e per l’impatto sui tempi di recupero. È ormai un dato consolidato in letteratura che le lesioni sindesmosiche richiedano tempi di recupero e di ritorno allo sport significativamente più lunghi rispetto alle comuni distorsioni laterali di caviglia: le più recenti revisioni sistematiche su atleti riportano tempi medi di ritorno all’attività sportiva nell’ordine di 6-8 settimane per le lesioni sindesmosiche isolate trattate chirurgicamente, contro tempistiche molto più contenute, generalmente 1-3 settimane, per le comuni distorsioni laterali. Nei contesti sportivi di alto livello, tuttavia, i tempi di ritorno alla competizione risultano spesso ancora più prolungati, con serie di calciatori professionisti operati per lesioni sindesmosiche di alto grado che riportano il rientro alla prima partita ufficiale mediamente intorno alla quindicesima settimana post-operatoria, a testimonianza di come, in ambito agonistico, i criteri di ripresa vengano applicati con particolare cautela.

Dal punto di vista chirurgico, le tecniche di stabilizzazione dinamica con sistemi a “bottone di sutura” (suture-button, es. TightRope) si sono progressivamente affiancate alla tradizionale vite di sindesmosi, con il vantaggio di consentire un carico più precoce e di non richiedere, nella maggior parte dei casi, un secondo intervento per la rimozione del mezzo di sintesi, elemento che può favorire tempi di recupero più rapidi rispetto ai protocolli classici basati sulla vite transindesmosica, sebbene la scelta tra le due tecniche resti oggetto di dibattito e vari significativamente in base alle preferenze del chirurgo e alle caratteristiche del paziente.

Dal punto di vista riabilitativo, indipendentemente dalla tecnica chirurgica adottata, il percorso dopo una lesione sindesmosica segue tipicamente tre fasi: una fase acuta orientata alla protezione, al controllo del gonfiore e del dolore; una fase subacuta orientata al recupero della mobilità articolare, della forza e di uno schema del passo fisiologico; una fase avanzata orientata al lavoro funzionale e sport-specifico in vista del ritorno alla pratica sportiva, sempre nel rispetto della massima raccomandazione clinica condivisa in questo ambito: evitare di far proseguire l’attività in presenza di dolore, poiché il rischio di aggravare l’instabilità e di cronicizzare il quadro è concreto.


8. Principi generali della riabilitazione dopo frattura di caviglia

Una volta definito l’inquadramento clinico e il trattamento ricevuto (conservativo o chirurgico), il percorso riabilitativo diventa l’elemento centrale per il recupero funzionale del paziente. La letteratura scientifica più recente e di maggior qualità metodologica su questo tema è rappresentata da due lavori di riferimento: l’aggiornamento 2024 della revisione sistematica Cochrane dedicata alla riabilitazione dopo frattura di caviglia nell’adulto, che ha incluso 53 studi controllati randomizzati o quasi-randomizzati per un totale di quasi 4.500 partecipanti, e una systematic review pubblicata nel 2024 sulla rivista Cureus, focalizzata specificamente sul confronto tra diverse strategie riabilitative dopo trattamento chirurgico.

Da questi lavori, insieme a numerosi studi randomizzati più recenti pubblicati tra il 2023 e il 2025, emergono alcuni principi guida che orientano oggi la pratica clinica riabilitativa:

  1. L’immobilizzazione prolungata, pur necessaria nelle prime fasi per consentire la consolidazione ossea o la guarigione dei tessuti molli operati, comporta di per sé effetti negativi documentati: perdita di forza muscolare, rigidità articolare, alterazioni della propriocezione e ritardo nel recupero funzionale complessivo.
  2. Nei protocolli moderni si osserva una tendenza, supportata da evidenze di qualità crescente, verso una mobilizzazione e un carico più precoci rispetto ai protocolli tradizionali, quando le condizioni della frattura e della sintesi chirurgica lo consentono.
  3. Non esiste un’unica strategia riabilitativa “migliore in assoluto”: la letteratura evidenzia piuttosto l’importanza di personalizzare il programma sulla base della stabilità della frattura, del tipo di fissazione chirurgica, delle condizioni dei tessuti molli e degli obiettivi funzionali del paziente.
  4. Il coinvolgimento attivo del paziente, l’educazione sul percorso atteso e la gestione delle aspettative rappresentano elementi determinanti per l’aderenza al programma riabilitativo e per l’esito finale, come confermato da studi qualitativi condotti sia sui pazienti sia sugli stessi professionisti sanitari coinvolti nel percorso di cura.

