Protesi monocompartimentale di ginocchio: inquadramento clinico e percorso riabilitativo
Protesi monocompartimentale di ginocchio: inquadramento clinico e percorso riabilitativo
Dott. Samuele Trentin — Fisioterapista, OMPT Via Marconi 3, Fontaniva (PD)
Introduzione
La protesi monocompartimentale di ginocchio (Unicompartmental Knee Arthroplasty, UKA) è un intervento di sostituzione articolare parziale, indicato nei casi di artrosi limitata a un solo compartimento femoro-tibiale. A differenza della protesi totale (Total Knee Arthroplasty, TKA), che sostituisce l’intera superficie articolare, la UKA conserva le strutture non compromesse: il compartimento controlaterale, l’articolazione femoro-rotulea quando non coinvolta, i legamenti collaterali e, nella maggior parte dei casi, entrambi i legamenti crociati.
Questo testo descrive le indicazioni chirurgiche, le evidenze di confronto con la protesi totale, e il percorso di riabilitazione fisioterapica nelle diverse fasi post-operatorie, sulla base della letteratura scientifica disponibile. L’obiettivo è fornire un’informazione tecnica, utile a pazienti candidati all’intervento o già operati, e ai colleghi che li seguono nel percorso di recupero funzionale.
L’artrosi del ginocchio è tra le principali cause di dolore articolare cronico e di disabilità nella popolazione adulta, con una prevalenza in aumento legata all’invecchiamento della popolazione e alla crescente prevalenza di sovrappeso e obesità. Quando il trattamento conservativo — modificazione dello stile di vita, esercizio terapeutico, gestione del peso corporeo, terapia farmacologica sintomatica — non è più sufficiente a controllare i sintomi e a mantenere un livello di funzione accettabile per il paziente, la chirurgia protesica rappresenta un’opzione terapeutica consolidata. In presenza di un coinvolgimento artrosico limitato a un compartimento, la UKA si affianca alla TKA e, in specifici sottogruppi di pazienti, all’osteotomia tibiale valgizzante, come opzione chirurgica da valutare in base alle caratteristiche cliniche e radiografiche individuali.
1. Anatomia funzionale e razionale dell’intervento
Il ginocchio è funzionalmente suddiviso in tre compartimenti: femoro-tibiale mediale, femoro-tibiale laterale, femoro-rotuleo. L’artrosi del ginocchio (gonartrosi) può interessare uno, due o tutti e tre i compartimenti, con una distribuzione non uniforme: il compartimento mediale è quello più frequentemente colpito, seguito dal femoro-rotuleo e dal laterale (Stoddart et al., 2021).
Quando il processo degenerativo rimane confinato a un compartimento e le restanti strutture articolari sono integre, la sostituzione totale dell’articolazione comporta la resezione di osso e cartilagine sani, oltre alla sezione di entrambi i legamenti crociati nella maggior parte dei design protesici. La UKA nasce dall’esigenza di trattare selettivamente il compartimento malato, preservando le strutture sane e la cinematica articolare residua.
La conservazione dei legamenti crociati, quando presenti e funzionali, mantiene gli afferenti propriocettivi originati dai meccanocettori del legamento crociato anteriore (LCA) e posteriore, elemento che alcuni autori indicano come determinante nel mantenimento di un pattern di cammino più fisiologico rispetto alla TKA (van der List et al., 2016). Questo aspetto ha implicazioni dirette sulla riabilitazione: il lavoro propriocettivo e di controllo neuromuscolare, già presente nei protocolli per TKA, assume un ruolo distinto nella UKA, dove l’obiettivo non è ricostruire uno schema di movimento ex novo ma recuperare rapidamente uno schema preesistente, meno alterato dall’intervento.
1bis. Tipologie di impianto: cemento, ancoraggio e design del bearing
La UKA presenta diverse varianti tecniche che influenzano, seppure marginalmente, il percorso riabilitativo e la prognosi a lungo termine.
Fissazione cementata e non cementata. La fissazione cementata rappresenta ancora lo standard più diffuso. Le componenti non cementate, che si basano sull’osteointegrazione diretta su superfici rivestite in idrossiapatite, sono state proposte per ridurre le complicanze legate al cemento (frammenti residui intra-articolari, radiolucenze all’interfaccia osso-cemento) e per una teorica maggiore durata della fissazione nel tempo. Una revisione sistematica del 2025 su impianti non cementati, con un follow-up minimo di 4,2 anni, ha documentato esiti clinici e tassi di sopravvivenza sovrapponibili a quelli riportati per gli impianti cementati, con un profilo di sicurezza definito adeguato dagli autori (Za et al., 2025). Dal punto di vista riabilitativo, la scelta del tipo di fissazione non modifica sostanzialmente la progressione del carico nelle prime settimane, che resta guidata principalmente dall’indicazione del chirurgo operatore.
Bearing fisso e bearing mobile. Nei design a piatto mobile (mobile-bearing), l’inserto in polietilene scorre sulla componente tibiale, riducendo teoricamente lo stress da usura rispetto ai design a piatto fisso (fixed-bearing), a fronte di un rischio specifico di lussazione dell’inserto, meccanismo di fallimento non presente nei design a bearing fisso. Questa differenza tecnica ha una ricaduta clinica diretta: nei pazienti con impianto a piatto mobile, un episodio di blocco articolare acuto o di instabilità improvvisa, anche a distanza di anni dall’intervento, richiede una valutazione ortopedica tempestiva per escludere la lussazione dell’inserto.
