Sindrome di De Quervain
Sindrome di De Quervain: le risposte alle domande più frequenti
A cura del Dott. Samuele Trentin, fisioterapista OMPT – Fontaniva (PD), via Marconi 3
Il dolore sul lato del polso, in prossimità della base del pollice, che peggiora quando si solleva un bambino, si gira una chiave o si usa lo smartphone, è un motivo di visita molto frequente. Quando i sintomi hanno le caratteristiche tipiche, il nome che si sente pronunciare è «sindrome di De Quervain», detta anche tenosinovite di De Quervain. Questa pagina raccoglie, in forma di domande e risposte, ciò che i pazienti mi chiedono più spesso nello studio di Fontaniva. L’obiettivo è dirti che cosa sappiamo davvero, sulla base della letteratura scientifica più recente, e che cosa invece resta incerto.
Per scrivere questi contenuti ho fatto riferimento alle revisioni sistematiche e alle meta-analisi più recenti, in particolare la network meta-analisi di Challoumas e colleghi pubblicata su JAMA Network Open nel 2023 [1] e quella di Cuenca-Zaldívar e colleghi del 2025 [2], al consenso multidisciplinare europeo HANDGUIDE [3] e a revisioni dedicate a diagnosi, chirurgia, esercizio terapeutico e terapie fisiche. I numeri tra parentesi quadre rimandano alla bibliografia in fondo alla pagina. Una premessa di onestà: a oggi non esiste una linea guida internazionale definitiva dedicata alla sindrome di De Quervain [1], e molti studi sono piccoli o esposti a rischio di bias. Dove le prove sono deboli lo dirò apertamente, perché è la cosa più utile che un professionista possa fare per te.
Questa pagina ha scopo informativo e non sostituisce una valutazione clinica individuale né il parere del medico.
Parte 1 – Capire la sindrome
1. Che cos’è la sindrome di De Quervain?
È una condizione dolorosa del lato radiale del polso (il lato del pollice) causata da una sofferenza dei tendini che portano il pollice verso l’esterno e verso l’alto, e del tunnel fibroso in cui scorrono. Prende il nome dal chirurgo svizzero Fritz de Quervain, che la descrisse alla fine dell’Ottocento. In letteratura si trova anche come tenosinovite stenosante del primo compartimento dorsale, o tendinopatia di De Quervain. La diagnosi è soprattutto clinica: si basa sul racconto dei sintomi e su un esame accurato della mano e del polso [1,3].
2. Quali strutture sono coinvolte?
Sul dorso del polso i tendini degli estensori passano in sei «canali» (compartimenti) chiusi da una fascia, il retinacolo degli estensori. Il primo compartimento, quello sul lato radiale, contiene due tendini: l’abduttore lungo del pollice e l’estensore breve del pollice. Questi due tendini scorrono in un canale stretto all’altezza dello stiloide radiale, la sporgenza ossea che si sente sul lato del polso dalla parte del pollice, e cambiano direzione proprio in quel punto, come una corda che passa su una carrucola. Nella sindrome di De Quervain la guaina che avvolge i tendini e il retinacolo che la ricopre si ispessiscono, mentre i tendini possono mostrare segni di degenerazione: lo scorrimento diventa meno fluido e il movimento del pollice e del polso provoca dolore [1].
In molte persone l’estensore breve del pollice scorre in un piccolo sotto-compartimento separato da un setto. Questa variante anatomica è stata studiata a lungo come possibile fattore predisponente, ma i dati più recenti indicano che è presente anche in una quota elevata di persone senza alcun sintomo, e quindi potrebbe essere considerata una variante normale più che un’anomalia [1,17]. Ha comunque un’importanza pratica, come vedremo parlando di infiltrazioni ed ecografia.
3. «Tenosinovite» significa che c’è un’infiammazione?
Non necessariamente. Il termine suggerisce un processo infiammatorio, ma il ruolo dell’infiammazione in questa condizione è ancora dibattuto: secondo la revisione di Challoumas e colleghi il meccanismo più probabile è una degenerazione legata al sovraccarico, con ispessimento della guaina e assottigliamento e degenerazione del tendine [1]. Per questo molti autori preferiscono parlare di tendinopatia o di tenosinovite «stenosante», cioè che restringe il canale. Il punto pratico è questo: se il problema non è soltanto infiammatorio, ci si può aspettare che le terapie «antinfiammatorie» da sole abbiano un effetto limitato, e infatti le prove a favore degli antinfiammatori orali nella De Quervain sono scarse (ne riparliamo più avanti) [1].
