Frattura del capitello radiale del gomito: inquadramento clinico e percorso riabilitativo

Frattura del capitello radiale del gomito: inquadramento clinico e percorso riabilitativo

Dott. Samuele Trentin — Fisioterapista, OMPT Via Marconi 3, Fontaniva (PD)


Introduzione

La frattura del capitello radiale è una delle lesioni traumatiche più frequenti a carico del gomito nell’adulto e rappresenta, per chi si occupa di riabilitazione ortopedica e di terapia manuale, uno degli scenari clinici più istruttivi: un osso relativamente piccolo, ma cruciale per la stabilità e la funzione dell’intero arto superiore, la cui gestione — tanto in fase acuta quanto nelle settimane e nei mesi successivi — condiziona in modo determinante il recupero funzionale del paziente.

Questo approfondimento nasce con un duplice obiettivo. Da un lato vuole offrire, a chi ha subito questo tipo di trauma o sta accompagnando un familiare in questo percorso, un quadro chiaro e aggiornato di che cosa sia la frattura del capitello radiale, come venga classificata, quali siano le opzioni di trattamento oggi riconosciute dalla letteratura scientifica internazionale. Dall’altro vuole raccontare, con il taglio tipico della pratica fisioterapica orientata alla terapia manuale ortopedica (OMPT, Orthopaedic Manual Physical Therapy), che cosa significhi concretamente “fare riabilitazione” dopo questo tipo di frattura: quali sono le fasi, quali gli obiettivi realistici in ciascuna di esse, quali le tecniche supportate dalle evidenze più recenti e quali gli errori da evitare.

Il capitello radiale, per la sua posizione anatomica e per il ruolo che svolge nella biomeccanica del gomito, è una struttura “delicata” dal punto di vista riabilitativo: un trattamento troppo prudente espone al rischio di rigidità articolare, spesso difficile da recuperare completamente; un trattamento troppo aggressivo, al contrario, può compromettere la guarigione ossea o irritare i tessuti molli periarticolari. Trovare il giusto equilibrio, personalizzato su ogni singolo paziente, è precisamente il compito del fisioterapista con formazione in terapia manuale ortopedica, che lavora in stretta collaborazione con l’ortopedico di riferimento.


1. Cenni di anatomia funzionale del gomito e del capitello radiale

Per comprendere perché una frattura apparentemente “piccola” come quella del capitello radiale possa avere conseguenze funzionali importanti, è necessario richiamare brevemente l’anatomia dell’articolazione del gomito.

Il gomito è in realtà un complesso di tre articolazioni contenute in un’unica capsula articolare:

  • l’articolazione omero-ulnare, che consente i movimenti di flessione ed estensione;
  • l’articolazione omero-radiale, che partecipa sia alla flesso-estensione sia, in parte, alla prono-supinazione;
  • l’articolazione radio-ulnare prossimale, responsabile — insieme a quella distale, a livello del polso — dei movimenti di pronazione e supinazione dell’avambraccio.

Il capitello radiale (o testa del radio) costituisce l’epifisi prossimale del radio e si articola sia con il capitulum humeri (componente dell’omero distale), sia con l’incisura radiale dell’ulna, stabilizzato ulteriormente dal legamento anulare che lo avvolge come un anello fibroso, permettendo la rotazione del radio su se stesso durante la prono-supinazione.

Dal punto di vista funzionale, il capitello radiale svolge tre compiti principali:

  1. Stabilizzatore secondario in valgo del gomito, in sinergia con il legamento collaterale ulnare (mediale): in caso di lesione di quest’ultimo, il capitello radiale diventa uno stabilizzatore primario, ed è per questo che nelle fratture complesse associate a instabilità legamentosa la sua asportazione senza sostituzione protesica è oggi generalmente sconsigliata.
  2. Trasmissione del carico assiale: circa il 60% del carico che attraversa il gomito passa attraverso l’articolazione radio-omerale.
  3. Perno della prono-supinazione: la rotazione del capitello radiale all’interno dell’anello osteo-legamentoso costituito dal legamento anulare e dall’incisura radiale dell’ulna è ciò che consente all’avambraccio di ruotare, un movimento indispensabile per moltissimi gesti della vita quotidiana (girare una chiave, avvitare, portare un cucchiaio alla bocca).

Questa tripla funzione — stabilità, carico, rotazione — spiega perché una frattura del capitello radiale, anche quando non gravemente scomposta, possa generare limitazioni funzionali significative se non gestita correttamente, e perché il recupero della prono-supinazione sia spesso l’obiettivo riabilitativo più impegnativo, più ancora della flesso-estensione.


2. Epidemiologia e meccanismo del trauma

Le fratture del capitello radiale sono estremamente comuni: rappresentano circa un terzo di tutte le fratture del gomito e, a seconda delle casistiche, tra il 1,5% e il 5% di tutte le fratture dello scheletro nell’adulto. L’età media di chi si frattura è compresa tipicamente fra i 40 e i 50 anni, con una lieve prevalenza nel sesso femminile secondo alcune casistiche, sebbene il rapporto vari nelle diverse popolazioni studiate.

Il meccanismo lesivo più frequente è la caduta sulla mano tesa (nella terminologia anglosassone, FOOSH, Fall On Out-Stretched Hand), con il gomito in estensione o lieve flessione, l’avambraccio pronato e il polso in dorsiflessione. In questa posizione, il carico assiale trasmesso lungo il radio si scarica sul capitello, che va a impattare contro il capitulum humeri, generando la frattura. La forza e la direzione dell’impatto, insieme alla posizione dell’avambraccio al momento del trauma, determinano il pattern di frattura: dalla semplice rima non scomposta fino alla frantumazione dell’intera testa radiale, talora associata a lussazione del gomito o a lesioni legamentose e capsulari concomitanti.