9. Le fasi del percorso riabilitativo

Di seguito viene descritto un percorso riabilitativo tipo, articolato in fasi progressive, che il Dott. Trentin personalizza per ciascun paziente sulla base delle indicazioni del chirurgo ortopedico o del medico curante, del tipo di frattura, del trattamento ricevuto e della risposta clinica individuale.

Fase 1 — Fase acuta / protezione (settimane 0-6 circa, variabile)

Nella fase immediatamente successiva al trauma o all’intervento chirurgico, l’obiettivo primario è proteggere il focolaio di frattura, favorendo al contempo il controllo dell’infiammazione e del dolore. In questa fase il paziente è generalmente immobilizzato con gesso, tutore rigido o stivaletto ortopedico (walker), e le indicazioni di carico — nullo, parziale o concesso secondo tolleranza — vengono stabilite dal chirurgo ortopedico in base alla stabilità della fissazione e alla qualità dell’osso.

Il ruolo della fisioterapia in questa fase iniziale, storicamente considerata “di solo riposo”, è oggi riconosciuto come potenzialmente utile anche quando l’articolazione di caviglia è immobilizzata: il lavoro può includere la gestione dell’edema (elevazione dell’arto, esercizi di pompaggio della muscolatura del polpaccio quando non controindicati, eventuale utilizzo di terapie fisiche per il controllo del dolore e del gonfiore), il mantenimento della mobilità e della forza delle articolazioni non coinvolte (ginocchio, anca, piede), l’educazione del paziente all’utilizzo corretto degli ausili per la deambulazione (stampelle, deambulatore) e il monitoraggio dei segnali di allarme (dolore ingravescente, alterazioni cutanee, segni di trombosi venosa profonda) da riferire tempestivamente al medico.

Fase 2 — Recupero della mobilità articolare e primo carico (settimane 4-8 circa, variabile)

Con la progressiva consolidazione della frattura, confermata dal follow-up radiografico del chirurgo, si avvia generalmente la fase di rimozione dell’immobilizzazione rigida e di ripresa graduale del movimento e del carico. Questo è probabilmente il momento più dibattuto e più studiato del percorso riabilitativo, ed è utile che il paziente comprenda che cosa dice oggi la letteratura scientifica in merito.

Il dibattito su carico precoce vs. carico tardivo. Una meta-analisi del 2024 di studi randomizzati controllati ha confrontato gli esiti funzionali, i tempi di ritorno al lavoro e alle attività quotidiane e i tassi di complicanza tra protocolli di carico precoce e protocolli di carico più tardivo dopo osteosintesi di frattura di caviglia. I risultati indicano che, in pazienti selezionati e con fissazione chirurgica adeguata, il carico precoce si associa a punteggi funzionali di caviglia migliori e a un ritorno più rapido alle attività di vita quotidiana e lavorative, senza un incremento significativo del tasso di complicanze rispetto al carico tardivo. Una successiva revisione sistematica pubblicata nel 2025, focalizzata sugli esiti riferiti direttamente dai pazienti, ha sostanzialmente confermato questo orientamento, pur sottolineando l’eterogeneità dei protocolli disponibili in letteratura e la necessità di individualizzare la decisione. Va peraltro segnalato che l’aggiornamento 2024 della Cochrane, pur riconoscendo tendenze favorevoli alla mobilizzazione precoce per alcuni esiti a breve termine, ha modificato le proprie conclusioni rispetto alle versioni precedenti proprio alla luce dei nuovi studi inclusi, evidenziando come il livello di certezza delle prove resti in diversi casi da basso a moderato e come siano necessari ulteriori studi di alta qualità per definire con precisione i protocolli ottimali per specifici sottogruppi di pazienti.