4. Quanto è frequente e chi colpisce di più?
È una delle cause più comuni di dolore sul lato radiale del polso. Lo studio epidemiologico più citato, condotto su oltre 12 milioni di persone-anno di personale militare statunitense, ha registrato 11.332 casi e ha trovato un’incidenza di 2,8 casi ogni 1.000 persone-anno nelle donne contro 0,6 negli uomini; i fattori di rischio emersi erano il sesso femminile, un’età superiore ai 40 anni e l’appartenenza alla popolazione di origine afroamericana [15]. Nella network meta-analisi di Challoumas, che ha incluso 30 studi per un totale di 1.663 pazienti, l’età media era di 46 anni e l’80% dei partecipanti era di sesso femminile [1].
Un altro gruppo a rischio è quello delle donne in gravidanza e nel post-partum, in cui la sindrome compare con frequenza maggiore e talvolta a un’età più giovane [18]. Ne parleremo in una domanda dedicata.
5. Quali sono le cause?
La risposta onesta è che la causa precisa non è nota. Sappiamo che coesistono più elementi: predisposizione individuale (sesso, età, probabilmente fattori genetici e anatomici), momenti della vita in cui il corpo cambia assetto (gravidanza, allattamento, menopausa) e carichi sul pollice e sul polso che superano la capacità del tendine di adattarsi. Una rassegna recente sul tema sottolinea come il quadro eziologico sia ancora in costruzione e come l’interazione tra variazioni anatomiche, fattori patologici e fattori occupazionali sia da chiarire [21].
6. Il lavoro o l’uso dello smartphone possono causarla?
È la domanda che crea più confusione, perché nell’immaginario comune la De Quervain è una malattia «da movimenti ripetitivi». Le prove sono meno nette di quanto si creda. Una revisione sistematica con meta-analisi che ha esaminato un’ampia letteratura sul tema non ha dimostrato un nesso causale solido tra fattori professionali e sindrome di De Quervain, mettendo in discussione il suo riconoscimento come malattia professionale [13]. Uno studio caso-controllo con dati raccolti in modo prospettico non ha trovato che il lavoro manuale pesante o i traumi fossero fattori predisponenti [16].
Questo non significa che il carico sia irrilevante: quando la sindrome è già presente, i gesti che richiedono presa forzata combinata con deviazione ulnare del polso e abduzione del pollice peggiorano i sintomi, e modificarli è una parte importante del trattamento [1,3]. Significa piuttosto che è scorretto, e spesso ingiusto, dire al paziente «hai il polso così perché lavori al computer» o «perché stai troppo al telefono». Per i nomi popolari come «pollice da smartphone» o «polso della mamma» non esistono, ad oggi, prove che dimostrino un rapporto di causa-effetto: descrivono situazioni in cui la sindrome si manifesta, non necessariamente la sua origine.
Parte 2 – Sintomi e diagnosi
7. Quali sono i sintomi tipici?
Il sintomo principale è il dolore localizzato sul lato del polso verso il pollice, in corrispondenza e subito sopra lo stiloide radiale, con dolorabilità alla pressione in quel punto [1]. Il dolore tende a peggiorare con i movimenti del pollice (soprattutto portarlo verso l’esterno, aprirlo o fare presa), con la deviazione del polso verso il mignolo e con attività quotidiane come girare un rubinetto, strizzare un panno, aprire un barattolo, tenere in braccio un neonato, digitare o impugnare un attrezzo. Possono essere presenti gonfiore sul lato radiale del polso, una sensazione di scatto o di attrito durante i movimenti del pollice e una riduzione della forza di presa a causa del dolore. Spesso il dolore si irradia verso il pollice e verso l’avambraccio.
Un aspetto utile: se i disturbi sono prevalentemente sul lato del pollice, peggiorano con questi specifici movimenti e non c’è formicolio persistente, la De Quervain è un’ipotesi plausibile. Se invece prevalgono formicolii, intorpidimento o dolore notturno diffuso alla mano, vanno prese in considerazione altre cause.
8. Come si fa la diagnosi?
La diagnosi è primariamente clinica. Si parte da una storia accurata (da quanto tempo, in quali gesti compare il dolore, eventuali traumi, gravidanza recente, malattie reumatologiche o metaboliche, trattamenti già fatti) e si prosegue con l’ispezione, la palpazione dello stiloide radiale e del primo compartimento, la valutazione dei movimenti del polso e del pollice e i test provocativi [1,3]. Una diagnosi fondata solo su un test ha un valore limitato: il ragionamento clinico consiste nel mettere insieme storia, localizzazione del dolore, risposta ai test e assenza di segni che indichino una causa alternativa.
9. Che cos’è il test di Finkelstein? E il test di Eichhoff?
Il test di Finkelstein, descritto dal chirurgo Harry Finkelstein nel 1930, è il test provocativo più usato. In realtà la maggior parte dei manuali, e di molti clinici, descrive sotto questo nome una manovra diversa, quella di Eichhoff: il paziente chiude il pugno con il pollice dentro le altre dita e il polso viene portato in deviazione ulnare. Nella versione originale di Finkelstein, invece, è l’esaminatore a impugnare il pollice e a portare con delicatezza il polso in deviazione ulnare. L’equivoco risale a una descrizione errata tramandata per decenni; la manovra di Eichhoff, in particolare, può provocare dolore anche in assenza di malattia, cioè dare falsi positivi [20].