È importante sottolineare che la frattura del capitello radiale non è quasi mai un evento isolato dal punto di vista dei tessuti molli: l’energia del trauma si scarica anche su capsula articolare, legamento collaterale ulnare (mediale), membrana interossea e, nei casi più severi, sul complesso legamentoso della testa distale del radio, dando origine a quadri complessi come la lesione di Essex-Lopresti (frattura del capitello radiale associata a rottura della membrana interossea e lussazione dell’articolazione radio-ulnare distale). Questo aspetto è fondamentale anche in ottica riabilitativa: il fisioterapista deve sempre valutare, oltre al focolaio di frattura, lo stato dei tessuti molli periarticolari e, quando indicato dal quadro clinico, mantenere alta l’attenzione su polso e avambraccio, non solo sul gomito.


3. Classificazione: il sistema Mason-Johnston

La classificazione più utilizzata a livello internazionale per le fratture del capitello radiale è quella proposta da Mason nel 1954, successivamente modificata da Johnston e poi ulteriormente affinata da Broberg e Morrey. Nonostante la sua origine “storica”, rimane ancora oggi il sistema di riferimento nella pratica clinica quotidiana e nella letteratura scientifica più recente, che ne ha confermato l’utilità pur evidenziandone alcuni limiti in termini di riproducibilità tra osservatori diversi, soprattutto per le forme di grado intermedio.

Il sistema distingue quattro tipi:

  • Tipo I: frattura non scomposta o minimamente scomposta (dislocazione inferiore a 2 mm), senza blocco meccanico alla rotazione dell’avambraccio. È il tipo più frequente, rappresentando fino al 60-70% dei casi.
  • Tipo II: frattura parziale dell’articolazione, con scomposizione superiore a 2 mm o con angolazione del frammento, che coinvolge tipicamente almeno un terzo della superficie articolare.
  • Tipo III: frattura comminuta, che coinvolge l’intera superficie articolare del capitello, spesso con più frammenti.
  • Tipo IV: qualunque pattern di frattura del capitello radiale associato a lussazione del gomito. È un gruppo eterogeneo, poiché comprende sia fratture minimamente scomposte sia gravemente comminute, accomunate però dalla presenza di instabilità articolare concomitante.

Questa classificazione orienta in modo diretto le scelte terapeutiche: mentre il tipo I viene trattato quasi sempre in modo conservativo, i tipi III e IV pongono generalmente indicazione chirurgica, con il tipo II in una “zona grigia” in cui la decisione va individualizzata sul singolo paziente, tenendo conto di età, richieste funzionali, presenza di blocco meccanico e caratteristiche del frammento.

Studi di validazione più recenti hanno confermato che l’affidabilità inter-osservatore della classificazione di Mason-Johnston è da moderata a sostanziale soprattutto per i tipi intermedi (II-III), un dato che ha spinto molti centri a integrare la valutazione radiografica standard con la tomografia computerizzata (TC) nei casi dubbi o pre-operatori, per una migliore definizione del numero di frammenti, del loro grado di scomposizione e dell’eventuale coinvolgimento del collo radiale.


4. Presentazione clinica e percorso diagnostico

4.1 Anamnesi ed esame obiettivo

Il paziente con frattura del capitello radiale riferisce tipicamente dolore localizzato sul versante laterale del gomito, insorto acutamente dopo una caduta sulla mano tesa o un trauma diretto. Il dolore si accentua caratteristicamente con i movimenti di prono-supinazione dell’avambraccio, poiché questi mobilizzano direttamente il capitello all’interno dell’anello legamentoso.

All’esame obiettivo si riscontrano generalmente:

  • tumefazione e talvolta ecchimosi in sede laterale;
  • dolorabilità puntoria alla palpazione del capitello radiale (subito distalmente all’epicondilo laterale);
  • limitazione antalgica del range di movimento, in particolare dell’ultimo grado di estensione e della prono-supinazione;
  • possibile versamento articolare (emartro), che può essere clinicamente rilevabile come tumefazione diffusa della fossetta olecranica postero-laterale, il cosiddetto “segno del solco”.

È fondamentale, sia in fase acuta sia nelle visite di controllo fisioterapico successive, effettuare un esame neurovascolare completo dell’arto, valutando la sensibilità e la motricità nei territori del nervo radiale (in particolare il ramo interosseo posteriore, che decorre in stretta prossimità del collo radiale ed è a rischio nelle fratture del collo e negli approcci chirurgici anteriori), del nervo mediano e del nervo ulnare, oltre alla presenza di polsi periferici palpabili.

4.2 Diagnostica per immagini

La diagnosi si basa inizialmente sulla radiografia standard del gomito in proiezione antero-posteriore e latero-laterale, talvolta integrata dalla proiezione obliqua “radiocapitellare”, che consente una migliore visualizzazione del profilo del capitello. Un segno radiografico indiretto molto utile, soprattutto nelle fratture non scomposte in cui la rima di frattura può non essere immediatamente evidente, è il cosiddetto “fat pad sign” (segno del cuscinetto adiposo): la presenza di un cuscinetto adiposo posteriore visibile (normalmente non apprezzabile) o di un cuscinetto anteriore marcatamente sollevato (“sail sign”) indica emartro intra-articolare e deve far sospettare una frattura occulta anche in assenza di rima visibile, imponendo un trattamento come tale e, se necessario, ulteriori accertamenti.