Nella pratica clinica, questo si traduce nell’indicazione — sempre subordinata al parere del chirurgo ortopedico curante, unico soggetto competente a stabilire i tempi di carico sulla base della stabilità della sintesi — a favorire, quando le condizioni lo consentono, una progressione di carico più precoce rispetto ai protocolli tradizionalmente molto conservativi, accompagnata da un programma riabilitativo strutturato piuttosto che da una semplice attesa passiva.

In questa fase il lavoro fisioterapico si concentra su:

  • Recupero del range di movimento articolare, con particolare attenzione alla dorsiflessione di caviglia, spesso la componente più limitata dopo immobilizzazione prolungata, attraverso mobilizzazioni passive e attive-assistite, tecniche di terapia manuale ortopedica (mobilizzazioni articolari specifiche del complesso tibio-tarsico e sotto-astragalico, secondo i principi della formazione OMPT) e stretching progressivo della muscolatura tricipitale surale.
  • Controllo dell’edema residuo e gestione dei tessuti cicatriziali, nei casi operati, con tecniche di mobilizzazione dei tessuti molli e cicatriziali una volta garantita la completa chiusura della ferita chirurgica.
  • Rieducazione progressiva del passo, con svezzamento graduale dagli ausili secondo le indicazioni di carico concordate con il chirurgo, correggendo eventuali compensi patologici (zoppia da fuga del carico, ridotta estensione d’anca in fase di spinta) che tendono a instaurarsi durante il periodo di immobilizzazione.

Fase 3 — Rinforzo muscolare e propriocezione (settimane 6-12 circa, variabile)

Una volta ristabilito un range di movimento funzionale e un pattern del passo adeguato, il programma riabilitativo si concentra sul recupero della forza muscolare e delle capacità propriocettive, due componenti strettamente interconnesse e determinanti per la stabilità dinamica dell’articolazione.

Rinforzo muscolare. Dopo un periodo di immobilizzazione, tutta la muscolatura della gamba e del piede — in particolare tricipite surale, muscoli peronieri, tibiale anteriore e posteriore, muscolatura intrinseca del piede — va incontro a un fisiologico deficit di forza che va recuperato attraverso un programma progressivo: si parte generalmente da esercizi isometrici e a catena cinetica aperta a basso carico, per poi progredire verso esercizi a catena cinetica chiusa (mini-squat, affondi, sollevamenti sulle punte) e, nelle fasi più avanzate, verso un lavoro di forza e potenza muscolare più specifico, calibrato sugli obiettivi funzionali o sportivi del paziente.

Propriocezione e controllo posturale. Il trauma di caviglia, sia esso una frattura o una distorsione, determina tipicamente un deficit propriocettivo, ovvero una ridotta capacità del sistema nervoso di percepire la posizione e il movimento dell’articolazione nello spazio, con conseguente peggioramento del controllo dell’equilibrio e aumento del rischio di nuovi episodi distorsivi o di instabilità cronica. Una recente revisione narrativa sulla propriocezione della caviglia sottolinea come un protocollo riabilitativo propriocettivo ben strutturato sia appropriato non solo dopo distorsione, ma anche dopo intervento chirurgico di riparazione legamentosa o dopo frattura, oltre che nei soggetti anziani con deficit propriocettivi legati all’età, e debba progredire gradualmente da esercizi statici e a basso carico verso esercizi dinamici e sport-specifici, integrando stimolazione somatosensoriale, esercizi di equilibrio progressivo, lavoro di forza e, nelle fasi finali, drill funzionali specifici per l’attività del paziente.

Numerosi studi randomizzati controllati hanno confermato l’efficacia dell’allenamento propriocettivo nel migliorare il range di movimento, il controllo dell’equilibrio e gli esiti funzionali percepiti dal paziente, sia utilizzando programmi basati su tavolette propriocettive e superfici instabili, sia protocolli di facilitazione neuromuscolare propriocettiva (PNF), con evidenze che indicano risultati sovrapponibili tra i due approcci in termini di miglioramento funzionale a medio termine. Una meta-analisi ha inoltre evidenziato come l’allenamento propriocettivo riduca in modo significativo l’incidenza di nuovi episodi distorsivi in soggetti sportivi, un dato di particolare rilevanza anche nel contesto post-frattura, dove la prevenzione di traumi ricorrenti rappresenta uno degli obiettivi a lungo termine della riabilitazione. Anche negli studi più recenti condotti su pazienti con instabilità cronica di caviglia, sia il rinforzo muscolare sia l’allenamento dell’equilibrio si sono dimostrati efficaci nel migliorare la stabilità dinamica, senza che emerga una superiorità netta e definitiva dell’uno sull’altro: il dato più solido, condiviso dalla letteratura più recente, è che un programma combinato e personalizzato, che integri entrambe le componenti, rappresenti l’approccio più efficace.