Per migliorare l’accuratezza è stato proposto il WHAT test (wrist hyperflexion and abduction of the thumb), che combina flessione massimale del polso e abduzione del pollice mantenute per un breve periodo, ed è stato descritto come più sensibile e più specifico del test di Eichhoff [19]. Una rassegna recente conferma che i test classici hanno una specificità limitata e che i dati sulla loro affidabilità sono ancora scarsi [21]. In pratica, nessun test da solo è sufficiente: serve l’insieme dei dati clinici.
10. Servono ecografia, radiografia o risonanza?
Non sempre. Quando il quadro clinico è tipico, la diagnosi non richiede esami strumentali. L’ecografia può essere utile nei casi dubbi, quando i sintomi non rispondono ai trattamenti o prima di un’infiltrazione: permette di vedere l’ispessimento e la riduzione di ecogenicità della guaina a livello dello stiloide radiale e di riconoscere l’eventuale sotto-compartimento separato per l’estensore breve del pollice, informazione che può guidare il medico nella scelta della sede dell’infiltrazione [1,21]. La radiografia viene richiesta dal medico quando si sospettano cause ossee o articolari, come una frattura o l’artrosi della base del pollice; la risonanza magnetica è riservata ai casi in cui il quadro resta poco chiaro [1].
11. Con quali altre condizioni si può confondere?
Il dolore sul lato radiale del polso ha molte possibili origini e un bravo clinico non dà per scontata la De Quervain. Le più frequenti da escludere sono l’artrosi dell’articolazione trapezio-metacarpale del pollice (rizoartrosi), la sindrome dell’intersezione (una tendinopatia più prossimale, circa 4-6 cm sopra il polso, dove i tendini del primo compartimento incrociano quelli del secondo), la neuropatia sensitiva del ramo superficiale del nervo radiale (sindrome di Wartenberg, con bruciore o formicolio sul dorso del pollice), le fratture o le lesioni legamentose dello scafoide e dell’articolazione radio-carpica, la tendinopatia del flessore radiale del carpo e le artriti infiammatorie. Una cisti nervosa a carico del nervo radiale superficiale può in rari casi simulare la De Quervain, ed è uno dei motivi per cui, nei casi atipici, si richiede un approfondimento strumentale [21].
Distinguere queste condizioni cambia il trattamento: per esempio, un tutore per il pollice può aiutare in una rizoartrosi, ma l’esercizio e il carico vanno impostati diversamente rispetto a una tendinopatia del primo compartimento.
12. Posso rivolgermi direttamente al fisioterapista?
Sì, per una valutazione funzionale puoi rivolgerti direttamente al fisioterapista. Nel mio lavoro la prima visita ha tre scopi: confermare che il quadro clinico sia compatibile con una De Quervain, escludere le condizioni che richiedono un altro percorso, e capire quali gesti e quali carichi mantengono il problema. Se emergono segni che richiedono un parere medico (per esempio sospetto di frattura, di infezione, di malattia reumatologica o sintomi neurologici) ti indico a quale specialista rivolgerti. Le infiltrazioni, i farmaci e gli esami strumentali sono di competenza del medico; il mio compito è coordinarmi con lui quando serve.
Parte 3 – Il trattamento: che cosa dice la ricerca
13. Esistono linee guida sul trattamento?
Non esiste una linea guida internazionale definitiva. Gli autori della più ampia network meta-analisi pubblicata finora lo dicono in modo esplicito nell’introduzione del loro lavoro [1]. Il riferimento più strutturato è il consenso europeo HANDGUIDE, pubblicato su Physical Therapy nel 2014, in cui un gruppo multidisciplinare di esperti ha concordato che a tutti i pazienti vadano date istruzioni su attività, funzione e dolore, accompagnate da uno o più interventi tra farmaci antinfiammatori, tutore, infiltrazione di corticosteroide e chirurgia, scelti in base a gravità, durata dei sintomi e trattamenti precedenti, secondo una gerarchia che parte dai trattamenti meno invasivi e arriva alla chirurgia [3]. Sul versante delle prove, le revisioni sistematiche successive hanno affinato il quadro [1,2,4,6], ed è su queste che si basa questa pagina.