Nei casi in cui la classificazione radiografica risulti dubbia, in presenza di comminuzione sospetta, di blocco meccanico alla prono-supinazione o quando si stia pianificando un intervento chirurgico, la tomografia computerizzata con ricostruzioni multiplanari rappresenta oggi lo standard per una stadiazione accurata, come confermato dalla letteratura più recente sulla validazione della classificazione di Mason.


5. Il trattamento: dal conservativo al chirurgico

Le decisioni terapeutiche, di competenza specialistica ortopedica, sono comunque un elemento che il fisioterapista deve conoscere bene, perché condizionano tempistiche e modalità del percorso riabilitativo.

5.1 Trattamento conservativo (Mason tipo I e parte dei tipo II)

Le fratture Mason tipo I, non scomposte e senza blocco meccanico, sono trattate quasi universalmente in modo conservativo, con ottimi risultati funzionali riportati in letteratura. Il protocollo classico prevede un breve periodo di immobilizzazione con tutore o bendaggio (generalmente inferiore alla settimana, spesso di pochi giorni), seguito da mobilizzazione precoce e progressiva.

Un dato di grande rilevanza pratica, confermato da diversi studi randomizzati controllati ormai considerati “storici” ma tuttora fondanti per la pratica clinica, riguarda la posizione di immobilizzazione: l’immobilizzazione in flessione del gomito produce esiti significativamente peggiori, in termini sia di range di movimento residuo sia di dolore, rispetto all’immobilizzazione in estensione o alla semplice mobilizzazione precoce in tutore/bendaggio a bretella (sling). Questo dato ha portato all’abbandono pressoché totale, nella pratica contemporanea, dei gessi in flessione per questo tipo di frattura.

Un secondo dato altrettanto solido riguarda i tempi di avvio della mobilizzazione: uno studio randomizzato controllato che ha confrontato la mobilizzazione attiva immediata con un ritardo di 5 giorni prima dell’inizio degli esercizi ha dimostrato che, a 7 giorni dal trauma, il gruppo mobilizzato precocemente presentava dolore significativamente inferiore, maggiore flessione del gomito, maggiore forza in supinazione e un punteggio funzionale (Morrey Score) migliore rispetto al gruppo con mobilizzazione ritardata. A quattro settimane le differenze tra i due gruppi si erano ridotte, con un miglioramento continuo fino al terzo mese in entrambi i gruppi, a conferma che, sebbene i risultati finali possano convergere, la mobilizzazione precoce accelera in modo clinicamente significativo il recupero nelle prime fasi, riducendo il periodo di disabilità del paziente.

Per le fratture Mason tipo II, la decisione tra trattamento conservativo e chirurgico rimane, come accennato, oggetto di discussione nella comunità scientifica. Un recente studio randomizzato controllato pubblicato sul Journal of Shoulder and Elbow Surgery, condotto su pazienti con frattura Mason tipo II isolata (con almeno 2 mm di scomposizione articolare ma coinvolgimento di almeno un terzo della superficie), ha confrontato direttamente trattamento chirurgico e non chirurgico, contribuendo a fornire indicazioni più solide su questa categoria di frattura, storicamente gestita in modo molto eterogeneo tra i diversi centri.

5.2 Trattamento chirurgico (Mason tipo II selezionati, III e IV)

Quando la scomposizione è rilevante, quando è presente un blocco meccanico alla prono-supinazione, o nelle fratture comminute (tipo III) e in quelle associate a lussazione (tipo IV), il trattamento chirurgico diventa l’opzione di riferimento. Le principali opzioni chirurgiche, la cui scelta dipende dal grado di comminuzione, dalla qualità ossea, dall’età del paziente e dalla presenza di lesioni associate, sono:

  • Riduzione e sintesi interna (ORIF, Open Reduction and Internal Fixation): indicata nelle fratture ricostruibili, generalmente con meno di tre frammenti articolari maggiori, mediante viti a testa svasata o placche a basso profilo dedicate (spesso definite “a farfalla” o pre-sagomate). Studi recenti confermano risultati funzionali soddisfacenti con questa tecnica quando la frattura è biomeccanicamente adatta alla ricostruzione.
  • Artroplastica del capitello radiale (sostituzione protesica): indicata nelle fratture comminute non ricostruibili (Mason III-IV), specialmente quando associate a instabilità del gomito (lesione del legamento collaterale ulnare, lussazione, frattura del coronoide — la cosiddetta “terrible triad” del gomito). Gli studi prospettici più recenti riportano miglioramenti funzionali significativi misurati con il Mayo Elbow Performance Score (MEPS) nel corso del primo semestre post-operatorio, con stabilizzazione della protesi generalmente raggiunta entro le prime 8-12 settimane.
  • Resezione del capitello radiale: oggi riservata a casi selezionati, generalmente pazienti anziani a basse richieste funzionali con frattura comminuta ma gomito stabile, poiché la rimozione del capitello senza sua sostituzione, in presenza di instabilità associata, espone al rischio di migrazione prossimale del radio e di instabilità cronica del gomito e del polso.

Una recente metanalisi di studi prospettici che ha confrontato artroplastica e ORIF nelle fratture Mason tipo III non ha rilevato differenze significative negli score funzionali complessivi tra le due tecniche, sebbene la scelta rimanga fortemente individualizzata in base alla ricostruibilità del frammento. Analogamente, una revisione sistematica con metanalisi pubblicata nel 2024, confrontando artroplastica e resezione nelle fratture comminute Mason III/IV, ha valutato outcome funzionali (DASH, MEPI), range di movimento e incidenza di artrosi secondaria, fornendo indicazioni utili alla pianificazione chirurgica.