Fase 4 — Recupero funzionale avanzato e ritorno alle attività (settimane 10-16 e oltre, molto variabile)

Nell’ultima fase del percorso, il lavoro riabilitativo si sposta verso compiti funzionali complessi, che riproducono le richieste specifiche della vita quotidiana, lavorativa o sportiva del paziente. In questa fase trovano spazio esercizi pliometrici progressivi (una volta raggiunti adeguati livelli di forza e controllo), lavoro di agilità, cambi di direzione, accelerazioni e decelerazioni controllate, e — per i pazienti sportivi — una progressiva reintroduzione dei gesti tecnici specifici dello sport praticato.

La decisione sul ritorno allo sport non dovrebbe basarsi unicamente sul tempo trascorso dall’infortunio, quanto piuttosto sul raggiungimento di criteri funzionali oggettivi: assenza di dolore durante e dopo l’attività, recupero simmetrico di forza e range di movimento rispetto all’arto controlaterale, adeguate performance in test funzionali specifici (test di salto monopodalico, test di equilibrio dinamico) e capacità di eseguire i gesti sport-specifici senza compensi. Questo approccio “criteria-based”, piuttosto che rigidamente temporale, è oggi riconosciuto dalla letteratura più recente come lo standard di riferimento, specialmente nella gestione delle lesioni sindesmosiche, dove la variabilità individuale nei tempi di recupero è particolarmente marcata.


10. Modalità e strumenti terapeutici complementari

Accanto agli esercizi terapeutici, che rappresentano il cardine dell’intero percorso riabilitativo secondo tutte le evidenze disponibili, la fisioterapia della frattura di caviglia può avvalersi di strumenti complementari, la cui indicazione va sempre valutata caso per caso:

  • Terapia manuale ortopedica: le tecniche di mobilizzazione articolare specifiche, patrimonio distintivo della formazione OMPT, possono contribuire al recupero della mobilità del complesso tibio-tarsico, sotto-astragalico e delle articolazioni del mesopiede, spesso ipomobili dopo un periodo di immobilizzazione prolungata.
  • Idrochinesiterapia: l’esercizio in acqua, sfruttando la spinta di galleggiamento per ridurre il carico sull’articolazione, può rappresentare un’utile fase di transizione tra il carico parziale e il carico completo a secco, consentendo di iniziare precocemente un lavoro di rinforzo e di rieducazione al passo in condizioni di scarico parziale controllato.
  • Elettrostimolazione e altre terapie fisiche strumentali: possono trovare indicazione, in casi selezionati, per il controllo del dolore, la gestione dell’edema o il supporto al recupero della forza muscolare in fasi specifiche del percorso, sempre come complemento e non come sostituto dell’esercizio terapeutico attivo.
  • Educazione del paziente: un elemento trasversale a tutte le fasi, che comprende informazioni su carico consentito, gestione del dolore, aspettative realistiche sui tempi di recupero e strategie di prevenzione di nuovi traumi, riconosciuto da studi qualitativi recenti come un fattore chiave per l’aderenza al percorso e per la soddisfazione complessiva del paziente.

11. Esempi pratici di esercizi terapeutici per fase

Per rendere più concreto quanto descritto nei paragrafi precedenti, può essere utile illustrare, a titolo puramente esemplificativo e non sostitutivo di una valutazione individuale, alcune tipologie di esercizio che vengono tipicamente proposte nelle diverse fasi del percorso riabilitativo. È bene ribadire che la progressione reale, i tempi e la scelta specifica degli esercizi devono sempre essere calibrati sul singolo paziente, sulla base della stabilità della frattura, delle indicazioni del chirurgo curante e della risposta clinica individuale.