Chirurgia assistita da robot. Le piattaforme di chirurgia robot-assistita, sempre più diffuse nell’impiantistica della UKA, hanno l’obiettivo dichiarato di migliorare la precisione del posizionamento delle componenti e il bilanciamento dei tessuti molli rispetto alla tecnica manuale convenzionale. Le revisioni sistematiche disponibili indicano una maggiore accuratezza radiografica nel posizionamento dell’impianto con tecnica robotica, mentre i dati sugli esiti clinici funzionali a medio-lungo termine, rispetto alla tecnica manuale, rimangono al momento meno consistenti. Questo aspetto non modifica in modo sostanziale il percorso riabilitativo standard, sebbene un posizionamento più accurato dell’impianto possa teoricamente ridurre il rischio di sovraccarico del compartimento controlaterale nel tempo.
2. Indicazioni chirurgiche
I criteri classici di selezione del paziente per la UKA sono stati descritti da Kozinn e Scott nel 1989 e includevano, tra gli altri: età superiore a 60 anni, peso corporeo contenuto, basso livello di attività, artrosi isolata a un compartimento con esclusione della componente femoro-rotulea, deformità in varo o valgo correggibile passivamente e non superiore a 10-15°, arco di movimento conservato e integrità del legamento crociato anteriore.
Nei decenni successivi questi criteri sono stati progressivamente rivisti alla luce di risultati clinici a lungo termine e dell’evoluzione delle tecniche chirurgiche e degli impianti. Le indicazioni attuali, pur mantenendo come principio cardine l’artrosi isolata a un compartimento documentata clinicamente e radiograficamente, tendono a essere meno restrittive rispetto ai criteri originari su alcuni punti.
Età. Non rappresenta più un criterio di esclusione assoluto. Pazienti più giovani con artrosi monocompartimentale isolata possono beneficiare dell’intervento, con la consapevolezza di un rischio di revisione nel tempo superiore rispetto a pazienti più anziani, legato alla maggiore durata di esposizione dell’impianto e al livello di attività atteso.
Peso corporeo. L’obesità non costituisce controindicazione assoluta, sebbene resti un fattore da considerare nella pianificazione chirurgica e nella prognosi funzionale.
Integrità del legamento crociato anteriore. Tradizionalmente ritenuta condizione indispensabile, oggi in casi selezionati la UKA può essere associata a ricostruzione del LCA nella stessa seduta operatoria o in tempi separati, ampliando il numero di candidati idonei.
Deformità angolare. La correggibilità passiva della deformità resta un requisito, generalmente entro 10-15° di varismo o valgismo, in assenza di malallineamento fisso.
Restano controindicazioni riconosciute: artrosi infiammatoria sistemica (artrite reumatoide e altre artropatie infiammatorie), instabilità legamentosa significativa non correggibile, malallineamento fisso non riducibile, coinvolgimento artrosico avanzato di più compartimenti, e infezione articolare in atto o pregressa non risolta.
La UKA trova indicazione anche in casi di osteonecrosi isolata del condilo femorale mediale o laterale, quando la lesione supera una determinata estensione o non risponde al trattamento conservativo. Il compartimento più frequentemente trattato è quello mediale, che rappresenta la maggioranza degli impianti eseguiti; la UKA laterale è meno frequente e, storicamente, gravata da una curva di apprendimento chirurgica più complessa (van der List, Zuiderbaan & Pearle, 2016).
La selezione del paziente rimane il fattore più rilevante per il risultato a lungo termine dell’intervento: un’indicazione non corretta, più che un difetto tecnico o dell’impianto, è la causa più frequente di insoddisfazione clinica e di revisione precoce.
3. UKA e protesi totale a confronto: le evidenze disponibili
Il confronto tra UKA e TKA nel trattamento dell’artrosi monocompartimentale è oggetto di numerosi studi randomizzati e revisioni sistematiche.
Una metanalisi di studi controllati randomizzati pubblicata nel 2023, che ha incluso 13 pubblicazioni con 683 UKA e 683 TKA, ha confrontato gli esiti clinici delle due procedure nel trattamento dell’artrosi monocompartimentale del ginocchio (Xia et al., 2023). I risultati indicano differenze a favore della UKA in termini di parametri perioperatori (durata dell’intervento, perdita ematica, tempi di recupero della mobilità) e di alcuni punteggi funzionali nel follow-up a breve e medio termine, con dati più limitati oltre i 5 anni.
Un ampio studio di registro condotto sul National Joint Registry inglese, che ha analizzato oltre 100.000 pazienti sottoposti a TKA o UKA, ha documentato un tasso di revisione più elevato per la UKA rispetto alla TKA, mitigato tuttavia da un tasso di mortalità, di eventi tromboembolici venosi e di reintervento per cause maggiori inferiore nella popolazione trattata con UKA (Liddle et al., 2014). Lo stesso studio ha rilevato che i pazienti sottoposti a UKA riportavano, in media, punteggi funzionali post-operatori superiori rispetto ai pazienti con TKA, con un tempo di recupero più rapido.
Sul piano della sopravvivenza dell’impianto a lungo termine, una revisione sistematica pubblicata nel 2024 su 56 studi e oltre 13.500 pazienti, con un follow-up medio superiore a 13 anni, ha documentato le cause più frequenti di revisione della UKA: la progressione dell’artrosi nel compartimento non protesizzato, la mobilizzazione asettica delle componenti e, nei design a piatto mobile, la lussazione dell’inserto (Migliorini et al., 2024). Questi dati indicano che il rischio di revisione della UKA, pur superiore a quello della TKA nel breve-medio termine, non deriva prevalentemente da un fallimento meccanico dell’impianto, quanto dalla storia naturale della malattia artrosica nei compartimenti risparmiati e dalla necessità di una selezione accurata del paziente.