6. Complicanze da conoscere

Anche quando il trattamento — conservativo o chirurgico — è condotto correttamente, alcune complicanze possono manifestarsi nel decorso post-traumatico, ed è importante che sia il paziente sia il fisioterapista le conoscano per riconoscerle precocemente:

  • Rigidità articolare: è la complicanza più frequente e più temuta dopo trauma del gomito in generale, e del capitello radiale in particolare, per la ricchezza di strutture capsulo-legamentose coinvolte e per la naturale tendenza di questa articolazione a “irrigidirsi” dopo un periodo anche breve di immobilizzazione o di scarso utilizzo. È proprio su questo fronte che l’intervento riabilitativo precoce e ben calibrato ha il maggiore impatto.
  • Ossificazione eterotopica (OE): formazione di tessuto osseo ectopico nei tessuti molli periarticolari, più frequente nei traumi ad alta energia, nelle fratture associate a lussazione, nei traumi cranici concomitanti e negli interventi chirurgici più estesi o ritardati. Quando significativa, l’OE può causare un blocco meccanico strutturale al movimento, non risolvibile con la sola terapia fisica, e talvolta richiede trattamento chirurgico di asportazione. La letteratura più recente ha approfondito sia il ruolo della chinesiterapia nella prevenzione dell’OE, sia protocolli riabilitativi post-chirurgici combinati con provvedimenti farmacologici (ad esempio indometacina) nei pazienti a rischio.
  • Instabilità cronica del gomito: in particolare dopo resezione del capitello radiale senza adeguata valutazione della stabilità legamentosa, o nelle lesioni complesse (terrible triad, Essex-Lopresti).
  • Pseudoartrosi o consolidazione viziosa (malunion): più rara nelle fratture semplici trattate conservativamente, più frequente nelle fratture comminute o in caso di sintesi non adeguatamente stabile.
  • Artrosi post-traumatica: possibile esito a medio-lungo termine, più probabile nelle fratture ad alta energia con danno condrale significativo.
  • Sindrome dolorosa regionale complessa (CRPS): seppur meno comune, va sempre considerata quando il dolore e la disabilità funzionale appaiono sproporzionati rispetto al quadro clinico atteso in una data fase del recupero.

Il riconoscimento tempestivo di questi scenari, in particolare della rigidità che non risponde come atteso al trattamento conservativo fisioterapico o della comparsa di segni suggestivi di ossificazione eterotopica (dolore persistente, tumefazione dura, plateau nel recupero del movimento), è parte integrante della responsabilità clinica del fisioterapista, che deve saper indirizzare tempestivamente il paziente a un nuovo controllo ortopedico quando il decorso si discosta dall’atteso.


7. Il percorso riabilitativo: principi generali

Prima di descrivere nel dettaglio le fasi del percorso riabilitativo, è utile chiarire alcuni principi che guidano l’intero processo di recupero dopo frattura del capitello radiale, sia essa trattata conservativamente sia chirurgicamente.

7.1 Perché la mobilizzazione precoce è la chiave

Come emerge con chiarezza dagli studi randomizzati controllati citati in precedenza, il principio cardine nella gestione riabilitativa delle fratture del capitello radiale — e più in generale delle fratture del gomito — è l’avvio quanto più precoce possibile della mobilizzazione, compatibilmente con la stabilità della frattura e le indicazioni specifiche del chirurgo ortopedico nei casi operati.

Questo principio nasce dalla natura stessa dell’articolazione del gomito: a differenza di altre articolazioni, il gomito tende a irrigidirsi rapidamente dopo un periodo anche breve di immobilizzazione, a causa della retrazione capsulare, dell’aderenza dei tessuti molli periarticolari e della formazione di tessuto fibrotico all’interno del recesso capsulare anteriore e posteriore. Una revisione della letteratura sulla gestione della rigidità post-traumatica del gomito, pubblicata di recente, ha ribadito come la tempistica, l’intensità e la durata dell’intervento fisioterapico rappresentino fattori determinanti nella prevenzione della contrattura articolare post-traumatica, dato confermato anche da modelli sperimentali che hanno indagato specificamente l’effetto della tempistica della terapia fisica sulla contrattura articolare dopo trauma del gomito.

È bene però essere onesti anche sui limiti dell’evidenza disponibile: una recente overview di revisioni Cochrane sugli interventi riabilitativi nelle fratture dell’arto superiore ha evidenziato come, per le fratture del gomito in particolare, la qualità delle prove scientifiche disponibili sia ancora limitata (bassa o molto bassa certezza), con una scarsità di studi primari di alta qualità dedicati specificamente a questo distretto. Questo non significa che la riabilitazione non sia efficace — l’esperienza clinica quotidiana, unita ai principi di fisiologia della guarigione tissutale e ai dati disponibili sulle fratture affini, la rende imprescindibile — ma impone al professionista serietà nel comunicare al paziente aspettative realistiche, e prudenza nell’evitare protocolli rigidi e standardizzati che non tengano conto della variabilità individuale.

7.2 L’importanza dell’approccio individualizzato: il ruolo dell’OMPT

È qui che l’approccio del fisioterapista con formazione in terapia manuale ortopedica (OMPT) trova il suo valore aggiunto rispetto a un protocollo standardizzato “uguale per tutti”. La qualifica OMPT implica una formazione avanzata nel ragionamento clinico ortopedico, nella valutazione manuale fine dell’articolazione (accessorial e physiological joint play), nella capacità di dosare con precisione l’intensità, la direzione e il grado delle tecniche di mobilizzazione articolare in funzione dello stadio di guarigione tissutale, del quadro doloroso e della risposta individuale del paziente.