Fase acuta (immobilizzazione). In questa fase, quando l’arto è ancora immobilizzato, il lavoro fisioterapico si concentra su distretti non coinvolti: mobilizzazione attiva di anca e ginocchio, esercizi isometrici per il quadricipite e la muscolatura glutea, mantenimento della mobilità delle dita del piede quando non controindicato, esercizi di pompaggio muscolare del polpaccio per favorire il ritorno venoso (se compatibili con il tipo di immobilizzazione), e corretto posizionamento dell’arto in scarico per il controllo dell’edema.

Fase di recupero della mobilità. Una volta autorizzata la mobilizzazione, si introducono mobilizzazioni passive e attive-assistite di flesso-estensione di caviglia, esercizi di scivolamento del tendine, stretching progressivo del tricipite surale (con ginocchio esteso e flesso, per differenziare gastrocnemio e soleo), mobilizzazioni articolari specifiche eseguite manualmente dal fisioterapista per il recupero della componente accessoria del movimento, e l’introduzione di un carico progressivo secondo le indicazioni ricevute, spesso supportato inizialmente da ausili (bastoni, stampelle) e da esercizi in scarico parziale, anche in acqua quando disponibile.

Fase di rinforzo e propriocezione. In questa fase trovano spazio esercizi di rinforzo del tricipite surale (sollevamenti sulle punte, inizialmente bipodalici e successivamente monopodalici), esercizi per la muscolatura peroniera e per il tibiale anteriore e posteriore con elastici a resistenza progressiva, esercizi di equilibrio monopodalico su superficie stabile e, successivamente, su superfici instabili (tavolette propriocettive, cuscini instabili, pedane), esercizi funzionali come mini-squat, affondi controllati e step-up/step-down, oltre a esercizi propriocettivi dinamici che integrano compiti cognitivi o visivi secondari, utili a riprodurre le richieste attentive tipiche delle attività quotidiane e sportive.

Fase funzionale avanzata. Nell’ultima fase, quando i parametri di forza, mobilità e controllo motorio lo consentono, il programma può includere esercizi pliometrici a basso e poi a medio impatto (piccoli salti bipodalici e monopodalici, atterraggi controllati), esercizi di agilità con cambi di direzione, corsa progressiva su superfici diverse, e la reintroduzione graduale dei gesti sport-specifici, sempre monitorando l’assenza di dolore e di compensi durante l’esecuzione.


12. Diagnostica per immagini: il ruolo di radiografia, TC e risonanza magnetica

Sebbene la radiografia standard, in due o tre proiezioni (antero-posteriore, laterale ed eventualmente mortasa), rappresenti l’esame di primo livello per la diagnosi di frattura di caviglia — anche alla luce di quanto indicato dalle Ottawa Ankle Rules — in numerose situazioni cliniche si rende necessario un approfondimento con tomografia computerizzata (TC) o risonanza magnetica (RM).

La TC trova indicazione principalmente nelle fratture complesse, articolari o con sospetto coinvolgimento del terzo malleolo (pilone posteriore), poiché consente una ricostruzione tridimensionale della rima di frattura fondamentale per la pianificazione chirurgica, soprattutto quando è previsto un approccio diretto sul frammento posteriore. La risonanza magnetica, invece, trova indicazione elettiva quando sia necessario approfondire lo stato dei tessuti molli periarticolari — legamento deltoideo, complesso legamentoso laterale, sindesmosi tibio-fibulare, tendini peronieri — informazioni che la sola radiografia non è in grado di fornire e che, come evidenziato da studi di confronto tra classificazione clinica e reperti di risonanza, possono talvolta discostarsi dal quadro lesivo previsto sulla base del solo meccanismo traumatico descritto dal paziente. Questo dato conferma l’importanza di un approccio diagnostico integrato, che non si affidi esclusivamente agli schemi classificativi classici ma consideri sempre il quadro clinico e strumentale nella sua interezza.