Riguardo al confronto con l’osteotomia tibiale valgizzante, altra opzione chirurgica nell’artrosi monocompartimentale mediale in pazienti più giovani e attivi, una revisione sistematica di metanalisi ha mostrato che la UKA si associa a livelli di dolore post-operatorio inferiori, ma a un recupero dell’arco di movimento articolare inferiore rispetto all’osteotomia (Ping et al., 2022). La scelta tra le due procedure dipende da età, livello di attività, aspettative funzionali e presenza di malallineamento assiale significativo, e va discussa con il chirurgo ortopedico caso per caso.
In sintesi, la letteratura comparativa depone per un recupero funzionale più rapido e per esiti perioperatori favorevoli della UKA rispetto alla TKA nella popolazione correttamente selezionata, a fronte di un tasso di revisione a distanza più elevato. Questo bilancio tra recupero rapido e rischio di reintervento deve essere comunicato al paziente in fase di pianificazione chirurgica ed è un elemento che il fisioterapista dovrebbe conoscere per calibrare aspettative realistiche durante il percorso riabilitativo.
3.1 Cinematica articolare e schema del cammino
Diversi studi di analisi del movimento hanno confrontato la cinematica del ginocchio dopo UKA e dopo TKA. La conservazione di entrambi i legamenti crociati nella UKA consente, in linea di principio, il mantenimento del rollback femorale fisiologico durante la flessione, meccanismo alterato in modo variabile nei diversi design di TKA a seconda della sostituzione o meno del legamento crociato posteriore. Questa differenza biomeccanica si traduce, in diversi studi osservazionali, in un pattern di cammino soggettivamente più vicino a quello pre-artrosico riferito dai pazienti sottoposti a UKA, e in un punteggio di “articolazione dimenticata” (Forgotten Joint Score) generalmente più elevato rispetto alla TKA a parità di follow-up.
Va segnalato che la maggior parte di questi confronti deriva da studi osservazionali e non da studi randomizzati head-to-head con analisi strumentale del cammino su ampie casistiche, per cui le conclusioni vanno considerate con la cautela metodologica propria di questo tipo di evidenza.
3.2 Dati epidemiologici di utilizzo
L’utilizzo della UKA rispetto alla TKA varia in modo considerevole tra i diversi sistemi sanitari nazionali, riflettendo differenze nei criteri di selezione del paziente, nella formazione chirurgica e nelle politiche dei registri di artroplastica. Nei paesi con maggiore diffusione della UKA, la proporzione di interventi monocompartimentali sul totale delle artroplastiche di ginocchio si attesta generalmente in un intervallo compreso tra il 5% e il 15%, con variazioni significative tra centri ad alto e basso volume chirurgico. Studi di registro hanno documentato che i centri e i chirurghi con maggiore volume di UKA riportano tassi di revisione inferiori rispetto ai centri a basso volume, un dato coerente con l’osservazione generale, comune a molte procedure di chirurgia protesica, secondo cui l’esperienza chirurgica specifica influenza l’esito a lungo termine dell’impianto.
4. Percorso perioperatorio: la fase pre-operatoria (prehabilitation)
Il ruolo della preparazione fisioterapica pre-operatoria (prehabilitation) nella chirurgia protesica del ginocchio è stato oggetto di numerosi studi, prevalentemente condotti su popolazioni sottoposte a TKA, con risultati non univoci.
Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata sul Journal of Orthopaedic & Sports Physical Therapy ha valutato l’effetto della prehabilitation sulla funzionalità del ginocchio prima e nel primo anno dopo la TKA (JOSPT, 2022). I risultati indicano un beneficio limitato e non sempre clinicamente rilevante sugli esiti funzionali a distanza, sebbene alcuni sottogruppi mostrino miglioramenti nella forza del quadricipite e nell’arco di movimento nel periodo immediatamente pre-operatorio.
Una successiva revisione sistematica e network metanalisi non ha rilevato superiorità di alcuna specifica modalità di prehabilitation rispetto alla cura standard per funzione fisica, forza del quadricipite, dolore o qualità di vita correlata alla salute a 3 mesi dall’intervento, con l’eccezione dell’allenamento di forza degli arti inferiori, associato a un miglioramento della forza del quadricipite rispetto alla cura standard nel periodo tra la quarta e l’ottava settimana post-operatoria.
Una revisione sistematica specificamente dedicata a pazienti a rischio di esito peggiore dopo TKA ha concluso che le evidenze disponibili, provenienti da studi randomizzati di dimensioni contenute e qualità metodologica non elevata, risultano contrastanti riguardo all’effetto dell’esercizio pre-operatorio sugli esiti funzionali (Karimijashni et al., 2024).
Dati specifici sulla prehabilitation nella UKA sono più limitati rispetto alla TKA, data la minore invasività chirurgica e i tempi di recupero più rapidi già attesi con questa procedura. In assenza di evidenze dedicate, l’approccio ragionevole, condiviso da diversi protocolli di percorso avanzato di riabilitazione (Advanced Rehabilitation Pathway), consiste nel:
- fornire al paziente informazioni chiare su cosa aspettarsi nell’immediato post-operatorio e nelle settimane successive, riducendo l’ansia anticipatoria e le aspettative non realistiche;
- valutare lo stato funzionale di base (arco di movimento, forza del quadricipite, schema del cammino, eventuali ausili già in uso) come riferimento per il confronto post-operatorio;
- nei pazienti con deficit di forza o di mobilità significativi prima dell’intervento, proporre un programma di esercizio mirato nelle settimane precedenti, pur con la consapevolezza che l’evidenza di beneficio funzionale a distanza rimane limitata;
- affrontare, se presenti, fattori favorenti la cronicizzazione del dolore o comportamenti di evitamento del movimento, che possono influenzare negativamente il recupero post-operatorio indipendentemente dal tipo di intervento.