Nel contesto di una frattura del capitello radiale, questo significa ad esempio:

  • distinguere, alla valutazione, se la limitazione del movimento sia di natura prevalentemente capsulare (end-feel duro-elastico, pattern capsulare tipico), muscolare (ipertono difensivo, spasmo antalgico) o meccanica (blocco osseo/frammentario, end-feel duro e improvviso — segnale d’allarme che richiede sempre approfondimento con l’ortopedico);
  • calibrare il grado di mobilizzazione articolare (secondo i modelli classici di Maitland o Kaltenborn) in funzione della fase di guarigione, privilegiando tecniche a basso grado, prevalentemente antalgiche e di scorrimento (grado I-II) nelle prime settimane, per poi progredire verso tecniche di stretching capsulare più energico (grado III-IV) quando il consolidamento lo consente;
  • integrare il lavoro sul gomito con la valutazione dell’intera catena cinetica dell’arto superiore (spalla, polso, colonna cervico-toracica), spesso coinvolta secondariamente da compensi posturali e da un uso ridotto dell’arto durante la fase acuta.

8. Le fasi del percorso riabilitativo

Di seguito viene descritto un possibile percorso riabilitativo, articolato in fasi, che deve essere sempre interpretato come una cornice di riferimento e non come un protocollo rigido: i tempi indicati sono orientativi e vanno adattati al tipo di frattura, al trattamento ricevuto (conservativo o chirurgico, e in quest’ultimo caso al tipo di intervento), alla qualità della fissazione, all’età del paziente e alla sua risposta clinica.

FASE 1 — Fase acuta / protezione (giorni 0-10 circa)

Obiettivi: controllo del dolore e dell’infiammazione, protezione del focolaio di frattura, prevenzione della rigidità precoce, mantenimento della funzione delle articolazioni non coinvolte.

In questa fase, che coincide spesso con il periodo di immobilizzazione relativa (tutore, bendaggio a bretella), il lavoro del fisioterapista si concentra su:

  • Educazione del paziente: spiegazione chiara della natura della lesione, del percorso atteso, e soprattutto — elemento spesso sottovalutato ma cruciale per l’aderenza al trattamento — di quali movimenti sono sicuri fin da subito e quali vanno invece evitati. Molti pazienti, per timore, tendono a immobilizzare completamente l’arto anche quando ciò non è necessario né consigliato, contribuendo essi stessi all’insorgenza di rigidità.
  • Controllo di edema e dolore: attraverso crioterapia, posizionamento antideclive dell’arto, bendaggi funzionali quando indicati, e le prime mobilizzazioni attive assistite a basso carico, nei limiti della tolleranza al dolore e delle indicazioni ricevute.
  • Mobilizzazione precoce e protetta: coerentemente con l’evidenza scientifica discussa in precedenza, l’obiettivo è avviare movimenti attivi (non passivi forzati) di flesso-estensione e di prono-supinazione già nei primissimi giorni nelle fratture stabili trattate conservativamente, o secondo le indicazioni specifiche del chirurgo nei casi operati, in cui la tempistica dipende dal tipo di sintesi e dalla stabilità intraoperatoria conseguita. Va sempre evitata, in questa fase, l’immobilizzazione in flessione, per le ragioni esposte al punto 5.1.
  • Mantenimento della funzione delle articolazioni limitrofe: spalla, polso e mano non devono “pagare” la protezione del gomito. Esercizi attivi per queste articolazioni vanno mantenuti fin da subito, sia per prevenire rigidità secondarie sia per contrastare la sindrome da disuso dell’intero arto.
  • Gestione dell’emartro: nei casi con versamento articolare significativo, alcune evidenze suggeriscono che l’evacuazione dell’emartro (aspirazione), quando praticata dal medico in fase acuta, possa ridurre il dolore e facilitare l’autogestione della mobilizzazione da parte del paziente, un elemento di cui il fisioterapista deve essere consapevole nella pianificazione del trattamento nelle primissime fasi.

FASE 2 — Recupero del movimento (settimane 2-6 circa)

Obiettivi: recupero progressivo del range di movimento completo, in particolare della prono-supinazione; riduzione ulteriore del dolore residuo; avvio del recupero della forza in condizioni di sicurezza articolare.

Questa è la fase in cui il lavoro di terapia manuale ortopedica assume un ruolo centrale:

  • Mobilizzazioni articolari specifiche: tecniche di scorrimento (glide) e trazione applicate all’articolazione omero-radiale, omero-ulnare e radio-ulnare prossimale, calibrate secondo i principi Maitland/Kaltenborn in base all’end-feel rilevato e allo stadio di guarigione. Particolare attenzione va posta al recupero della componente rotatoria dell’articolazione radio-ulnare prossimale, spesso la più lenta a recuperare e la più rilevante dal punto di vista funzionale.
  • Tecniche di terapia manuale sui tessuti molli: massoterapia decontratturante e tecniche miofasciali sui gruppi muscolari periarticolari (flessori/estensori del gomito, pronatori/supinatori, muscolatura epicondiloidea e epitrocleare), spesso ipertonici e dolenti per compenso antalgico.
  • Mobilizzazione neurale, quando indicata, per il nervo radiale e i suoi rami, specialmente in presenza di parestesie o disestesie residue, sempre nel rispetto della fase di guarigione dei tessuti coinvolti.
  • Esercizio terapeutico attivo: esercizi attivi e attivo-assistiti di flesso-estensione e prono-supinazione, progrediti gradualmente verso il pieno arco di movimento; è utile, in questa fase, l’utilizzo di ausili semplici (bastone, asciugamano) per guidare il movimento attivo-assistito in autotrattamento domiciliare, un elemento che la letteratura sulle fratture dell’arto superiore indica come potenzialmente utile per mantenere i guadagni ottenuti in seduta, sebbene la qualità delle evidenze specifiche per il gomito resti limitata e imponga una supervisione regolare da parte del terapista.
  • Splintaggio dinamico o statico progressivo, riservato ai casi che, verso la fine di questa fase o nella fase successiva, mostrano un plateau nel recupero dell’estensione o della prono-supinazione nonostante il trattamento manuale e l’esercizio attivo: la letteratura ha confrontato splintaggio statico progressivo e dinamico, non riscontrando superiorità netta di un approccio sull’altro, e la scelta va quindi individualizzata.
  • Monitoraggio dei segnali d’allarme: comparsa di dolore sproporzionato, tumefazione dura non fluttuante, sensazione di blocco meccanico “osseo” (end-feel improvviso e duro) devono sempre far sospettare una complicanza (ossificazione eterotopica, mancata consolidazione, conflitto meccanico da mal posizionamento del mezzo di sintesi) e richiedono un tempestivo confronto con il chirurgo ortopedico di riferimento.