13. Domande frequenti

Quanto tempo serve per guarire completamente da una frattura di caviglia? I tempi variano molto in base al tipo di frattura, al trattamento ricevuto e alle caratteristiche individuali del paziente. Indicativamente, la consolidazione ossea di base richiede dalle 6 alle 8 settimane, ma il pieno recupero funzionale — soprattutto per attività sportive o lavorative fisicamente impegnative — richiede tipicamente diversi mesi, e nelle lesioni più complesse, in particolare quelle con coinvolgimento della sindesmosi, anche oltre i 4-6 mesi.

È vero che muoversi prima fa guarire più in fretta? La letteratura più recente indica che, in pazienti selezionati e con una fissazione chirurgica adeguata, una mobilizzazione e un carico più precoci rispetto ai protocolli tradizionalmente molto conservativi si associano a un recupero funzionale più rapido, senza un aumento significativo del rischio di complicanze. Questo non significa però che “prima si carica, meglio è” in senso assoluto: la decisione sui tempi e sulle modalità di carico spetta sempre al chirurgo ortopedico curante, sulla base delle caratteristiche specifiche della frattura e della sintesi effettuata, e va poi tradotta in un programma riabilitativo strutturato e non lasciata all’iniziativa spontanea del paziente.

Dopo quanto tempo si può tornare a fare sport? Non esiste un tempo fisso valido per tutti i pazienti. La scelta più corretta, supportata dalla letteratura scientifica più recente, è quella di basare il ritorno allo sport su criteri funzionali oggettivi — assenza di dolore, forza e mobilità simmetriche rispetto all’arto sano, buona performance nei test funzionali specifici — piuttosto che su un numero di settimane predefinito. Nelle lesioni sindesmosiche, in particolare, i tempi tendono a essere più lunghi rispetto alle comuni distorsioni di caviglia.

La frattura di caviglia può portare all’artrosi? Sì, questo è un rischio reale, soprattutto quando la riduzione chirurgica o conservativa della frattura non raggiunge un allineamento anatomico perfetto, o quando persiste anche una minima instabilità della sindesmosi. Per questo motivo il ripristino di una congruità articolare accurata rappresenta uno degli obiettivi primari del trattamento ortopedico, ed è anche una delle ragioni per cui, nelle fratture instabili, la chirurgia viene generalmente preferita al trattamento conservativo.

Serve la fisioterapia anche dopo un trattamento conservativo con solo gesso? Sì. Anche in assenza di intervento chirurgico, il periodo di immobilizzazione determina comunque una perdita di forza, di mobilità articolare e di propriocezione che beneficia di un percorso riabilitativo strutturato una volta rimosso il gesso, con le stesse fasi descritte in questa pagina, opportunamente adattate al singolo caso.


14. Possibili complicanze da monitorare durante il percorso

Sebbene la maggior parte dei pazienti con frattura di caviglia raggiunga un buon recupero funzionale, è importante che il paziente e il fisioterapista siano consapevoli delle possibili complicanze, alcune delle quali richiedono un tempestivo invio al medico o al chirurgo ortopedico curante:

  • Ritardo di consolidazione o pseudoartrosi, più frequenti in presenza di fattori di rischio quali fumo, diabete o osteoporosi severa;
  • Malunione, con conseguente alterazione della biomeccanica articolare e aumento del rischio di artrosi post-traumatica;
  • Rigidità articolare persistente, in particolare deficit di dorsiflessione;
  • Instabilità cronica, soprattutto in caso di lesioni sindesmosiche non adeguatamente trattate o riabilitate;
  • Sindrome dolorosa regionale complessa, complicanza meno frequente ma da tenere presente in caso di dolore sproporzionato rispetto al quadro clinico atteso;
  • Complicanze tromboemboliche, il cui rischio va sempre considerato, specie nelle prime fasi di immobilizzazione e ridotto carico.

15. Il ruolo del fisioterapista OMPT nel percorso riabilitativo

La qualifica OMPT (Orthopaedic Manual Physical Therapist) identifica un livello di formazione avanzata in fisioterapia muscoloscheletrica, caratterizzato da competenze specifiche di ragionamento clinico, valutazione differenziale e terapia manuale ortopedica, oltre che nella prescrizione dell’esercizio terapeutico basato sulle evidenze scientifiche più aggiornate. Nel percorso di recupero da una frattura di caviglia, questa formazione consente di integrare in modo coerente e personalizzato le diverse componenti del trattamento — mobilizzazione articolare, rinforzo muscolare progressivo, rieducazione propriocettiva, rieducazione funzionale — costruendo un percorso su misura per ogni singolo paziente, in stretta collaborazione con il medico e il chirurgo ortopedico curante, elemento che la letteratura recente individua come una delle priorità condivise tanto dai professionisti sanitari quanto dai pazienti stessi nel percorso di recupero dopo chirurgia della caviglia.