14. Qual è il trattamento di prima scelta secondo le revisioni più recenti?
La network meta-analisi di Challoumas e colleghi, su 30 studi e 1.663 pazienti, conclude che l’approccio di prima scelta è l’infiltrazione locale di corticosteroide seguita da immobilizzazione con tutore per il pollice per 3-4 settimane [1]. Altre sintesi vanno nella stessa direzione: una meta-analisi pubblicata su Hand Surgery and Rehabilitation nel 2024 ha trovato che l’infiltrazione è più efficace della sola immobilizzazione (con una probabilità di risoluzione dei sintomi di 1,61 volte superiore al termine del follow-up) e che la combinazione dei due trattamenti offre un beneficio aggiuntivo [6]; una network meta-analisi del 2025, focalizzata sui trattamenti conservativi, colloca al primo posto il tutore indossato a tempo pieno insieme all’infiltrazione, seguito dall’infiltrazione da sola e dall’agopuntura, con tutti i trattamenti attivi superiori alla lista d’attesa [2].
Il messaggio, però, va letto con attenzione ai suoi limiti, che sono presentati nella domanda successiva.
15. Quanto sono solide queste conclusioni?
Nella ricerca clinica non basta sapere quale trattamento «vince»: bisogna sapere quanto ci si può fidare del risultato. Challoumas e colleghi hanno valutato la certezza delle prove con il metodo GRADE e il rischio di bias con lo strumento Cochrane: dei 19 studi inclusi nelle analisi quantitative, solo uno era a basso rischio di bias, 10 presentavano qualche preoccupazione e 8 un rischio elevato [1]. L’aggiunta del tutore all’infiltrazione ha prodotto un vantaggio statisticamente significativo ma, secondo le soglie di differenza minima clinicamente importante stabilite dagli autori, non clinicamente rilevante: circa 10 punti sul questionario Q-DASH (scala 0-80) nel breve e nel medio termine, con prove di certezza moderata per la funzione, e circa 1,2-1,3 punti su 10 di dolore, con certezza molto bassa [1,30]. La network meta-analisi del 2025 conferma che la maggior parte degli studi è ad alto rischio di bias, che l’eterogeneità sul dolore è molto elevata (I² = 83,5%) e che la certezza delle prove va da bassa a molto bassa [2].
In termini pratici: la strategia «infiltrazione più tutore breve» è la più sostenuta dalla letteratura, ma la forza di questa raccomandazione è moderata per la funzione e debole per il dolore. Questo spiega perché il percorso va comunque personalizzato.
16. Il tutore da solo serve?
La risposta è sfumata. Nella network meta-analisi di Challoumas il tutore per il pollice usato da solo, e soprattutto il gesso, ha mostrato la probabilità più alta di essere tra gli interventi meno efficaci, mentre combinato con l’infiltrazione ha dato i migliori risultati sulla funzione [1]. Nella network meta-analisi del 2025, invece, il tutore indossato a tempo pieno ha mostrato benefici significativi rispetto alla lista d’attesa e, dove l’infiltrazione non è accessibile o non è desiderata, le monoterapie con tutore o con infiltrazione possono comunque offrire vantaggi concreti, pur con prove di bassa certezza [2]. Una revisione più datata aveva già osservato che l’infiltrazione era più efficace della sola immobilizzazione [7].
In sintesi: il tutore da solo non è la scelta più efficace, ma non è nemmeno inutile. Per chi non può o non vuole fare l’infiltrazione, o come parte di un piano più ampio, resta uno strumento ragionevole, soprattutto se è ben costruito e ben usato.
17. Come dovrebbe essere fatto il tutore e per quanto va portato?
Per il tutore più studiato, quello detto «spica» per il pollice, gli autori della network meta-analisi del 2023 consigliano un modello che comprenda il polso e l’articolazione metacarpo-falangea del pollice ma lasci libera l’articolazione interfalangea; va indossato a tempo pieno, tolto solo per l’igiene personale e per semplici esercizi di mobilità, per 3-4 settimane dopo l’infiltrazione [1]. Il confronto tra uso continuo e uso «a piacere» del tutore (due condizioni che nella stessa network meta-analisi sono risultate tra le meno efficaci quando il tutore era l’unico trattamento) suggerisce che non basta consegnare un tutore: conta come viene spiegato e quanto è realistico che il paziente lo usi [1,28].
In studio posso proporre un tutore su misura in termoplastico a bassa temperatura oppure un modello prefabbricato, valutando quale sia più adatto al tuo lavoro e alla tua vita quotidiana, perché un tutore che non si riesce a indossare non produce alcun effetto. Chi lavora al computer o usa strumenti di precisione ha esigenze diverse da chi movimenta carichi o ha un bambino piccolo da sollevare.
Parte 4 – Infiltrazioni, farmaci e fisioterapia
18. Come funziona l’infiltrazione di corticosteroide e quali sono i rischi?
L’infiltrazione consiste nell’iniettare un corticosteroide, spesso associato a un anestetico locale, nella guaina del primo compartimento dorsale. La esegue un medico (ortopedico, fisiatra, radiologo o altro specialista abilitato), non il fisioterapista. Le meta-analisi disponibili indicano che i pazienti infiltrati hanno maggiori probabilità di risoluzione dei sintomi rispetto a chi riceve placebo o altre terapie conservative [6–8]. La revisione Cochrane sul tema, che includeva un numero limitato di studi, andava già in questa direzione [8].