FASE 3 — Recupero della forza e della funzione (settimane 6-12 circa)

Obiettivi: recupero della forza muscolare, della resistenza e del controllo motorio dell’intero arto superiore; recupero completo, ove possibile, del range di movimento; reintegrazione nelle attività quotidiane, lavorative e sportive.

Con la consolidazione ossea ormai avviata (o completata, nella maggior parte dei casi trattati conservativamente) e il range di movimento in fase avanzata di recupero, l’attenzione si sposta progressivamente verso:

  • Rinforzo muscolare progressivo: partendo da esercizi isometrici multiangolari, si progredisce verso esercizi isotonici a resistenza crescente (elastici, pesi liberi) per flessori/estensori del gomito e pronatori/supinatori dell’avambraccio, seguendo i principi generali della progressione del carico in riabilitazione ortopedica (dal controllo motorio, alla resistenza, alla forza, fino alla potenza nei pazienti con richieste funzionali elevate, es. sportivi o lavori manuali pesanti).
  • Lavoro sulla catena cinetica dell’arto superiore: reintegrazione del gomito nel gesto funzionale completo, che coinvolge spalla e polso, con esercizi che replicano i pattern di movimento richiesti dalle attività quotidiane o lavorative/sportive del paziente (spinta, trazione, presa, gesti rotatori).
  • Propriocezione e controllo neuromuscolare: esercizi di stabilizzazione ritmica, chiuso-cinetici (catena cinetica chiusa) a carico progressivo, particolarmente rilevanti nei pazienti che devono tornare ad attività sportive con richiesta di stabilità articolare sotto carico (es. sport di lancio, arti marziali, sport con appoggio sulle mani).
  • Ripresa graduale delle attività ad alto carico: nei pazienti operati, i tempi di ripresa di attività sportive o lavorative ad alto impatto sull’arto superiore vanno sempre concordati con il chirurgo ortopedico, tenendo conto del tipo di sintesi (ORIF vs artroplastica) e dei tempi biologici di consolidamento/osteointegrazione.

FASE 4 — Ottimizzazione funzionale e prevenzione delle recidive (oltre le 12 settimane, quando necessario)

Non tutti i pazienti necessitano di questa fase in senso stretto, ma essa diventa rilevante nei casi con recupero funzionale incompleto, negli sportivi che devono tornare a gesti tecnici complessi, o nei pazienti che presentano ancora un deficit di forza o di range di movimento a distanza di alcuni mesi dal trauma. Gli obiettivi qui includono:

  • ottimizzazione della simmetria di forza e di range di movimento rispetto al lato controlaterale sano;
  • lavoro specifico sul gesto sportivo o lavorativo, con eventuale collaborazione con il preparatore atletico nei pazienti sportivi;
  • gestione a lungo termine di eventuali esiti di rigidità residua lieve-moderata, spesso compatibile con un buon livello funzionale nella vita quotidiana anche senza recupero del 100% dell’arco di movimento, un dato che è importante comunicare con onestà al paziente fin dalle prime fasi del percorso.

9. Obiettivi funzionali di riferimento

È utile, per il paziente, avere alcuni punti di riferimento realistici (sempre da personalizzare) circa il recupero atteso dell’arco di movimento dopo frattura del capitello radiale:

  • La perdita di estensione completa è, secondo numerosi studi di follow-up a medio-lungo termine, l’esito residuo più frequente dopo frattura del capitello radiale, anche nei casi trattati con successo: un piccolo deficit di estensione (nell’ordine di pochi gradi) è comune e spesso compatibile con un’ottima funzionalità globale.
  • Il recupero della prono-supinazione completa è generalmente l’obiettivo più impegnativo da raggiungere, proprio per il ruolo meccanico specifico del capitello radiale in questo movimento, e richiede spesso un lavoro riabilitativo più prolungato rispetto alla sola flesso-estensione.
  • Un arco di movimento funzionale per la maggior parte delle attività della vita quotidiana è generalmente considerato compreso tra 30° e 130° di flesso-estensione e circa 50° di pronazione e 50° di supinazione; il recupero riabilitativo mira, quando possibile, a superare ampiamente questi valori minimi, avvicinandosi il più possibile al range fisiologico completo (0-145° circa di flesso-estensione, 80-90° di pronazione e supinazione), ma è utile che il paziente conosca questi valori “funzionali minimi” per comprendere meglio i traguardi intermedi del proprio percorso.