Il Dott. Samuele Trentin riceve presso lo studio di Fontaniva (PD), in via Marconi 3, pazienti in fase post-traumatica e post-chirurgica per frattura di caviglia, offrendo una valutazione funzionale completa e un percorso riabilitativo personalizzato, costruito sulla base delle più recenti evidenze scientifiche disponibili in letteratura e calibrato sulle specifiche esigenze e sugli obiettivi di ciascun paziente.


16. Conclusioni

La frattura di caviglia è una lesione frequente e potenzialmente disabilitante, il cui esito funzionale dipende in larga misura non soltanto dalla qualità del trattamento medico-chirurgico iniziale, ma anche dalla qualità e dalla tempestività del percorso riabilitativo successivo. La letteratura scientifica più recente conferma che un approccio riabilitativo strutturato, progressivo e individualizzato — che integri, secondo tempistiche appropriate e condivise con il chirurgo curante, la mobilizzazione precoce, il rinforzo muscolare, il lavoro propriocettivo e la rieducazione funzionale — è in grado di favorire un recupero più rapido e completo rispetto a un approccio basato sulla sola attesa passiva, senza incrementare il rischio di complicanze quando applicato in pazienti adeguatamente selezionati. Al tempo stesso, la letteratura più aggiornata invita alla cautela nel generalizzare protocolli standardizzati, sottolineando come le scelte terapeutiche e riabilitative debbano sempre essere calate sulla situazione specifica di ciascun paziente, in un percorso di cura condiviso tra medico, chirurgo ortopedico e fisioterapista.