4.1 Gestione delle aspettative del paziente
Un elemento spesso sottovalutato nella fase pre-operatoria è la calibrazione delle aspettative del paziente rispetto ai tempi e ai risultati attesi dell’intervento. Studi condotti nell’ambito della chirurgia protesica del ginocchio in senso lato hanno documentato una relazione tra aspettative pre-operatorie non realistiche e soddisfazione post-operatoria ridotta, indipendentemente dal risultato clinico oggettivo misurato con le scale funzionali standardizzate. Nel contesto della UKA, dove il recupero atteso è più rapido rispetto alla TKA, è opportuno che il paziente riceva informazioni accurate su una tempistica realistica di recupero, evitando sia aspettative eccessivamente ottimistiche sia timori non giustificati dalla letteratura disponibile.
4.2 Valutazione dei fattori di rischio individuali
La valutazione pre-operatoria del fisioterapista, quando prevista nel percorso assistenziale, dovrebbe includere l’identificazione di fattori individuali potenzialmente associati a un recupero più lento: sarcopenia o ridotta massa muscolare, comorbilità cardiorespiratorie che limitano la capacità di esercizio, diabete mellito non ben controllato, che rappresenta un fattore di rischio riconosciuto per le complicanze infettive nella chirurgia protesica, e presenza di dolore cronico diffuso o di quadri di sensibilizzazione centrale, che possono modificare la risposta al dolore post-operatorio rispetto a quanto atteso sulla base del solo danno tissutale locale.
5. Il contesto chirurgico moderno: recupero accelerato e percorsi ERAS
Negli ultimi quindici anni la gestione perioperatoria della chirurgia protesica del ginocchio è cambiata in modo sostanziale con l’introduzione dei protocolli ERAS (Enhanced Recovery After Surgery). Questi percorsi multidisciplinari combinano ottimizzazione anestesiologica, gestione del dolore multimodale, mobilizzazione precoce e riduzione della durata della degenza, con l’obiettivo di accelerare il recupero funzionale e ridurre le complicanze perioperatorie.
Nella UKA, per la minore invasività sui tessuti molli e la conservazione delle strutture legamentose, i percorsi ERAS hanno permesso di ridurre progressivamente la degenza ospedaliera, fino alla chirurgia in regime di day-surgery o one-day surgery in casistiche selezionate. Uno studio prospettico comparativo ha confrontato un protocollo di dimissione a 24 ore con un protocollo ERAS a 72 ore in pazienti sottoposti a UKA mediale, non riscontrando differenze significative negli esiti clinici e nelle complicanze a un anno di follow-up.
Un altro studio ha valutato il recupero precoce dopo UKA con tecnica mininvasiva secondo il protocollo Oxford in un percorso fast-track, con dimissione il giorno successivo all’intervento nella maggioranza dei pazienti. I dati mostrano un recupero della forza estensoria e delle prestazioni funzionali sostanzialmente completo entro un mese, con un picco di dolore nella prima notte e nel primo giorno post-operatorio seguito da una riduzione rapida. In questo studio nessun paziente ha richiesto supervisione fisioterapica strutturata nel primo mese dopo la dimissione, dato che, se da un lato conferma il recupero rapido tipico della UKA, dall’altro non implica l’assenza di beneficio da un percorso riabilitativo strutturato, quanto piuttosto la ridotta necessità di un controllo assistito intensivo rispetto alla TKA.
Un confronto diretto tra TKA e UKA all’interno dello stesso protocollo ERAS ha evidenziato per la UKA un recupero funzionale più rapido a 6 mesi, coerente con il razionale della procedura.
Questi dati indicano che il ruolo della fisioterapia strutturata nella UKA, pur restando importante, si colloca in un contesto di recupero atteso più rapido rispetto alla TKA, con un percorso che nella maggior parte dei casi può prevedere un numero contenuto di sedute supervisionate, affiancate da un programma di esercizio domiciliare, e un’attenzione particolare ai pazienti con fattori di rischio per un recupero rallentato (età avanzata, comorbilità, deficit funzionale pre-operatorio marcato, bassa aderenza al programma).
6. Fase post-operatoria precoce (giorno dell’intervento — 2 settimane)
6.1 Obiettivi clinici
Nella fase immediatamente successiva all’intervento, gli obiettivi della fisioterapia sono i seguenti:
- controllo del dolore e dell’edema articolare;
- recupero dell’estensione completa attiva del ginocchio;
- attivazione del quadricipite e prevenzione dell’inibizione muscolare artrogenica;
- ripristino della deambulazione autonoma, con o senza ausili, in sicurezza;
- educazione del paziente sulla gestione delle attività quotidiane e sui segnali da monitorare (segni di infezione, trombosi venosa profonda, dolore anomalo).
6.2 Recupero dell’estensione e controllo dell’edema
Il recupero completo dell’estensione attiva del ginocchio nelle prime settimane rappresenta un obiettivo prioritario, poiché un deficit di estensione persistente condiziona negativamente lo schema del cammino e la funzionalità a distanza, sia dopo UKA sia dopo TKA. Il controllo dell’edema post-operatorio, attraverso crioterapia, elevazione dell’arto e mobilizzazione precoce, contribuisce a limitare l’inibizione riflessa del quadricipite indotta dal versamento articolare (effusion-induced quadriceps inhibition), fenomeno documentato in letteratura come uno dei principali determinanti della debolezza muscolare post-chirurgica del ginocchio.