Gli effetti indesiderati descritti in letteratura per le infiltrazioni di corticosteroide a livello della mano e del polso comprendono un temporaneo aumento del dolore nei giorni successivi, alterazioni della pelle nel punto di iniezione (schiarimento o assottigliamento) e, in modo raro, danni al tendine. Nelle persone con diabete l’infiltrazione può far salire temporaneamente la glicemia e, come vedremo, i risultati tendono a essere meno brillanti [24]. Tutto questo va discusso con il medico che esegue la procedura: la decisione di infiltrare spetta a lui, con te, e si basa su gravità del quadro, tempo di malattia, eventuali altre patologie e tue preferenze.
19. L’infiltrazione eco-guidata è meglio di quella «alla cieca»?
È una domanda aperta, con indizi a favore. Nella network meta-analisi del 2023 gli interventi che comprendevano l’infiltrazione guidata dall’ecografia sono risultati tra i primi per il controllo del dolore a breve termine, ma quando i due soli studi disponibili sono stati messi a confronto diretto con l’infiltrazione convenzionale la differenza non ha raggiunto la significatività statistica, per intervalli di confidenza molto ampi e certezza delle prove molto bassa [1]. Un trial randomizzato che ha confrontato le due tecniche ha contribuito a quel quadro [27], e uno studio precedente aveva suggerito un vantaggio dell’ecoguida nelle persone che hanno un sotto-compartimento separato per l’estensore breve del pollice [29].
Il ragionamento pratico è questo: se il sotto-compartimento c’è e il farmaco non lo raggiunge, il rischio è che l’infiltrazione funzioni meno. Un trial più recente ha anche osservato che infiltrare solo il sotto-compartimento dell’estensore breve può dare risultati paragonabili a infiltrare entrambi i compartimenti [26]. Nel percorso che propongono gli autori del 2023, l’ecografia diagnostica e un’eventuale seconda infiltrazione eco-guidata entrano in gioco se i sintomi persistono a distanza di 3-4 mesi [1].
20. E se l’infiltrazione non basta?
Il percorso suggerito dalla network meta-analisi del 2023 è graduale: infiltrazione più tutore per 3-4 settimane come primo passo; se i sintomi persistono a 3-4 mesi, ecografia di conferma ed eventuale seconda infiltrazione eco-guidata, seguita ancora da 3-4 settimane di tutore; se dopo altri 3-4 mesi non c’è risoluzione, si considera la chirurgia [1]. Si tratta di una proposta degli autori, formulata a partire dalle prove disponibili, non di una regola vincolante. Il tuo medico potrà adattarla al tuo caso.
21. E gli antinfiammatori, in compresse o in pomata?
Sono spesso il primo rimedio che si tenta e rientrano nella gerarchia del consenso europeo [3], ma le prove a loro favore sono scarse. Challoumas e colleghi ricordano che gli antinfiammatori orali sono raccomandati come prima scelta in alcuni documenti, ma che la letteratura non li sostiene: in uno studio un trattamento con antinfiammatori, tutore e pomata ha dato risultati peggiori dell’infiltrazione nelle prime settimane, e in un altro l’aggiunta di un antinfiammatorio orale all’infiltrazione non ha portato benefici ulteriori [1]. Possono avere un senso come sollievo temporaneo del dolore, previo parere del medico o del farmacista, ma è bene non aspettarsi che risolvano il problema.
22. Che cosa può fare, concretamente, la fisioterapia?
È giusto essere chiari: le revisioni disponibili non indicano che la sola fisioterapia superi l’infiltrazione nel controllo del dolore a breve termine [1,5]. Il valore della fisioterapia sta altrove, in tre aree dove il suo contributo è più credibile.
La prima è la valutazione e l’educazione: confermare la diagnosi, escludere altre cause, spiegare cosa sta succedendo, ridurre la paura del movimento e dare istruzioni su attività, funzione e dolore, che il consenso europeo considera parte del trattamento per tutti i pazienti [3]. La seconda è la gestione del carico e dell’ortesi: identificare i gesti che mantengono il problema, modificarli, e scegliere o costruire il tutore giusto. La terza è la riabilitazione: dopo la fase acuta, un recupero graduale di mobilità, forza e tolleranza al carico, anche dopo un’infiltrazione o un intervento. A questi elementi si aggiungono, in alcuni casi, terapie fisiche o manuali di supporto, la cui efficacia è meno certa (vedi le domande seguenti). Il fisioterapista, inoltre, è nella posizione di accorgersi per primo quando il percorso non sta funzionando e di suggerire il passaggio al medico.