Bibliografia

  1. Lewis SR, Pritchard MW, Parker R, Searle HKC, Beckenkamp PR, Keene DJ, Bretherton C, Lin C-WC. Rehabilitation for ankle fractures in adults. Cochrane Database of Systematic Reviews 2024, Issue 9. Art. No.: CD005595. DOI: 10.1002/14651858.CD005595.pub4.
  2. Altuwairqi A. Comparative Analysis of Rehabilitation Strategies Following Ankle Fracture Surgery: A Systematic Review. Cureus. 2024 Jul 11;16(7):e64315. DOI: 10.7759/cureus.64315.
  3. Chen B, Ye Z, Wu J, Wang G, Yu T. The effect of early weight-bearing and later weight-bearing rehabilitation interventions on outcomes after ankle fracture surgery: a systematic review and meta-analysis of randomised controlled trials. J Foot Ankle Res. 2024;17:e12011. DOI: 10.1002/jfa2.12011.
  4. Llombart-Blanco R, Mariscal G, Khalil I, Cordón V, Benlloch M, Barrios C, Llombart-Ais R. Weight-bearing versus non-weight-bearing after ankle fracture: a systematic review and meta-analysis of patient-reported outcome. Life (Basel). 2025;15:314. DOI: 10.3390/life15020314.
  5. Carver A, Choong M, Fawdry R, Boylan CT, Nanavati N. Do operative or weight-bearing delays lead to worse outcomes in ankle surgery? Foot (Edinb). 2025;62:102159. DOI: 10.1016/j.foot.2025.102159.
  6. Bretherton C, Al-Saadawi A, Sandhu PH, Baird PJ, Griffin PX. Healthcare professionals’ beliefs and priorities for the rehabilitation of patients after ankle fracture surgery: a qualitative study. Injury. 2024;55:111975.
  7. Tutton E, Gould J, Lamb SE, Costa ML, Keene DJ. “It makes me feel old”: understanding the experience of recovery from ankle fracture at 6 months in people aged 50 years and over. Qual Health Res. 2023;33:308-320.
  8. Gomes YE, Chau M, Banwell HA, Causby RS. Diagnostic accuracy of the Ottawa ankle rule to exclude fractures in acute ankle injuries in adults: a systematic review and meta-analysis. BMC Musculoskelet Disord. 2022;23:885. DOI: 10.1186/s12891-022-05831-7.
  9. Ottawa Ankle Rules: A Reliable Clinical Instrument to Detect Fractures in Children and Adolescents. Studio osservazionale trasversale, 2025. PMC11879485.
  10. Tartaglione JP, Rosenbaum AJ, Abousayed M, DiPreta JA. Classifications in Brief: Lauge-Hansen Classification of Ankle Fractures. Clin Orthop Relat Res. 2015;473:3323-3328.
  11. Goost H, Wimmer MD, Barg A, Kabir K, Valderrabano V, Burger C. Fractures of the Ankle Joint: Investigation and Treatment Options. Dtsch Arztebl Int. 2014;111(21):377-388.
  12. Kennedy JG, Johnson SM, Collins AL, DalloVedova P, McManus WF, Hynes DM, Walsh MG, Stephens MM. An evaluation of the Weber classification of ankle fractures. Injury. 1998;29(8):577-580.
  13. Operative vs. Nonoperative Management of Isolated Weber B Ankle Fractures. Studio di coorte retrospettivo, 2025. PMC11861853.
  14. Sideline Management of Syndesmotic Injuries in the Athlete: Evaluation, Management, and Return to Play. Review, 2025. PMC11949914.
  15. Return-to-sport rate and time in elite athletes after ankle syndesmosis injuries: a systematic review and meta-analysis. J Orthop Surg Res. 2025. DOI: 10.1186/s13018-025-06566-6.
  16. Return to Play After Isolated Syndesmotic Ligamentous Injury in Athletes: A Systematic Review and Meta-analysis. PMC9121478.
  17. Management of High Ankle Sprains Utilizing the Tightrope Surgical Procedure – A Novel Approach for a Rapid Return to Play. Int J Sports Phys Ther. 2025.
  18. Contemporary Review: Proprioception in Ankle Stability. Review narrativa, 2025. PMC12547119.
  19. de Vasconcelos GS, Cini A, Sbruzzi G, Lima CS. Effects of proprioceptive training on the incidence of ankle sprain in athletes: systematic review and meta-analysis. Clin Rehabil. 2018;32(12):1581-1590.
  20. Efficacy of adding mobilization and balance exercises to a home-based exercise program in patients with ankle disability: a randomized controlled trial. PMC11880611, 2025.
  21. Rebuilding Stability: Exploring the Best Rehabilitation Methods for Chronic Ankle Instability. Review, PMC11510844.
  22. Effects of Balance and Strength Training for Ankle Proprioception in People with Chronic Ankle Instability: A Randomized Controlled Study. 2024. PMID: 39058626.
  23. Analysis of Operated Ankle Fractures in Elderly Patients: Are They All Osteoporotic? Applied Sciences (MDPI). 2024;14(9):3787.
  24. Epidemiology and Management of Ankle Fractures Prior to, During, and Following the COVID-19 Pandemic in an Italian Tertiary Hospital. PMC12387823, 2025.
  25. Juto H, Nilsson H, Morberg P. Epidemiology of adult ankle fractures: 1756 cases identified in the Norrbotten County database and classified according to AO. BMC Musculoskelet Disord. 2018;19:441.
  26. Kannus P, Parkkari J, Niemi S, Palvanen M. Epidemiology of osteoporotic ankle fractures in elderly persons in Finland. Ann Intern Med. 1996;125:975-978.
  27. Nurlygaianov RZ, Minasov TB, Nurlygaianova DR. Association of osteoporosis with ankle fractures in the geriatric population. Osteoporosis and Bone Diseases. 2023;26(2):4-9.

Testo a cura dello Studio di Fisioterapia Dott. Samuele Trentin, Fisioterapista OMPT — Via Marconi 3, Fontaniva (PD). Il presente contenuto ha finalità informativa ed educativa e non sostituisce in alcun modo la valutazione clinica diretta da parte del medico, del chirurgo ortopedico o del fisioterapista. Per un percorso diagnostico e riabilitativo personalizzato è sempre necessaria una visita specialistica.