6.3 Attivazione del quadricipite
La perdita di forza del quadricipite dopo chirurgia protesica del ginocchio è un fenomeno consistente in letteratura, più marcato dopo TKA che dopo UKA per la minore aggressione dei tessuti molli e la preservazione dell’apparato estensore in quest’ultima. Il meccanismo alla base di questa perdita di forza non è unicamente riconducibile al trauma chirurgico diretto sul muscolo, ma coinvolge principalmente un fenomeno di inibizione riflessa di origine artrogenica (arthrogenic muscle inhibition), mediato da afferenze provenienti dai recettori capsulari e legamentosi in risposta al versamento articolare e alla distensione capsulare post-chirurgica. Questo meccanismo, descritto in modo estensivo nella letteratura sulla patologia del ginocchio in generale, giustifica l’importanza del controllo precoce dell’edema come intervento non solo sintomatico ma anche funzionale sulla capacità di attivazione muscolare volontaria.
Uno studio sul recupero precoce dopo UKA mininvasiva ha documentato che la potenza di estensione del ginocchio (leg-extension power) tende a tornare ai valori pre-operatori entro un mese dall’intervento, un tempo nettamente inferiore rispetto a quanto tipicamente osservato dopo TKA, dove più della metà della forza del quadricipite pre-operatoria può risultare persa nel primo mese.
Gli esercizi utilizzati in questa fase includono contrazioni isometriche del quadricipite, sollevamento della gamba tesa (straight leg raise), attivazione in catena cinetica chiusa a carico parziale progressivo, e stimolazione elettrica neuromuscolare nei casi con inibizione muscolare marcata o difficoltà di attivazione volontaria. La scelta tra esercizio in catena cinetica aperta e chiusa nelle prime settimane dovrebbe tenere conto della tolleranza sintomatica individuale piuttosto che di una regola fissa, poiché entrambe le modalità trovano supporto nella letteratura sul rinforzo del quadricipite in fase post-chirurgica, a condizione che il carico sia dosato in modo progressivo.
6.4 Mobilizzazione e cammino
La mobilizzazione precoce, generalmente nelle ore successive all’intervento o il giorno stesso in percorsi ERAS, è associata a minore incidenza di complicanze tromboemboliche e a un recupero funzionale più rapido. Il carico sull’arto operato è solitamente concesso in modo progressivo secondo indicazione chirurgica, spesso con concessione del carico completo già nei primi giorni, dato l’impianto di dimensioni contenute e la conservazione dell’osso sottostante.
Riguardo all’uso della mobilizzazione passiva continua (Continuous Passive Motion, CPM), le evidenze disponibili — prevalentemente derivate da studi su TKA — non supportano un beneficio aggiuntivo rispetto alla mobilizzazione attiva precoce e all’esercizio supervisionato in termini di arco di movimento a distanza, sebbene l’arco di movimento pre-operatorio rimanga un predittore rilevante dell’esito funzionale (Liao et al., 2019).
6.5 Gestione del dolore
Il controllo del dolore nella fase acuta si avvale di un approccio multimodale, che integra terapia farmacologica secondo prescrizione medica, crioterapia, posizionamento, ed esercizio terapeutico dosato in base alla tolleranza del paziente. Un dolore non controllato in questa fase limita la partecipazione attiva del paziente al programma di mobilizzazione ed esercizio, con possibili ricadute negative sul recupero dell’arco di movimento e sulla ripresa della deambulazione.
7. Fase intermedia (2-6 settimane)
In questa fase l’obiettivo si sposta dal controllo dei sintomi acuti al recupero di un pattern di cammino simmetrico, al progressivo incremento della forza muscolare e al recupero completo dell’arco di movimento funzionale, generalmente compreso tra 0° e almeno 110-120° di flessione, in base alle esigenze funzionali individuali.
7.1 Rieducazione del cammino
La correzione delle compensazioni acquisite nell’immediato post-operatorio — riduzione del tempo di appoggio sull’arto operato, ridotta estensione dell’anca in fase di spinta, deficit di controllo del ginocchio in fase di appoggio — richiede un lavoro specifico di rieducazione del passo, spesso trascurato quando l’attenzione si concentra esclusivamente sull’arco di movimento articolare. Il pattern di cammino post-UKA tende a normalizzarsi più rapidamente rispetto alla TKA, coerentemente con la minore alterazione della biomeccanica articolare, ma richiede comunque un monitoraggio attivo nelle prime settimane.
7.2 Rinforzo muscolare progressivo
Il programma di rinforzo si estende in questa fase al gluteo medio, agli ischiocrurali e al tricipite surale, oltre al quadricipite, con l’obiettivo di ripristinare una catena cinetica funzionale per il cammino, la salita e discesa delle scale, e il passaggio dalla posizione seduta a quella eretta. Il carico e la resistenza degli esercizi vengono incrementati in base alla tolleranza sintomatica e al controllo motorio dimostrato, seguendo un principio di progressione graduale piuttosto che un calendario fisso uguale per tutti i pazienti.
7.3 Lavoro propriocettivo
La conservazione dei legamenti crociati nella UKA rende ragionevole, secondo il razionale biomeccanico discusso in precedenza, l’inserimento precoce di esercizi di controllo propriocettivo e di equilibrio monopodalico, con progressione da superfici stabili a instabili, in assenza di dolore o instabilità soggettiva riferita dal paziente.