23. L’esercizio terapeutico funziona nella De Quervain?
Per la De Quervain in particolare le prove sono limitate. Una revisione sistematica pubblicata sul Journal of Hand Therapy nel 2023 ha incluso studi su tendinopatie di mano e polso per un totale di 106 pazienti e ha concluso che le prove sull’efficacia dell’esercizio terapeutico sono limitate: l’esercizio veniva sempre somministrato insieme ad altri trattamenti, per cui è difficile isolarne l’effetto, e il dosaggio ottimale resta da determinare [12]. Per le tendinopatie in generale, invece, una vasta sintesi di evidenze commissionata dal sistema sanitario britannico (NIHR) ha rilevato che l’esercizio terapeutico è sicuro e benefico e che i pazienti apprezzano un approccio individualizzato [14].
In base a questi dati, e al principio che il tendine risponde al carico graduale, imposto così: in fase irritabile riduco il carico che provoca dolore e mantengo il movimento; quando i sintomi lo consentono introduco esercizi isometrici e di mobilità del pollice e del polso; poi progredisco verso il rinforzo degli stabilizzatori del pollice, della muscolatura dell’avambraccio e della presa; infine alleno i gesti specifici del lavoro o dello sport. Voglio precisare che questa sequenza è un’impostazione clinica ragionata e non un protocollo validato da trial specifici sulla De Quervain. Evito gli allungamenti forzati nella posizione del test di Finkelstein nella fase dolorosa, perché ripetono proprio il gesto che provoca il sintomo.
24. E le terapie fisiche: laser, ultrasuoni, onde d’urto, tecar, agopuntura?
È il capitolo in cui le promesse commerciali superano più spesso le prove. Una revisione sistematica pubblicata su Seminars in Arthritis and Rheumatism nel 2020, che ha incluso 15 studi su tenosinoviti di mano e polso, ha concluso che laser e ultrasuoni terapeutici sono state le terapie fisiche più utilizzate e più efficaci per la De Quervain [11], ma si tratta di un campo con pochi studi di qualità eterogenea. Nella network meta-analisi del 2023 le onde d’urto associate al tutore e la «neural therapy» (anestetici locali) si sono collocate in alto in alcune classifiche, ma i dati provenivano da singoli studi ad alto rischio di bias, per cui gli autori ritengono che non si possano ancora fare raccomandazioni su di esse [1]. L’agopuntura si è posizionata al terzo posto nella network meta-analisi del 2025, con prove di bassa certezza [2].
Il mio approccio è prudente: queste terapie possono avere un ruolo di supporto, soprattutto per il dolore, ma non sostituiscono né l’infiltrazione né la gestione del carico, e non le propongo come soluzione principale. Se un trattamento è costoso, richiede molte sedute e non porta a miglioramenti misurabili nel giro di poche settimane, è lecito rivalutarlo.
25. La terapia manuale e il taping servono?
Nelle revisioni citate non ho trovato studi controllati robusti che dimostrino un beneficio della sola terapia manuale o del taping nella De Quervain; gli studi disponibili sono piccoli e la qualità delle prove è bassa [1,11,12]. Come fisioterapista con formazione in terapia manuale ortopedica posso usare tecniche manuali a scopo analgesico o per migliorare la mobilità di polso, pollice e rachide cervicale quando la valutazione ne indica la pertinenza, ma le considero un complemento e non il cuore del trattamento.
26. Che cosa posso fare a casa?
Le indicazioni pratiche più utili, in coerenza con quanto detto finora, riguardano la gestione dei gesti quotidiani. Evita, per quanto possibile, la presa a pinza forzata combinata con la deviazione ulnare del polso (per esempio strizzare, svitare con forza o impugnare un oggetto spostando il polso verso il mignolo). Usa entrambe le mani e il palmo per sollevare, scegli impugnature più larghe e morbide, alterna i compiti per non concentrare il carico sullo stesso gesto e sfrutta la dettatura vocale per ridurre l’uso del pollice sullo smartphone nei periodi di dolore. Se tieni in braccio un neonato, sostieni la testa e il corpo con l’avambraccio e con la mano aperta, evitando di sollevarlo con il pollice teso e il polso inclinato.
Su caldo e freddo non esistono dati solidi nella De Quervain: puoi usare ciò che ti dà sollievo. Se ti è stato consegnato un tutore, rispetta le indicazioni di utilizzo e la durata prevista [1]. Non interrompere i trattamenti prescritti senza parlarne con chi ti segue.
27. Quanto tempo ci vuole per guarire?
È la domanda a cui è più difficile rispondere in modo onesto. Le revisioni misurano gli esiti a breve termine (0-12 settimane) e a medio termine (da 13 settimane a 12 mesi), ma la durata dei sintomi prima del trattamento, che probabilmente influenza il risultato, non è stata considerata nelle analisi [1]. Per questo non posso prometterti un numero preciso di settimane. Posso invece dirti come ragiono: dopo la prima fase di trattamento (3-4 settimane) valuto insieme a te se sei migliorato in modo misurabile; a 3-4 mesi, se non c’è un miglioramento soddisfacente, il percorso va rivisto con il medico, in linea con l’algoritmo proposto dagli autori del 2023 [1]. Per misurare i progressi uso la scala del dolore, il questionario Q-DASH, la forza di presa e la tolleranza ai gesti che per te contano di più [30].