10. Quando la fisioterapia da sola non basta: il dialogo con l’ortopedico

Un aspetto che chi scrive ritiene fondamentale sottolineare, in un’ottica di correttezza professionale verso il paziente, è che la riabilitazione fisioterapica non sostituisce mai la valutazione medico-ortopedica, ma la completa. Esistono situazioni cliniche in cui, nonostante un percorso riabilitativo ben condotto, il recupero funzionale non procede come atteso, e in questi casi è responsabilità del fisioterapista riconoscere tempestivamente il problema e indirizzare il paziente a un nuovo controllo specialistico. Esempi tipici includono:

  • plateau prolungato nel recupero del range di movimento nonostante un trattamento manuale e un esercizio terapeutico adeguati e ben tollerati;
  • comparsa di segni suggestivi di ossificazione eterotopica significativa, per la quale, quando limitante, la letteratura più recente conferma che il trattamento chirurgico di asportazione combinato con rieducazione post-operatoria mirata rappresenta l’opzione più efficace nei casi resistenti al trattamento conservativo;
  • segni di instabilità articolare persistente (sensazione di “cedimento”, scatti articolari dolorosi);
  • dolore sproporzionato, edema persistente e alterazioni vasomotorie/cutanee suggestive di sindrome dolorosa regionale complessa;
  • segni di sofferenza neurologica progressiva (parestesie, deficit di forza in territorio del nervo radiale, mediano o ulnare).

Questa collaborazione stretta e bidirezionale tra fisioterapista e ortopedico, con comunicazione regolare sull’andamento del percorso riabilitativo, è — a giudizio di chi scrive — una delle condizioni più importanti per ottenere il miglior risultato possibile nel paziente con frattura del capitello radiale, specialmente nei casi più complessi (Mason III-IV, fratture operate, lesioni associate).


11. Consigli pratici per chi ha subito una frattura del capitello radiale

Per concludere questo approfondimento con alcune indicazioni di carattere pratico, utili a chi si trova nelle prime fasi del percorso:

  1. Non temere il movimento precoce, se autorizzato dal medico/fisioterapista: è, sulla base delle evidenze scientifiche disponibili, uno dei fattori più protettivi nei confronti della rigidità post-traumatica.
  2. Evita l’automedicazione posturale, ossia la tendenza istintiva a tenere il gomito rigidamente flesso “per sicurezza”: come discusso, questa abitudine è associata a esiti peggiori rispetto al mantenimento del gomito in estensione o alla mobilizzazione precoce.
  3. Rispetta la gradualità del carico: la fretta di tornare a pieno regime, specialmente nel sollevamento di pesi o nella ripresa sportiva, può interferire con la guarigione tissutale, specialmente nelle prime settimane.
  4. Comunica sempre con il tuo fisioterapista eventuali variazioni nel dolore, tumefazioni nuove o sensazioni di blocco meccanico: sono informazioni preziose per adattare il trattamento e, se necessario, per un tempestivo confronto con lo specialista ortopedico.
  5. Non sottovalutare il lavoro sulle articolazioni vicine (spalla, polso, mano): mantenerle attive durante tutto il percorso previene rigidità secondarie e favorisce un recupero funzionale globale dell’arto superiore, non solo del gomito.

12. Approfondimento: esempi di esercizi terapeutici nelle diverse fasi

Per rendere più concreto quanto descritto nelle fasi riabilitative, può essere utile illustrare alcuni esempi di esercizi tipicamente utilizzati, sempre con la premessa che la scelta, la progressione e il dosaggio di ciascun esercizio devono essere definiti dal fisioterapista in base alla valutazione individuale e mai desunti da una lista generica.

Nella fase acuta, gli esercizi si concentrano sul mantenimento della mobilità in sicurezza://

  • flessione ed estensione attiva del gomito entro il range indolore, eseguite più volte al giorno con basso numero di ripetizioni;
  • prono-supinazione attiva dell’avambraccio con gomito flesso a 90° e mantenuto vicino al corpo, per limitare le forze rotatorie sul focolaio;
  • movimenti attivi di polso e spalla, per mantenere la funzionalità delle articolazioni limitrofe e favorire il drenaggio linfatico e venoso, utile al controllo dell’edema;
  • eventuale utilizzo del ghiaccio, applicato con le dovute precauzioni (interposizione di un panno, tempi limitati), per il controllo del dolore e della componente infiammatoria nelle prime 48-72 ore.

Nella fase di recupero del movimento, gli esercizi si arricchiscono di componenti manuali e assistite:

  • mobilizzazione attivo-assistita con bastone o asciugamano, per guidare il movimento di flesso-estensione oltre il range raggiunto attivamente in autonomia;
  • stretching capsulare a bassa intensità e lunga durata (tecniche di “low-load long-duration stretching”), particolarmente indicate quando la limitazione ha una componente capsulare predominante;
  • tecniche di mobilizzazione articolare specifica eseguite dal fisioterapista (scorrimenti antero-posteriori e postero-anteriori dell’articolazione omero-radiale, trazioni dell’articolazione omero-ulnare, mobilizzazioni rotatorie della testa radiale all’interno del legamento anulare);
  • esercizi di controllo motorio a basso carico per la muscolatura stabilizzatrice del gomito, in preparazione al lavoro di rinforzo vero e proprio della fase successiva.

Nella fase di recupero della forza, il lavoro si sposta progressivamente verso il carico funzionale:

  • esercizi isometrici multiangolari per flessori ed estensori del gomito e per pronatori/supinatori, utili anche come “ponte” nei pazienti che presentano ancora una componente di dolore al movimento attivo contro resistenza;
  • esercizi isotonici progressivi con elastici o pesi liberi, calibrati sul principio della progressione graduale del carico, evitando incrementi troppo rapidi che potrebbero riacutizzare la sintomatologia;
  • esercizi funzionali che replicano i gesti della vita quotidiana o dell’attività lavorativa/sportiva del paziente (sollevare, spingere, tirare, ruotare), per favorire il trasferimento dei guadagni ottenuti in seduta alla reale autonomia funzionale;
  • lavoro propriocettivo e di stabilizzazione, con esercizi a catena cinetica chiusa (ad esempio piccoli carichi in appoggio sulle mani, con progressione di stabilità e superficie), particolarmente rilevante nei pazienti che devono tornare ad attività con richiesta di stabilità articolare sotto carico.