7.4 Ritorno alle attività strumentali della vita quotidiana
Nella maggior parte dei pazienti sottoposti a UKA, la guida dell’automobile, la ripresa di un lavoro sedentario e la gestione autonoma delle attività domestiche di base sono raggiungibili entro questa fase, con tempistiche generalmente più brevi rispetto alla TKA. La tempistica per la ripresa della guida non è standardizzata in letteratura e dipende da fattori quali il lato operato, il tipo di cambio del veicolo, il recupero della forza e del controllo motorio, e va concordata con il chirurgo. Un criterio funzionale utilizzabile in fisioterapia, mutuato da studi condotti sulla popolazione con TKA, è la valutazione del tempo di reazione frenante (brake reaction time) rispetto ai valori normativi per età, quando questa misurazione sia disponibile nel contesto clinico.
7.5 Salita e discesa delle scale
Il controllo eccentrico del quadricipite durante la discesa delle scale rappresenta un compito funzionale impegnativo nelle prime settimane post-operatorie e un obiettivo intermedio utile per monitorare il recupero della forza e del controllo motorio. La progressione dovrebbe procedere dal controllo bilaterale con supporto del corrimano, al controllo con carico maggiore sull’arto operato, fino alla salita e discesa senza ausili nei pazienti che raggiungono i requisiti di forza e controllo necessari.
8. Fase avanzata (6-12 settimane) e reinserimento funzionale
Dalla sesta settimana in avanti, in assenza di complicanze, il programma riabilitativo si orienta verso il consolidamento della forza, della resistenza muscolare e del controllo neuromuscolare in compiti più complessi, con l’obiettivo del reinserimento nelle attività lavorative e ricreative del paziente.
8.1 Allenamento di forza e resistenza
Il rinforzo muscolare in questa fase può includere esercizi in catena cinetica chiusa a carico progressivamente crescente (squat, affondi, step-up), esercizi di potenza dove indicato, e lavoro di resistenza muscolare localizzata per le attività prolungate, come la camminata su distanze maggiori o le attività lavorative in piedi. La progressione del carico segue i principi generali della prescrizione dell’esercizio terapeutico, con attenzione a sintomatologia, versamento articolare reattivo e affaticabilità.
8.2 Attività a impatto e reinserimento lavorativo
Il reinserimento in attività lavorative fisicamente più impegnative, quali il sollevamento pesi, il lavoro su impalcature o le posizioni inginocchiate prolungate, richiede una valutazione individuale della forza, del controllo motorio e della tolleranza sintomatica, non essendo disponibili criteri temporali universali applicabili a tutti i pazienti.
9. Ritorno allo sport e all’attività fisica
Uno degli argomenti di maggiore interesse per i pazienti candidati o già sottoposti a UKA riguarda la possibilità di riprendere attività sportive.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 sul ritorno allo sport dopo UKA ha concluso che la procedura consente, nella maggior parte dei pazienti, un ritorno alle attività fisiche con esiti funzionali favorevoli e sopravvivenza dell’impianto soddisfacente nel medio-lungo termine. Uno studio caso-controllo ha confrontato il livello di attività, l’arco di movimento e la qualità di vita di pazienti sottoposti a UKA rispetto a controlli, riscontrando valori favorevoli nel gruppo operato (Hauer et al., 2020). Un altro studio ha analizzato l’attività fisica di pazienti giovani sottoposti a UKA laterale con tecnica mininvasiva, documentando livelli di attività fisica sostenuti nel follow-up post-operatorio (Hariri et al., 2023).
In generale, la UKA è associata a un ritorno più frequente e più rapido alle attività sportive rispetto alla TKA, coerentemente con la minore invasività chirurgica e la migliore conservazione della propriocezione articolare. Le attività a basso impatto, come camminata, nuoto, cicloturismo e golf, sono generalmente considerate compatibili con l’impianto una volta completato il recupero funzionale. Le attività ad alto impatto o che comportano carichi torsionali ripetuti sul ginocchio, come gli sport di contatto, la corsa su lunghe distanze o gli sport con cambi di direzione ad alta intensità, richiedono una valutazione individuale, condivisa tra chirurgo e fisioterapista, che tenga conto del livello di attività pre-operatorio del paziente, del tipo di impianto, e dell’assenza di segni di sofferenza del compartimento controlaterale o dell’impianto stesso.
Il ritorno allo sport non dovrebbe basarsi unicamente sul tempo trascorso dall’intervento, ma su criteri funzionali oggettivi: simmetria di forza tra arto operato e controlaterale, controllo neuromuscolare in test funzionali specifici per lo sport praticato, assenza di dolore e di versamento articolare reattivo dopo attività, e valutazione condivisa con il chirurgo ortopedico.
10. Misure di esito e strumenti di valutazione
La valutazione degli esiti dopo UKA si avvale di strumenti clinici standardizzati, tra cui:
- Oxford Knee Score (OKS): questionario di 12 item riportato dal paziente, ampiamente utilizzato nei registri di artroplastica e negli studi clinici sulla UKA.
- Knee Society Score (KSS): valuta separatamente componenti cliniche, quali dolore, stabilità e arco di movimento, e componenti funzionali, quali cammino e scale.
- Forgotten Joint Score (FJS): misura il grado in cui il paziente “dimentica” l’articolazione protesizzata nelle attività quotidiane, considerato un indicatore sensibile di soddisfazione soggettiva nella chirurgia protesica del ginocchio.
- Knee Injury and Osteoarthritis Outcome Score (KOOS): questionario multidimensionale su dolore, sintomi, funzione nelle attività quotidiane e sportive, qualità di vita.
- Misure di performance fisica: arco di movimento goniometrico, test del cammino, test di forza muscolare mediante dinamometria portatile o isocinetica, test funzionali come sit-to-stand e timed up and go.