Parte 5 – Chirurgia
28. Quando si pensa all’intervento chirurgico?
La chirurgia è riservata ai casi in cui i trattamenti non chirurgici non hanno funzionato [1]. L’intervento consiste nell’apertura del primo compartimento dorsale per liberare i tendini. Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2022 riporta che la chirurgia può portare alla risoluzione completa dei sintomi fino al 95% dei pazienti [9], percentuale importante ma che va letta insieme al rischio di complicanze, tra cui la lesione del ramo superficiale del nervo radiale (che può dare un’area di intorpidimento o dolore neuropatico sul dorso del pollice) e la sublussazione dei tendini [1]. Un’altra revisione sull’efficacia della chirurgia ha trovato solo tre studi idonei per trarre conclusioni, e questo è un limite rilevante [10].
29. Meglio la tecnica aperta o quella endoscopica?
Un trial randomizzato ha confrontato i due approcci: la tecnica aperta ha dato risultati migliori nel breve termine, mentre nel medio termine i risultati erano simili; la tecnica endoscopica ha mostrato meno complicanze a carico del nervo radiale superficiale e una maggiore soddisfazione per la cicatrice [25]. Sul tipo di incisione (trasversale o longitudinale) e sul modo di aprire il retinacolo non ci sono prove sufficienti per raccomandazioni definitive [1]. La scelta spetta al chirurgo e va discussa con te, comprese le possibili complicanze nel consenso informato.
30. Che ruolo ha la fisioterapia dopo l’intervento?
Le prove sui protocolli riabilitativi dopo la chirurgia sono limitate [4]. In pratica, dopo la rimozione dei punti e secondo i tempi stabiliti dal chirurgo, lavoro sul recupero graduale di mobilità del polso e del pollice, sulla gestione della cicatrice e di eventuali alterazioni della sensibilità, sul recupero della forza di presa e sul ritorno graduale ai gesti di lavoro e sport. L’obiettivo è riportarti all’attività nei tempi più sicuri e meno dolorosi, senza forzare il tendine appena liberato.
Parte 6 – Situazioni particolari
31. Gravidanza e allattamento: cosa cambia?
La sindrome è più frequente in gravidanza e nel post-partum e può comparire in donne più giovani della media [18]. La revisione Cochrane del 2009 includeva un solo trial su donne in gravidanza o nel post-partum, in cui l’infiltrazione era superiore al tutore, ma gli autori della network meta-analisi del 2023 sottolineano che questo risultato non può essere generalizzato alla popolazione più ampia [1,8]. La scelta di un’infiltrazione in questa fase va discussa con il ginecologo o il medico curante, per le implicazioni su gravidanza e allattamento. Nel frattempo ci sono molte misure non farmacologiche utili: un tutore leggero, la modifica del modo di sollevare e tenere il neonato e un piano progressivo di recupero. Non ho dati affidabili da citare sui tempi di risoluzione dopo il parto o la fine dell’allattamento: preferisco non promettere tempi che non posso sostenere.
32. Se ho il diabete, il trattamento è diverso?
Uno studio randomizzato condotto su pazienti con diabete ha osservato che l’infiltrazione di corticosteroide è efficace sia nelle persone sane sia in quelle con diabete, ma con risultati peggiori nei diabetici; inoltre l’aggiunta del tutore ha migliorato gli esiti nelle persone sane ma non in quelle con diabete [24]. Non è una ragione per rinunciare al trattamento, ma per discuterne con il medico: oltre ai risultati attesi, conviene valutare il controllo della glicemia nei giorni successivi all’infiltrazione. Il percorso fisioterapico, centrato su gestione dei gesti e recupero graduale, resta valido.
33. Faccio sport o suono uno strumento: posso continuare?
Dipende dall’attività e dalla fase. In generale non è necessario fermarsi del tutto: nella fase dolorosa conviene ridurre i gesti che provocano il sintomo (racchetta, golf, arrampicata, canottaggio, pesca, videogiochi, strumenti con presa a pinza o con deviazione ulnare ripetuta) e sostituirli con varianti tollerate, poi reintrodurli in modo graduale. Valuto di solito quattro criteri per il ritorno pieno: attività quotidiane senza dolore, forza di presa paragonabile al lato sano, test provocativi tollerati e capacità di sostenere il gesto sportivo per la durata richiesta senza una risposta dolorosa che si prolunga il giorno dopo. Se serve, rivedo con te la tecnica e l’attrezzatura, per esempio il diametro dell’impugnatura.