13. Domande frequenti

Quanto tempo serve per guarire completamente da una frattura del capitello radiale? I tempi variano molto in base al tipo di frattura e al trattamento ricevuto. Le fratture non scomposte trattate conservativamente guariscono generalmente dal punto di vista osseo entro 6-8 settimane, con un recupero funzionale che nella maggior parte dei casi prosegue e si consolida nei mesi successivi, fino a 3-6 mesi dal trauma per un recupero funzionale completo. Nei casi chirurgici, in particolare quelli più complessi (fratture comminute, lesioni associate), i tempi possono allungarsi ulteriormente, e alcuni gradi minimi di rigidità residua possono permanere anche a lungo termine, generalmente senza impatto significativo sulla funzione quotidiana.

È normale avere ancora dolore dopo alcune settimane? Un certo grado di fastidio, specialmente sotto sforzo o a fine giornata, può essere presente per diverse settimane anche in un decorso favorevole, in relazione al processo di rimodellamento tissutale in corso. Un dolore che invece peggiora progressivamente, o che si associa a tumefazione crescente, sensazione di blocco meccanico o segni neurologici, merita sempre una rivalutazione.

Perché il mio fisioterapista mi fa lavorare anche sulla spalla e sul polso, se il problema è al gomito? Perché l’arto superiore funziona come una catena cinetica integrata: un gomito dolente e poco utilizzato porta quasi sempre, nel tempo, a compensi e a una ridotta mobilità/funzione anche a livello di spalla e polso. Lavorare sull’intera catena previene questi effetti secondari e favorisce un recupero funzionale più completo e duraturo.

Rischio di non recuperare mai il movimento completo? Un piccolo deficit di estensione, come discusso, è l’esito più comune anche nei decorsi favorevoli, e nella grande maggioranza dei casi non compromette in modo significativo le attività della vita quotidiana. Un percorso riabilitativo ben condotto, avviato precocemente e proseguito con costanza, rappresenta il miglior fattore protettivo per massimizzare il recupero dell’arco di movimento.

Posso fare gli esercizi da solo a casa, senza il fisioterapista? Alcuni esercizi di automobilizzazione e di rinforzo, una volta appresi correttamente in seduta, possono e devono essere proseguiti in autonomia a domicilio, poiché la costanza quotidiana è un fattore importante nel recupero. È tuttavia importante che il programma domiciliare sia definito e periodicamente rivisto dal fisioterapista, che ne verifica la correttezza esecutiva e lo adatta in base ai progressi, evitando sia l’eccesso di prudenza sia il rischio di sovraccarico precoce.


Il percorso riabilitativo presso lo studio del Dott. Samuele Trentin

Il percorso riabilitativo dopo frattura del capitello radiale richiede un approccio fisioterapico competente, aggiornato alla letteratura scientifica internazionale e, soprattutto, personalizzato sulla singola persona: non esistono due gomiti fratturati uguali, così come non esistono due pazienti con la stessa storia clinica, la stessa richiesta funzionale, la stessa tolleranza al dolore.

Il Dott. Samuele Trentin, fisioterapista con formazione in terapia manuale ortopedica (OMPT), riceve presso il proprio studio in Via Marconi 3, a Fontaniva (PD), dove segue pazienti con esiti di fratture del gomito — incluse le fratture del capitello radiale, trattate sia in modo conservativo sia chirurgico — accompagnandoli attraverso tutte le fasi del recupero: dalla gestione del dolore e dell’edema in fase acuta, al recupero progressivo del movimento con tecniche di terapia manuale specifica, fino al ritorno completo alle attività quotidiane, lavorative e sportive.

Se hai subito una frattura del capitello radiale, o se il tuo percorso riabilitativo non sta procedendo come ti aspettavi, non esitare a contattare lo studio per una valutazione: un intervento fisioterapico tempestivo e ben calibrato è, come confermato dalla letteratura scientifica più aggiornata, uno degli elementi che maggiormente influenzano la qualità del recupero funzionale dopo questo tipo di trauma.


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Questo contenuto ha finalità puramente informativa e divulgativa e non sostituisce in alcun modo la valutazione clinica di un medico specialista o di un fisioterapista. Per una valutazione personalizzata del proprio caso, si consiglia di rivolgersi al proprio medico curante, allo specialista ortopedico di riferimento o direttamente a Dott. Samuele Trentin Fisioterapista.

Dott. Samuele Trentin — Fisioterapista, OMPT Via Marconi 3, 35014 Fontaniva (PD)


Nota conclusiva

La frattura del capitello radiale, pur essendo tra le lesioni traumatiche più comuni del gomito, non va mai gestita in modo standardizzato: il tipo di frattura, la scelta terapeutica operata dall’ortopedico, l’età e le richieste funzionali del paziente, la sua tolleranza al dolore e la sua risposta individuale al trattamento sono tutti elementi che rendono ogni percorso riabilitativo un caso a sé. È proprio in questa individualizzazione, fondata su una solida conoscenza della letteratura scientifica aggiornata e su una valutazione clinica manuale accurata, che si gioca gran parte della qualità del recupero funzionale finale. Un percorso fisioterapico competente, avviato precocemente e condotto con costanza, rappresenta oggi, sulla base delle evidenze disponibili, uno degli strumenti più efficaci per ridurre al minimo il rischio di rigidità residua e per accompagnare il paziente verso un pieno recupero dell’autonomia funzionale del proprio arto superiore