Uno studio ha confrontato l’Oxford Knee Score tra UKA mediale e laterale a due anni di follow-up, non riscontrando differenze significative tra le due sedi di impianto (Migliorini, Cocconi, Prinz et al., 2023), a supporto dell’equivalenza funzionale tra le due varianti chirurgiche quando l’indicazione è corretta.
L’utilizzo sistematico di queste misure nel percorso fisioterapico consente di documentare oggettivamente il recupero funzionale, identificare precocemente scostamenti rispetto alla traiettoria di recupero attesa, e supportare la comunicazione con il chirurgo ortopedico in caso di dubbi sull’andamento clinico.
11. Complicanze e segnali da monitorare
Il fisioterapista che segue un paziente nel percorso post-UKA deve conoscere i segnali che richiedono una rivalutazione medica tempestiva:
- dolore in aumento, non proporzionato alla fase riabilitativa o non responsivo al carico di lavoro proposto;
- segni locali di infezione, quali arrossamento, calore, secrezione dalla ferita o febbre;
- gonfiore improvviso e marcato di polpaccio o coscia, dolore al polpaccio, che possono indicare una trombosi venosa profonda;
- rumori articolari nuovi o sensazione di instabilità e cedimento, che possono indicare mobilizzazione della componente protesica o lussazione dell’inserto nei design a piatto mobile;
- perdita improvvisa di arco di movimento precedentemente acquisito;
- persistenza di parestesie o ipoestesia cutanea in un’area estesa attorno alla cicatrice, che va distinta dalla normale ipoestesia locale legata alla sezione dei rami cutanei sensitivi durante l’accesso chirurgico, generalmente stabile o in lento miglioramento nei mesi successivi.
L’incidenza di complicanze maggiori dopo UKA, quali infezione periprotesica profonda e trombosi venosa profonda sintomatica, è riportata in letteratura come inferiore rispetto alla TKA, coerentemente con la minore durata dell’intervento, la minore esposizione dei tessuti molli e la conservazione di una quota maggiore di midollo osseo intatto. Questo dato, emerso in modo consistente dagli studi di registro su ampie casistiche (Liddle et al., 2014), non elimina tuttavia la necessità di un monitoraggio clinico attivo da parte del fisioterapista nelle prime settimane, periodo in cui il rischio di queste complicanze risulta più elevato.
Come discusso nella sezione 3, le cause più frequenti di revisione a distanza della UKA includono la progressione dell’artrosi nel compartimento non sostituito, la mobilizzazione asettica delle componenti e, per i design a piatto mobile, la lussazione dell’inserto in polietilene (Migliorini et al., 2024). Il fisioterapista non ha un ruolo diagnostico rispetto a queste condizioni, ma la conoscenza di questi quadri clinici consente un inquadramento più accurato dei sintomi riferiti dal paziente e un invio tempestivo allo specialista quando indicato.
12. Il ruolo della formazione OMPT nel percorso riabilitativo
La qualifica di Orthopaedic Manipulative Physical Therapist (OMPT), riconosciuta a livello internazionale nell’ambito della fisioterapia muscoloscheletrica, implica una formazione avanzata nel ragionamento clinico, nella valutazione differenziale delle disfunzioni dell’apparato locomotore e nell’applicazione di tecniche manuali e di esercizio terapeutico basate sull’evidenza.
L’approccio OMPT si fonda su un modello di ragionamento clinico biopsicosociale, che integra la valutazione delle strutture anatomiche coinvolte con i fattori individuali — cognitivi, comportamentali, contestuali — che influenzano la percezione del dolore e la partecipazione al programma riabilitativo. Nel percorso post-UKA, dove il recupero tissutale è generalmente più rapido rispetto alla TKA, questo modello di ragionamento consente di distinguere tempestivamente un rallentamento del recupero legato a fattori locali (rigidità articolare, deficit di forza specifico) da un rallentamento legato a fattori più generali, quali il timore del movimento (kinesiofobia), l’ansia correlata all’intervento o un livello di attività fisica generale ridotto indipendentemente dal ginocchio operato.
Nel contesto specifico della riabilitazione dopo UKA, questa formazione si traduce nei seguenti elementi:
- capacità di valutazione differenziale tra limitazioni funzionali attribuibili all’intervento chirurgico e disfunzioni concomitanti a carico di altre strutture, quali colonna lombare, anca o catena cinetica dell’arto inferiore, che possono contribuire al quadro sintomatologico del paziente e richiedere un trattamento mirato;
- applicazione ragionata di tecniche di terapia manuale, quando indicate, per la gestione di restrizioni articolari o tensioni dei tessuti molli periarticolari che limitano il recupero dell’arco di movimento;
- prescrizione dell’esercizio terapeutico basata su un ragionamento biomeccanico e neuromuscolare specifico per la procedura chirurgica eseguita, distinguendo le priorità riabilitative della UKA da quelle della TKA;
- capacità di riconoscere segnali di allarme, i cosiddetti red flags, che richiedono un invio tempestivo al chirurgo ortopedico o ad altro specialista.
12.1 Sintesi degli obiettivi per fase riabilitativa
A scopo di orientamento generale, e con la premessa che ogni programma va individualizzato sulla base della valutazione clinica del singolo paziente, gli obiettivi riabilitativi nelle diverse fasi possono essere sintetizzati come segue.
Fase precoce (0-2 settimane): controllo di dolore ed edema; recupero dell’estensione completa attiva; attivazione volontaria del quadricipite; deambulazione autonoma in sicurezza, con o senza ausili secondo indicazione; educazione del paziente sui segnali di allarme.
Fase intermedia (2-6 settimane): normalizzazione del pattern di cammino; recupero dell’arco di movimento funzionale in flessione; rinforzo muscolare progressivo della catena cinetica dell’arto inferiore; avvio del lavoro propriocettivo in assenza di dolore o instabilità; ripresa delle attività strumentali della vita quotidiana compatibili con il recupero individuale.