34. È una malattia professionale? Posso restare al lavoro?
Il riconoscimento della sindrome come malattia professionale è oggetto di dibattito scientifico, dato che le revisioni non hanno dimostrato un nesso causale robusto con il lavoro [13,16]. Per aspetti assicurativi o di idoneità alla mansione è opportuno rivolgersi al medico competente o al medico di medicina generale. Dal punto di vista funzionale, nella maggior parte dei casi è possibile rimanere al lavoro con alcune modifiche: pause, alternanza dei compiti, strumenti con presa più comoda, tutore quando indicato. Posso aiutarti a individuare gli adattamenti più semplici e a comunicare in modo chiaro al datore di lavoro quali gesti evitare.
Parte 7 – Recidive, prevenzione e segnali d’allarme
35. Il problema può ripresentarsi?
Nelle fonti che ho consultato non ho trovato dati affidabili sul tasso di recidiva dopo i diversi trattamenti, per cui non intendo darti cifre. Posso dire che, essendo il carico un fattore che mantiene i sintomi, tornare esattamente alle stesse abitudini, senza aver costruito una maggiore tolleranza, è il modo più semplice per rimanere vulnerabili. Per questo parte del percorso riguarda la costruzione di una capacità di carico più solida e di abitudini sostenibili.
36. Si può prevenire?
Le prove di prevenzione specifiche per la De Quervain sono scarse, e dato che le cause non sono del tutto note non si può garantire che si eviti con certezza. Le misure ragionevoli, basate sul buon senso clinico più che su trial, sono variare i compiti nel corso della giornata, evitare periodi prolungati di presa forzata con deviazione ulnare, mantenere una buona forza dell’avambraccio e della mano e non ignorare i primi segnali di dolore. Intervenire presto è una buona strategia: gli studi non hanno confrontato la durata dei sintomi, ma una gestione precoce evita di consolidare compensi e paura del movimento.
37. Quali segnali richiedono un controllo medico urgente?
Contatta il medico o il pronto soccorso se compaiono febbre, forte arrossamento, calore e gonfiore marcato della mano o del polso, un trauma con deformità o impossibilità di muovere il pollice, un intorpidimento che si estende e peggiora, una perdita di forza progressiva, un dolore notturno intenso e continuo che non si attenua con il riposo, o sintomi simultanei in altre articolazioni. Se non c’è alcun miglioramento nonostante un trattamento ben condotto per alcune settimane, va rivisto il percorso con il medico: la diagnosi potrebbe essere diversa da quella ipotizzata.
OMPT è la sigla di Orthopaedic Manual Physical Therapist, il titolo che identifica i fisioterapisti con una formazione avanzata in ragionamento clinico muscoloscheletrico e terapia manuale ortopedica. Nella pratica, per una condizione come la De Quervain, significa saper distinguere i quadri simili, riconoscere quando il problema non è soltanto locale e scegliere gli interventi in base alle prove disponibili e alle caratteristiche della persona. Non significa promettere risultati garantiti: significa spiegarti con trasparenza che cosa è utile, che cosa lo è meno e che cosa sappiamo ancora poco.
In sintesi: i punti da ricordare
- La sindrome di De Quervain è una tendinopatia stenosante del primo compartimento dorsale del polso; la diagnosi è soprattutto clinica e va fatta escludendo altre cause di dolore radiale [1,3].
- Le cause non sono del tutto note; il nesso con il lavoro non è dimostrato in modo solido, ma i gesti che provocano il dolore vanno gestiti [13,16].
- Secondo la network meta-analisi più ampia, l’infiltrazione di corticosteroide con 3-4 settimane di tutore è il trattamento di prima scelta; il vantaggio del tutore aggiunto è però modesto e le prove sul dolore sono di bassa certezza [1].
- Il tutore da solo è meno efficace dell’infiltrazione, ma può essere una scelta ragionevole quando l’infiltrazione non è possibile o non è desiderata [1,2].
- Gli antinfiammatori orali, le terapie fisiche e l’esercizio hanno prove limitate; la fisioterapia è più forte nella valutazione, nell’educazione, nella gestione del carico e nel recupero [3,11,12].
- La chirurgia è riservata ai casi che non rispondono ai trattamenti conservativi ed è efficace nella grande maggioranza dei casi, con rischi che vanno discussi [1,9].
I limiti di questa pagina
Le informazioni qui riportate riflettono lo stato delle prove disponibili alla data di redazione (ottobre 2026) e possono cambiare con la pubblicazione di nuovi studi. Le conclusioni delle meta-analisi si riferiscono a gruppi di pazienti e non predicono con certezza che cosa accadrà a te. Questa pagina non sostituisce la valutazione di un medico o di un fisioterapista e non va usata per decidere in autonomia di iniziare o interrompere una terapia.
Bibliografia
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