Fase avanzata (6-12 settimane): consolidamento della forza e della resistenza muscolare; allenamento funzionale per i compiti specifici richiesti dall’attività lavorativa o ricreativa del paziente; valutazione strutturata, mediante misure di esito validate, prima del reinserimento in attività fisicamente più impegnative o a impatto.
Oltre le 12 settimane: eventuale progressione verso il ritorno allo sport, sulla base di criteri funzionali oggettivi condivisi con il chirurgo; monitoraggio clinico a distanza per l’identificazione precoce di sintomi riferibili a progressione artrosica del compartimento non trattato o ad altre cause di insoddisfazione tardiva.
13bis. Analgesia perioperatoria e ricadute sulla partecipazione al programma riabilitativo
La gestione del dolore perioperatorio nella chirurgia protesica del ginocchio si è progressivamente orientata verso protocolli di analgesia multimodale, che combinano farmaci con meccanismo d’azione differente allo scopo di ridurre il fabbisogno di oppioidi e i relativi effetti collaterali, tra cui sedazione, nausea e riduzione della motivazione alla mobilizzazione attiva. Tra le tecniche più diffuse figurano l’infiltrazione locale di analgesici (local infiltration analgesia, LIA) e i blocchi nervosi periferici selettivi, utilizzati in modo da preservare, quando possibile, la funzione motoria del quadricipite, a differenza dei blocchi del nervo femorale non selettivi, storicamente associati a un maggiore rischio di cadute per il deficit motorio indotto.
Dal punto di vista fisioterapico, un’analgesia efficace nelle prime 24-48 ore post-operatorie consente una partecipazione più attiva del paziente alla mobilizzazione precoce e agli esercizi di attivazione muscolare, con potenziali ricadute positive sulla traiettoria di recupero complessiva. La comunicazione tra fisioterapista e équipe anestesiologica, quando entrambi operano all’interno dello stesso percorso assistenziale, consente di adattare la progressione dell’esercizio al livello di controllo del dolore effettivamente raggiunto dal singolo paziente.
13ter. Follow-up a distanza e monitoraggio nel tempo
Sebbene la maggior parte del percorso riabilitativo strutturato si concluda entro i primi tre mesi dall’intervento, alcuni elementi meritano un monitoraggio anche nel medio-lungo termine. La progressione dell’artrosi nel compartimento non sostituito, identificata come una delle principali cause di revisione a distanza, può manifestarsi clinicamente con la comparsa di un dolore di nuova insorgenza in una sede diversa da quella originariamente trattata, talvolta a distanza di anni dall’intervento. Un paziente che riferisce, dopo un periodo di benessere stabile, un dolore di caratteristiche diverse rispetto ai sintomi pre-operatori originari, dovrebbe essere indirizzato a una rivalutazione ortopedica, anche in assenza di un trauma acuto identificabile.
Analogamente, un calo prestazionale funzionale progressivo, non giustificato da altri fattori intercorrenti quali un periodo di inattività forzata o una patologia sistemica concomitante, giustifica un approfondimento clinico piuttosto che un’attribuzione automatica all’invecchiamento o alla progressione fisiologica della degenerazione articolare.
Considerazioni conclusive
La protesi monocompartimentale del ginocchio rappresenta un’opzione chirurgica consolidata per il trattamento dell’artrosi isolata a un compartimento femoro-tibiale, con un profilo di recupero funzionale più rapido rispetto alla protesi totale nella popolazione correttamente selezionata, a fronte di un tasso di revisione a distanza superiore, prevalentemente legato alla progressione della malattia artrosica nei compartimenti risparmiati piuttosto che a un fallimento meccanico dell’impianto.
Il percorso riabilitativo, pur meno intensivo rispetto a quello richiesto dopo TKA, richiede un’attenzione clinica strutturata nelle diverse fasi: controllo del dolore e dell’edema e recupero dell’estensione nella fase precoce, normalizzazione del cammino e rinforzo muscolare progressivo nella fase intermedia, consolidamento funzionale e reinserimento nelle attività abituali nella fase avanzata. La conservazione delle strutture legamentose native, quando presente, giustifica un’attenzione precoce al lavoro propriocettivo, elemento distintivo rispetto ai protocolli standard per TKA.
La comunicazione tra fisioterapista, chirurgo ortopedico e paziente, insieme a una valutazione funzionale sistematica basata su strumenti validati, resta un elemento centrale per un percorso di recupero coerente con le evidenze disponibili e con gli obiettivi funzionali individuali.
La letteratura scientifica su questo intervento continua a evolvere, in particolare per quanto riguarda l’impatto a lungo termine della chirurgia robot-assistita, l’ampliamento delle indicazioni a pazienti con lesione del legamento crociato anteriore trattata contestualmente, e la definizione di criteri funzionali standardizzati per il ritorno allo sport, ambito nel quale mancano ancora protocolli condivisi a livello internazionale paragonabili a quelli disponibili per la chirurgia legamentosa del ginocchio. L’aggiornamento periodico delle conoscenze su questi temi, da parte di chirurghi e fisioterapisti coinvolti nella gestione di questi pazienti, rimane pertanto una condizione necessaria per un percorso assistenziale coerente con lo stato dell’arte.
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Le informazioni contenute in questo testo hanno finalità divulgativa e non sostituiscono la valutazione clinica individuale. Ogni decisione riguardante l’indicazione chirurgica e il percorso riabilitativo va discussa con il chirurgo ortopedico e con il fisioterapista di riferimento